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“Financial Times”, Meloni può fare il bis? Lo scenario che mette alla prova Conte e Schlein

Riuscirà l’opposizione italiana a superare le proprie divisioni e a compattarsi contro Giorgia Meloni alle prossime elezioni? Se lo chiede il «Financial Times» in un lungo articolo pubblicato nella mattinata di oggi. Il quotidiano britannico evidenzia quanto siano ancora distanti le posizioni tra il Partito Democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Per questa ragione si suggerisce di «superare una lunga storia di animosità e sfiducia reciproche e lottare insieme». Il rischio, sennò, è di offrire su un piatto d’argento a Giorgia Meloni un bis a Palazzo Chigi. A detta del «FT» sarebbero state proprio le divisioni interne a favorire la «comoda» vittoria del centrodestra nel 2022, all’indomani delle dimissioni di Mario Draghi. In realtà, quest’ultima fu determinata anche dall’abilità politica della leader di Fratelli d’Italia, unico partito rimasto all’opposizione del governo guidato dall’ex presidente della Bce.

Per Elly Schlein sarebbe la prima da premier, come fu per Meloni. Tuttavia, la situazione nel campo largo appare decisamente diversa rispetto a quella del centrodestra. Parliamo di un cantiere in costruzione. E “ingegneri”, “architetti” e “operai” in questo caso non sanno ancora bene cosa devono tirare su. Sì, in queste ultime settimane si è fatto un gran parlare di progetti, ma la realtà è che Schlein e Conte continuano a litigare per la leadership e appaiono sempre più lontani su questioni importanti come l’Ucraina. Sì, la politica estera. Non quisquilie, bazzecole, pinzillacchere. Come scrive «Il Financial Times», il leader del M5S punta a un «ritorno politico», suggerendo addirittura lo stop agli aiuti militari a Kiev e «un ritorno a un atteggiamento più amichevole verso Mosca», mentre il Pd resta diviso tra “pacifisti” e quanti giudicano essenziale continuare a sostenere l’Ucraina di Volodymyr Zelensky.

Il quotidiano ricorda, a tal proposito come, da presidente del Consiglio durante l’emergenza Covid, proprio Giuseppe Conte accolse la missione militare-umanitaria russa in Italia, che secondo esperti di sicurezza offrì allo zar Vladimir Putin «un’occasione d’oro» per raccogliere informazioni di intelligence. E possiamo aggiungere che lo stesso Conte nelle sue due esperienze di governo, quello “gialloverde”, composto da M5S e Lega, e subito dopo quello “giallorosso”, formato da M5S e Pd, non adottò davvero politiche per ridurre o contenere la spesa militare e che anche sul sostegno militare all’Ucraina, finché il M5S è stata una forza del governo Draghi ha votato in parlamento a favore dell’invio di armi a Kiev.

Ma non è finita qui, quando Conte è arrivato al governo, nel giugno del 2018, la spesa militare, in rapporto al prodotto interno lordo (PIL), secondo i calcoli della NATO, pubblicati oggi su «Il Post», era intorno all’1,2 per cento; due anni dopo, alla fine del suo mandato da presidente del Consiglio, il rapporto era salito all’1,58 per cento. In termini assoluti si passò da 21,7 a 26,4 miliardi di euro. Tant’è che nel magazine, diretto da Francesco Costa, lo si definisce, «il più significativo incremento dei precedenti quindici anni fino a quel momento». Successivamente, quando Conte rimase alla guida del principale partito di governo con Mario Draghi premier, la spesa aumentò ulteriormente: da 26,4 a poco meno di 30 miliardi di euro, anche se calò rispetto al PIL, dall’1,58 all’1,50 per cento.

Da presidente del Consiglio, Giuseppe Conte mantenne gli accordi già assunti dai precedenti governi, tra cui quello di Matteo Renzi, che a settembre del 2014 sottoscrisse l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 2 per cento del PIL, stabilito durante un vertice NATO. Un mese dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi, Conte confermò quell’impegno, mostrandosi peraltro ben disposto ad accettare le richieste del presidente Usa Donald Trump, che già all’epoca apparve arrogante nei confronti dei Paesi dell’Ue. Conte non esitò neppure ad acquistare dagli Stati Uniti 28 cacciabombardieri di quinta generazione F-35. Evidentemente, allora Conte non considerava lo slogan oggi adottato dal M5S “le armi allontanano la pace” un principio da applicare in ogni circostanza. Ma non è solo la posizione di Conte sull’Ucraina il problema del campo largo.

Elly Schlein si considera la «legittima leader» della coalizione del centrosinistra. E Conte non sembra dello stesso avviso. Ci vorrebbe «una poltrona per due», come suggerisce il titolo di un vecchio film. Per il «Financial Times» il modo in cui Conte, Schlein e i rispettivi sostenitori riusciranno a «conciliare le loro ambizioni contrapposte e le loro posizioni divergenti (…) contribuirà a determinare la forza della sfida che potranno lanciare a Meloni il prossimo anno».

Per lo stesso giornale la premier italiana non è mai stata tanto vulnerabile: «L’aura di invincibilità inizia a sgretolarsi», tra «crescita debole e pressione sui salari reali». Meloni, ricorda il «FT», sta portando avanti anche una «controversa riforma del sistema elettorale», concepita inizialmente per rafforzare le possibilità di vittoria della sua coalizione ma che «potrebbe ritorcersi contro» vista l’incognita Vannacci. Partita dunque aperta, apertissima, ma il giornale invita Schlein & Co ad evitare primarie potenzialmente divisive e ripiegare piuttosto su «un candidato unitario di consenso».