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Dieci anni di Brexit, sette premier: si chiude anche la parentesi Starmer

Dieci anni dopo il referendum che ha cambiato per sempre il destino del Regno Unito, la Brexit continua a presentare il conto. L’uscita di scena di Keir Starmer, costretto a lasciare Downing Street dopo meno di due anni, non è soltanto il fallimento di un leader: è l’ennesimo capitolo di una crisi politica che sembra non conoscere fine.

Dal voto del 2016, Londra ha cambiato ben sette primi ministri. Una rotazione che non ha eguali tra le grandi democrazie occidentali e che racconta un sistema incapace di trovare un equilibrio dopo la scelta di rompere con l’Unione europea. Starmer era arrivato al governo come l’uomo della normalità. Avvocato, ex procuratore generale, incarnava il ritorno della competenza dopo gli anni turbolenti dei conservatori, dalle intemperanze di Boris Johnson al tracollo finanziario del governo di Liz Truss. Ma proprio quella cifra caratteriale si è trasformata nel suo maggiore limite.

Più tecnico che politico, più giurista che leader, Starmer non è mai riuscito ad entrare in sintonia con il proprio Paese. Ha affrontato le crisi non come battaglie politiche da vincere: ha privilegiato procedure e legalità, lasciando senza risposta le paure e le aspettative di un elettorato stanco, impoverito e sempre più frammentato. Gli errori si sono accumulati rapidamente: il messaggio pessimista del discorso inaugurale, il taglio dei sussidi per il riscaldamento ai pensionati, le continue marce indietro, gli scandali sui regali ricevuti dagli esponenti del governo, fino alla controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti. Episodi diversi, uniti da un filo comune: l’impressione di un governo privo di una visione riconoscibile.

Tuttavia sarebbe riduttivo attribuire tutto ai limiti personali di Starmer. Il suo destino è anche il sintomo di un malessere più profondo. La Brexit aveva promesso stabilità, controllo e prosperità. Dieci anni dopo, il Regno Unito continua, invece, a vivere una stagione di incertezza, nella quale ogni leader viene rapidamente logorato dalle aspettative irrealistiche create nel 2016 e dall’incapacità della politica di offrire una nuova direzione. La probabile successione di Andy Burnham potrebbe inaugurare una fase diversa per il Partito laburista, ma non cancella la domanda di fondo: esiste ancora un progetto capace di ricomporre un Paese diviso, o Downing Street è ormai diventata una poltrona destinata a consumare chiunque la occupi?

Starmer lascia nel giorno del decennale della Brexit e la coincidenza non può non assumere un valore simbolico potente. Non cade soltanto un primo ministro, bensì l’ennesima promessa di normalità in un Regno Unito che, dal referendum del 2016, sembra aver smarrito la propria bussola politica.