Il governo smentisce di aver ricevuto un’allerta su un attacco russo dal mare. Lo scenario descritto dall’esperto Alessandro Zacchei resta però tecnicamente possibile. Tra navi militari, sorveglianza aerea e sistemi antidrone, l’Italia dispone di difese reali: il problema è capire che cosa possono proteggere, e con quali limiti.
Un drone lanciato da un mercantile nel Mediterraneo potrebbe raggiungere l’Italia? Sì, in linea di principio. Esistono prove pubbliche che la Russia stia preparando un’operazione del genere? No. È da questa distinzione che bisogna partire per valutare l’allarme circolato nelle ultime ore e, soprattutto, la capacità italiana di affrontare una minaccia proveniente dal mare.
Secondo una ricostruzione del quotidiano spagnolo El Mundo, ripresa da ANSA, l’intelligence statunitense avrebbe segnalato a governi europei il rischio di attacchi con droni lanciati da navi contro Italia, Francia e Spagna. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto che l’allerta «non trova alcuna conferma». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto di non aver ricevuto indicazioni in tal senso. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha smentito l’informazione relativa alla Francia, pur definendo preoccupante il quadro generale degli atti ostili in Europa.
Non siamo dunque davanti a un attacco annunciato né a un piano russo verificato pubblicamente. Ma la smentita di uno specifico allarme non chiude la domanda più importante: se un drone ostile arrivasse davvero dal Mediterraneo, come verrebbe individuato e fermato?
Il punto di Zacchei: un piccolo drone può produrre un grande effetto
Nell’intervista rilasciata ad Antonio Picasso per Il Riformista, l’ingegnere Alessandro Zacchei, esperto di sistemi a pilotaggio remoto e di difesa Counter-UAS, descrive uno scenario tecnicamente realistico: un velivolo senza pilota trasportato da un mercantile e impiegato da una posizione compatibile con la sua autonomia. Non sostiene che ciò stia per accadere. Spiega perché sarebbe sbagliato considerarlo impossibile.
Il suo ragionamento riguarda anzitutto l’asimmetria. Un mezzo relativamente economico può costringere lo Stato a mobilitare sensori, personale, velivoli e sistemi d’arma molto più costosi. Anche un drone che non provochi danni gravi potrebbe generare allarme se comparisse sopra una città o vicino a un’infrastruttura sensibile. In un’operazione di guerra ibrida, l’effetto ricercato potrebbe essere politico e psicologico: mostrare che il territorio nazionale è raggiungibile, alimentare incertezza sull’autore dell’azione e obbligare le autorità a reagire sotto pressione.
C’è poi una distinzione tecnica che il dibattito rischia di perdere. Nell’allarme riportato da El Mundo si parla di Gerbera, un velivolo leggero impiegato anche come esca e, in alcune configurazioni, capace di trasportare un carico limitato. Zacchei cita invece, come esempio di sistema lanciabile in uno scenario del genere, versioni meno sofisticate dei Geran. Non sono lo stesso drone e non hanno necessariamente gli stessi effetti. Per valutare una minaccia concreta bisognerebbe conoscere il mezzo, il carico, il sistema di navigazione e l’obiettivo: informazioni che oggi non risultano disponibili per il presunto piano contro il Sud Europa.
Perché il Mediterraneo conta sempre di più
La guerra in Ucraina ha riportato al centro della sicurezza europea droni, sabotaggi, protezione delle infrastrutture e attribuzione degli attacchi. Sul fianco orientale della NATO le violazioni dello spazio aereo sono una realtà documentata. In agosto, gli Alleati hanno condannato nuove incursioni in Polonia e Romania, attribuendo alla Russia la responsabilità di quegli episodi. Ciò dimostra la pressione sul fronte Est; non dimostra che Mosca abbia deciso di colpire l’Italia dal mare.
Il Mediterraneo, intanto, è uno spazio di competizione più affollato di quanto suggerisca l’immagine di un mare lontano dal conflitto. Vi operano le marine dei Paesi rivieraschi, le forze permanenti della NATO, le missioni dell’Unione europea e la Sesta Flotta statunitense. Vi transitano inoltre unità russe, mercantili legati alla logistica di Mosca e navi riconducibili alla cosiddetta flotta ombra, utilizzata per il commercio di petrolio aggirando le restrizioni occidentali.
La presenza di una nave russa, o di una petroliera sottoposta a sanzioni, non è di per sé un indizio che trasporti droni destinati all’Italia. Confondere il monitoraggio di quei traffici con la prova di un imminente attacco significherebbe trasformare uno scenario in un fatto.
