Cento miliardi in modo da ridurre il ritardo dell’Unione Europea nell’intelligenza artificiale. La richiesta arriva da Mario Draghi, che ha tenuto un lungo discorso al Politecnico di Zurigo per la Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera. «L’Ue ospita meno del 5% della capacità di calcolo per l’AI a livello mondiale. Un recente studio stima che aumentare questa quota al 15% entro il 2030, grossomodo in linea con il peso dell’Ue nell’economia mondiale, richiederebbe circa 1.300 miliardi di euro di investimenti. La quota del settore pubblico necessaria per operare il de-risking di questo investimento, stimata in circa 100 miliardi di euro, è la candidata ideale per essere finanziata attraverso il bilancio dell’Ue», ha spiegato l’ex presidente della Bce, rimarcando che «anche l’intero importo assorbirebbe solo il 5% circa del prossimo bilancio, attualmente in fase di negoziazione, e alleggerirebbe i bilanci nazionali mentre sono in fase di consolidamento. Questa cifra è ampiamente alla portata».

Nelle battute iniziali della conferenza Draghi ha lodato la figura di Karl Brunner: «È stato uno degli economisti le cui idee hanno plasmato quella che sarebbe diventata la costituzione monetaria dell’Europa. Nel 1968 introdusse il termine ‘monetarismo’ nel lessico corrente dell’economia. Insieme a Milton Friedman e ad altri, contribuì a riaffermare l’idea che l’inflazione sia un fenomeno monetario e che la responsabilità del livello dei prezzi ricada sulla banca centrale».
Poi la precisazione: «Brunner era altrettanto chiaro sui limiti di questa responsabilità. La banca centrale non poteva assicurare da sola la stabilità dei prezzi. Aveva bisogno di un’autorità di bilancio i cui incentivi fossero compatibili con i propri. Se un governo avesse mantenuto disavanzi permanenti tali da far crescere continuamente il debito rispetto al prodotto, sarebbe aumentata la pressione a monetizzare quel debito. Nel tempo, i due regimi non avrebbero potuto coesistere, e quello monetario sarebbe stato il più incline a cedere. Queste idee sono riconoscibili nel Trattato di Maastricht, che ha attribuito alla BCE l’indipendenza e l’obiettivo primario della stabilità dei prezzi. Ha inoltre istituito la separazione tra politica monetaria e politica di bilancio necessaria a rendere sostenibile quell’indipendenza: il divieto di finanziamento monetario, la clausola di non salvataggio e la procedura per i disavanzi eccessivi. Che questa separazione regga nella pratica, tuttavia, dipende da qualcosa di più delle regole. In ultima analisi, dipende dal rapporto tra il costo del debito e la crescita».
Il cuore della sua lectio magistralis è stata una proposta concreta: investire circa 100 miliardi di euro del prossimo bilancio europeo a ridurre i rischi degli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. La capacità dei governi di attuare il consolidamento dipende dalla crescita, e un aiuto significativo può giungere dall’AI. «Delle due forze che guidano il debito, il tasso di interesse viene sempre più determinato al di fuori dell’Europa. La crescita è l’unica su cui l’Europa può ancora incidere», ha chiarito Draghi.
«Mezzo punto percentuale di crescita aggiuntiva all’anno, sostenuto fino al 2040, accompagnato dal risparmio di parte delle entrate extra, porterebbe l’Europa a compiere circa un terzo del percorso verso una traiettoria del debito sostenibile. Lo sforzo rimanente sarebbe a quel punto vicino a ciò che l’Europa è già riuscita a gestire in passato. Una crescita di questa entità è alla portata. Una rapida adozione dell’Ai potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale dei fattori nel prossimo decennio, e le riforme nazionali unitamente a quelle del mercato unico potrebbero aggiungere all’incirca un altro mezzo punto percentuale all’anno», ha aggiunto l’ex presidente del consiglio italiano.

«La risposta abituale dell’Europa, con ogni paese che agisce per proprio conto, non sarà sufficiente nel mondo con cui deve oggi confrontarsi. Le riforme nazionali restano importanti, ma non possono offrire la scala da cui dipendono ormai la tecnologia e, quindi, la crescita. Soltanto l’integrazione può farlo», ha avvertito Draghi. Poi ha evidenziato quanto le riforme sovranazionali siano diventate la leva più importante per la crescita e quanto la politica monetaria sia il fulcro del futuro della competitività europea. Un piano dettagliato per realizzare queste riforme si trova ora nella roadmap congiunta dell’Ue. «La prima cosa che dobbiamo fare è implementare quella roadmap», ha detto Draghi. Quest’ultima «consentirà anche di finanziare gli investimenti di cui l’Europa necessita nella tecnologia, nell’energia pulita e nella difesa, in un momento in cui le finanze pubbliche sono sotto pressione». Il completamento del mercato unico e dell’unione dei mercati dei capitali «aumenterebbe il rendimento sul capitale in Europa, che per le grandi aziende europee è inferiore di circa un quinto rispetto agli Stati Uniti», ha sottolineato.
L’economista italiano ha poi difeso le scelte compiute dalla Bce negli anni successivi alla crisi del debito sovrano. Quando la domanda era debole e l’inflazione troppo bassa, i tassi negativi e gli acquisti di titoli furono utili a rispettare il mandato della stabilità dei prezzi. Secondo le stime della Bce, quelle misure contribuirono a oltre un quarto della crescita dell’eurozona fra il 2015 e il 2019; se non ci fossero state gli occupati sarebbero stati circa due milioni e mezzo in meno. Oggi, però, la situazione è diversa: «La prima priorità è controllare l’inflazione», ha detto con fermezza Draghi.
«La condizione di Brunner resta valida: una banca centrale può mantenere stabile la moneta soltanto se i governi tengono sotto controllo il proprio debito. Ciò che è cambiato è il modo in cui questa condizione può essere soddisfatta. Un quadro di regole di bilancio non può soddisfarla da solo quando la crescita è debole. Quanto più avanza l’integrazione, tanto più saldamente la crescita può rimanere al di sopra dei tassi d’interesse e tanto più la banca centrale sarà protetta dalle pressioni politiche. Crescita e indipendenza si rafforzano così a vicenda», ha dichiarato l’ex premier.

«Una generazione fa, l’Europa si è dotata di una costituzione monetaria che ha retto a tutte le crisi successive. Si fonda su una banca centrale indipendente, con una chiara priorità per la stabilità dei prezzi, e sulla disciplina di bilancio. Quel quadro resta quello giusto. Ma perché questa costituzione duri nel tempo, i legislatori nazionali ed europei devono ora assumersi pienamente la responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione. Se lo faranno, metteranno l’Europa sulla strada del rinnovamento», le conclusioni di Draghi.
