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Emma Bonino, l’aborto a 500 mila lire: «Non avevo quei soldi». Così è cominciata la sua battaglia

Ci sono momenti in cui una scelta personale diventa una questione politica. Per Emma Bonino, uno di questi arrivò quando era ancora giovanissima e scoprì sulla propria pelle quanto potesse essere difficile, e pericoloso, interrompere una gravidanza in Italia. Lo ha raccontato nella sua ultima intervista al Corriere della Sera, realizzata da Alessandra Arachi in occasione dei dieci anni dalla morte di Marco Pannella. Una conversazione nella quale Bonino ripercorreva le battaglie di una vita, ma soprattutto tornava all’origine di tutto: un aborto clandestino e l’impossibilità economica di accedere a una pratica sicura.

«Il ginecologo mi disse che se proprio volevo interrompere una vita in fiore lo potevo fare con 500 mila lire. Io non le avevo». La cifra, oggi quasi irreale, racconta meglio di molte statistiche l’Italia nella quale Bonino si trovò a vivere. A Firenze riuscì a trovare qualcuno che chiedeva 50 mila lire. Da quella esperienza nacque qualcosa che sarebbe andato molto oltre la sua vicenda personale. Bonino cominciò ad accompagnare gruppi di donne al Cisa, il Centro informazione sterilizzazione e aborto, dove potevano interrompere la gravidanza in condizioni di sicurezza grazie al lavoro del ginecologo Giorgio Conciani.

«Era la linea della disobbedienza civile, anche se ancora non sapevo cosa fosse», ricordava. Il passaggio dalla dimensione privata a quella politica fu rapidissimo. Bonino entrò in contatto con Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia e iniziò una battaglia che avrebbe portato all’arresto suo e dei compagni di lotta, fino alla mobilitazione per l’approvazione della legge 194. Fu anche il momento in cui nella sua vita entrò definitivamente Marco Pannella. Il loro rapporto sarebbe diventato uno dei binomi più riconoscibili della storia radicale italiana. Ma Bonino, nella sua ultima intervista, rifiutava la narrazione di un’amicizia convenzionale. «Non era un’amicizia tipica», spiegava. Non passavano il tempo insieme per semplice compagnia: a unirli erano soprattutto «un impegno e una passione enormi».

E poi c’era il gioco delle parole, delle provocazioni, delle iniziative capaci di spostare improvvisamente il dibattito pubblico. Bonino ricordava Pannella come un uomo di «grande statura e intelligenza politica». Ma soprattutto le mancava la sua inventiva. La capacità di trovare sempre «l’elemento di spaccatura» capace di imporsi nel dibattito, anche quando sembrava impossibile ottenere attenzione.

Come durante una conferenza stampa sulla legalizzazione della cannabis, quando Pannella si accese uno spinello e lo fece passare tra i presenti. Un gesto oggi quasi grottesco nella sua semplicità, ma perfettamente coerente con il metodo radicale: trasformare una battaglia politica in un’immagine impossibile da ignorare. Il rapporto tra i due, tuttavia, non finì bene. Negli ultimi anni smettero di parlarsi. Bonino definiva quella rottura «unilaterale» e confessava di aver cercato a lungo di comprenderne il motivo. «Mi aveva fatto molto male», raccontava. Nemmeno dieci anni dopo la morte di Pannella riusciva a dare una spiegazione a quella distanza. Se avesse potuto, gli avrebbe chiesto se «gli avesse dato di volta il cervello». Poi, però, aggiungeva: «Me ne sono fatta una ragione».

Quello che resta, nelle sue parole, è soprattutto ciò che hanno costruito insieme. Una stagione politica nella quale questioni che sembravano appartenere a minoranze ristrette venivano portate al centro del dibattito nazionale: divorzio, aborto, obiezione di coscienza, diritto di famiglia, carceri, eutanasia.

Battaglie che Bonino non considerava affatto minoritarie. «Potevano diventare di interesse nazionale», spiegava, anche quando all’inizio apparivano impopolari. Ed è forse questa la chiave per comprendere la sua lunga parabola politica. Bonino non ha costruito la propria identità sulla ricerca del consenso immediato, ma sulla capacità di trasformare una questione marginale in una domanda collettiva.

La sua prima battaglia era nata da 500 mila lire che non aveva. Da quella cifra era partita una storia politica destinata a durare decenni. E forse non c’è modo più semplice per comprendere Emma Bonino: una donna che aveva conosciuto personalmente l’ingiustizia prima ancora di trasformarla in una battaglia pubblica. Una donna che aveva fatto della propria esperienza una ragione per cambiare quella degli altri.