La dimensione strategica è però concreta. Una ricostruzione di Analisi Difesa, basata su informazioni di Agenzia Nova e immagini satellitari, documenta il passaggio di convogli logistici russi nel Mediterraneo e l’arrivo di mezzi a Tobruk, nella Libia orientale. Si tratta di attività collegate alla presenza russa in Africa, non di una prova relativa all’allarme droni. Mostrano, tuttavia, che il bacino è anche una via di comunicazione militare e che la sorveglianza marittima italiana deve seguire movimenti molto diversi tra loro.
Quali forze navali sono in campo
Il primo dispositivo nazionale è Operazione Mediterraneo Sicuro. Secondo la Marina Militare, la sua area è stata ampliata a circa due milioni di chilometri quadrati e comprende gran parte degli spazi marittimi internazionali del bacino. Il dispositivo può contare su fino a sei tra navi e sommergibili, con il sostegno di velivoli imbarcati e basati a terra. “Fino a sei” indica la configurazione prevista della missione, non il numero di unità presenti in ogni momento.
I compiti dichiarati comprendono la sorveglianza, la difesa delle rotte marittime, la protezione delle flotte mercantili e la salvaguardia degli interessi nazionali. Una nave militare può osservare, identificare, condividere informazioni e intervenire nelle condizioni previste dal suo mandato. Non può però essere considerata una sentinella fissa davanti a ogni tratto di costa: l’area da controllare è enorme e il traffico civile continuo.
Sul piano alleato opera Sea Guardian, la missione NATO per la sicurezza marittima nel Mediterraneo. Contribuisce alla conoscenza della situazione in mare, al contrasto del terrorismo e alla cooperazione con i partner. L’Alleanza dispone inoltre di gruppi navali permanenti, impiegabili secondo le esigenze operative. Presenza navale e condivisione delle informazioni aumentano la capacità di individuare comportamenti sospetti, ma Sea Guardian non equivale a una difesa antiaerea continua delle coste italiane.
L’Unione europea schiera EUNAVFOR MED IRINI, il cui compito principale resta l’applicazione dell’embargo ONU sulle armi dirette in Libia. La missione svolge anche attività di conoscenza della situazione marittima. Il suo rapporto relativo al marzo 2026 registra 754 richieste di informazioni rivolte via radio a mercantili e due visite consensuali a bordo. I numeri danno la misura del lavoro di osservazione, ma anche della differenza tra seguire il traffico e ispezionare fisicamente ogni nave. Un abbordaggio richiede presupposti giuridici e operativi precisi; non basta il sospetto generico che un container possa nascondere un drone.
A completare il quadro c’è la Sesta Flotta statunitense, con quartier generale a Napoli. La Marina USA dispone di navi, velivoli da pattugliamento e capacità di difesa aerea e missilistica integrata nella propria area di responsabilità. Anche qui va evitato un equivoco: la presenza americana rafforza la difesa collettiva, ma non significa che ogni unità sia schierata nel Mediterraneo in ogni momento o assegnata alla protezione di una specifica città italiana.
La difesa comincia prima dell’intercettazione
Di fronte a un’ipotesi di lancio dal mare, la prima risposta utile non sarebbe necessariamente l’abbattimento. Sarebbe la capacità di riconoscere per tempo un’anomalia, collegando dati sul traffico marittimo, osservazioni aeree, informazioni di intelligence e segnalazioni di altre autorità. Solo dopo arriverebbero l’identificazione del drone, la valutazione della sua traiettoria e la scelta della risposta.
L’Aeronautica Militare assicura sorveglianza e difesa dello spazio aereo nazionale 24 ore su 24, in un sistema integrato con la NATO. Dispone di radar, centri di controllo e caccia Eurofighter pronti a intervenire. È una capacità reale, progettata per individuare e affrontare minacce aeree. Non va però confusa con la garanzia di rilevare immediatamente ogni piccolo drone a bassa quota: dimensioni del velivolo, ambiente circostante e caratteristiche del volo rendono questo tipo di bersaglio diverso da un aereo tradizionale.
Per i droni più piccoli servono sistemi dedicati. L’Esercito Italiano descrive capacità Counter-UAS che combinano sensori, identificazione e strumenti di contrasto; dal 2019 ha un centro di eccellenza a Sabaudia per lo studio della minaccia e la formazione degli operatori. Sono mezzi pensati soprattutto per difendere forze e luoghi determinati. Come osserva Zacchei, non risulta una rete Counter-UAS distribuita uniformemente lungo tutta la costa.
