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Cosa sono i rifugi climatici e perché saranno sempre più importanti nelle città italiane

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Le estati sempre più calde stanno cambiando anche il modo in cui vengono progettate e organizzate le città. Biblioteche, musei, centri civici, parchi alberati e altri luoghi pubblici possono trasformarsi in “rifugi climatici”, spazi nei quali chi non dispone di un’abitazione adeguatamente fresca può trascorrere alcune ore al riparo dalle temperature più elevate. Non sono strutture di emergenza paragonabili ai centri allestiti dopo un terremoto o un’alluvione e nemmeno presidi sanitari: nella maggior parte dei casi sono luoghi che esistono già e continuano a svolgere la loro normale funzione, ma vengono inseriti in una rete pubblica di protezione contro il caldo.

Il concetto si sta diffondendo rapidamente soprattutto nelle grandi aree urbane europee. Il motivo è semplice: un’ondata di calore non colpisce tutti nello stesso modo. Chi vive in una casa climatizzata e ben isolata può proteggersi molto più facilmente di una persona anziana che abita sola in un appartamento esposto al sole, di chi non può permettersi di utilizzare a lungo un condizionatore o di chi trascorre molte ore all’aperto. Il rifugio climatico nasce precisamente per ridurre questa disuguaglianza.

Cosa si intende esattamente per rifugio climatico

La definizione può variare da una città all’altra, ma il principio è sostanzialmente lo stesso. Un rifugio climatico è uno spazio accessibile alla popolazione nel quale trovare condizioni di maggiore comfort termico durante un’ondata di calore. Può essere un ambiente chiuso e climatizzato oppure uno spazio all’aperto caratterizzato da molta ombra, vegetazione e disponibilità di acqua.

La Generalitat de Catalunya, una delle amministrazioni europee che ha maggiormente sviluppato questo modello, considera rifugi climatici strutture come biblioteche, centri civici e piscine comunali, ma anche parchi e aree alberate. Negli ambienti interni viene indicata durante l’estate una temperatura intorno ai 27 gradi. Tra le caratteristiche raccomandate ci sono inoltre accessibilità, sedute, disponibilità gratuita di acqua potabile e condizioni di sicurezza per chi utilizza lo spazio.

Il punto fondamentale è che normalmente non viene costruito un edificio esclusivamente per diventare un rifugio climatico. Si utilizza invece il patrimonio pubblico già disponibile, individuando gli spazi più adatti e mettendoli in rete. Una biblioteca, per esempio, continua a essere una biblioteca, ma durante una giornata con temperature estreme diventa contemporaneamente un posto nel quale un cittadino può entrare, sedersi, bere e trascorrere alcune ore in un ambiente fresco.

Perché servono soprattutto nelle città

Il problema assume una particolare importanza nelle aree urbane a causa del cosiddetto effetto isola di calore. Asfalto, cemento, edifici e superfici artificiali assorbono durante il giorno una grande quantità di energia solare e la rilasciano lentamente nelle ore successive. La presenza ridotta di vegetazione limita inoltre l’effetto rinfrescante dell’evapotraspirazione delle piante.

Il risultato è che nelle città, soprattutto nelle zone densamente costruite e con pochi alberi, le temperature possono rimanere molto elevate anche durante la notte. Ed è proprio l’assenza di refrigerio notturno a rendere particolarmente pesanti le ondate di calore prolungate: il corpo umano dispone di meno tempo per recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno.

Il cambiamento climatico aggiunge a questo fenomeno locale una tendenza di fondo: ondate di calore più frequenti, più lunghe e in alcuni casi più intense. Le città devono quindi affrontare contemporaneamente due problemi, quello globale dell’aumento delle temperature e quello locale prodotto dalla loro stessa struttura urbanistica.