La neutralizzazione dipende poi dal comportamento del velivolo. Se riceve comandi via radio, disturbare il collegamento può essere una possibilità. Se prosegue secondo una rotta già programmata, interrompere quel collegamento potrebbe non bastare. Un drone individuato deve inoltre essere seguito, classificato e, se necessario, fermato con modalità compatibili con la sicurezza delle persone a terra. L’intercettazione non è un gesto automatico: richiede decisioni rapide, informazioni affidabili e coordinamento tra autorità militari e civili.
L’Italia ha già abbattuto droni. Che cosa prova il Mar Rosso?
Esiste una dimostrazione concreta delle capacità italiane. Nel marzo 2024 il cacciatorpediniere Caio Duilio abbatté un drone in avvicinamento nel Mar Rosso, durante le operazioni di protezione della navigazione dagli attacchi degli Houthi. La Marina ha documentato anche altri interventi delle proprie unità nell’area.
Questo episodio smentisce l’idea che le Forze armate italiane siano prive di esperienza nell’intercettazione. Dimostra la capacità di una nave attrezzata e addestrata di difendersi in una situazione operativa concreta. Non dimostra che lo stesso livello di protezione possa essere esteso, senza soluzione di continuità, a tutte le coste, ai porti e ai centri abitati del Paese. Difendere un’unità navale o un mercantile in un settore definito è un compito diverso dalla protezione permanente di un territorio.
La Difesa sta cercando di rafforzare l’integrazione fra sensori e mezzi senza equipaggio. Nel 2026 l’Italia ha guidato nel Mediterraneo centrale una sperimentazione NATO, Task Force X, dedicata alla condivisione di dati provenienti da piattaforme diverse. Analisi Difesa ha descritto l’impiego sperimentale di soluzioni di guerra elettronica e contrasto ai droni. Anche i programmi industriali per una difesa aerea più integrata sono in sviluppo: secondo Analisi Difesa, per alcune componenti del progetto Michelangelo Dome il 2026 e il 2027 sono anni di prove e valutazioni. Un test promettente o un programma annunciato non sono ancora una capacità dispiegata su scala nazionale.
La risposta alla domanda decisiva
L’Italia può disinnescare la minaccia di un drone proveniente dal Mediterraneo? In determinate condizioni, sì. Ha navi capaci di difesa aerea, un sistema nazionale e NATO di sorveglianza dello spazio aereo, reparti Counter-UAS ed esperienza operativa maturata anche nel Mar Rosso. Può inoltre contare sullo scambio di informazioni e sulle forze degli alleati.
Non esiste, sulla base delle capacità pubblicamente documentate, una garanzia di intercettazione di qualunque drone lanciato da qualunque punto del Mediterraneo contro qualunque località costiera. La probabilità di fermarlo cresce se la nave sospetta è stata individuata prima, se il velivolo viene riconosciuto in tempo e se sono presenti difese adeguate nell’area da proteggere. Diminuisce quando l’attacco arriva senza preavviso o il bersaglio è un piccolo mezzo difficile da distinguere dal traffico ordinario.
È qui che l’intervista a Zacchei offre la chiave più utile. Una provocazione non dovrebbe necessariamente superare tutte le difese italiane né provocare distruzioni estese per raggiungere un risultato politico. Potrebbe bastare costringere il Paese a interrogarsi, per ore, su che cosa sia accaduto e su chi ne sia responsabile.
Per questo la risposta non può essere soltanto l’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Servono sorveglianza condivisa, capacità di verificare rapidamente le segnalazioni, protezione mirata delle infrastrutture più importanti e comunicazioni pubbliche rigorose. Il primo errore sarebbe minimizzare una possibilità tecnica. Il secondo sarebbe presentarla, oggi, come un attacco già accertato.
Fonti
- Antonio Picasso, intervista ad Alessandro Zacchei per Il Riformista, 25 settembre 2026, testo fornito alla redazione.
- ANSA, l’allarme riportato da El Mundo e le smentite di Crosetto, Tajani e Macron.
- NATO, dichiarazione sulle violazioni dello spazio aereo alleato.
- Marina Militare, Operazione Mediterraneo Sicuro.
- NATO, Operation Sea Guardian e forze navali permanenti.
- Unione europea, rapporto operativo EUNAVFOR MED IRINI, marzo 2026.
- Aeronautica Militare, reparti e difesa dello spazio aereo nazionale e Esercito Italiano, capacità Counter-UAS.
- Ministero della Difesa, abbattimento di un drone da parte di Nave Caio Duilio.
- Analisi Difesa, i convogli russi diretti in Libia, Task Force X e programmi di difesa aerea integrata.