Non tutti possono semplicemente accendere il condizionatore

I rifugi climatici hanno anche una forte componente sociale. La capacità di difendersi dal caldo dipende infatti dal reddito, dall’abitazione, dall’età, dalle condizioni personali e dal quartiere nel quale si vive. Un appartamento moderno, ben isolato e climatizzato offre condizioni completamente differenti rispetto a un ultimo piano esposto al sole in un edificio vecchio e scarsamente isolato.

Anche il condizionatore non rappresenta una soluzione universalmente disponibile. Acquistarlo ha un costo e utilizzarlo per molte ore aumenta la bolletta elettrica. Esistono inoltre abitazioni nelle quali installarlo è difficile. Per alcune persone, quindi, la possibilità di raggiungere gratuitamente un luogo fresco nelle ore centrali della giornata può diventare una misura concreta di protezione.

Particolare attenzione viene generalmente rivolta agli anziani, ai bambini, alle persone con disabilità o patologie croniche, a chi vive solo e alle fasce economicamente più fragili. Ma un rifugio climatico pubblico non è necessariamente riservato a queste categorie: il principio è proprio quello di creare luoghi accessibili a tutti senza dover dimostrare una particolare condizione di bisogno.

Barcellona, il modello europeo dei rifugi climatici

Una delle esperienze più avanzate si trova a Barcellona, città che da anni sta costruendo una rete capillare di refugis climàtics. Il sistema comprende biblioteche, centri civici, strutture scolastiche, impianti pubblici e numerosi spazi verdi. L’obiettivo non è semplicemente aumentare il numero dei rifugi, ma fare in modo che siano raggiungibili facilmente a piedi.

Nel 2026 la rete è stata ulteriormente ampliata. Secondo i dati diffusi dalle amministrazioni catalane, nella sola Barcellona sono ormai disponibili centinaia di spazi utilizzabili come rifugi climatici. La strategia punta a fare in modo che la quasi totalità della popolazione possa raggiungerne uno in pochi minuti.

È un aspetto decisivo. Un rifugio situato a diversi chilometri di distanza serve infatti relativamente poco a una persona anziana durante una giornata con 40 gradi. La distanza percorribile a piedi, gli orari di apertura e la distribuzione nei quartieri diventano importanti quasi quanto la climatizzazione dello spazio stesso.

I rifugi climatici arrivano anche in Italia

Anche alcune città italiane stanno iniziando a seguire questa strada. Un caso particolarmente strutturato è quello di Bologna, dove la prima rete è stata avviata nell’estate 2025 e successivamente ampliata. Nel luglio 2026 il Comune ha portato a 28 il numero degli spazi pubblici inseriti nella rete, comprendendo biblioteche, musei, Case di quartiere, giardini e altri luoghi cittadini.

Per essere classificati come rifugi climatici, gli spazi al chiuso individuati dal Comune devono rispettare alcuni requisiti: accesso libero e gratuito, accessibilità per le persone con disabilità, acqua potabile, servizi igienici, sedute e climatizzazione. Per quelli all’aperto sono invece richieste zone ombreggiate, posti dove sedersi, disponibilità di acqua potabile e servizi igienici nelle vicinanze.

Bologna ha inoltre realizzato una mappa digitale attraverso la quale è possibile individuare il rifugio più vicino, conoscerne gli orari e verificare i servizi disponibili. È un elemento tutt’altro che secondario: perché una rete sia realmente utile, i cittadini devono sapere che esiste e soprattutto riuscire a trovare rapidamente lo spazio disponibile più vicino.

Un rifugio climatico non è un pronto soccorso

È importante evitare un equivoco. I rifugi climatici non sono strutture sanitarie e non sono destinati al trattamento di colpi di calore o altre emergenze mediche. Se una persona manifesta sintomi gravi legati alle alte temperature, deve essere attivata l’assistenza sanitaria.

La funzione del rifugio è soprattutto preventiva: permettere alle persone di ridurre per alcune ore l’esposizione alle temperature estreme, riposare in un ambiente più fresco e avere accesso all’acqua. In questo senso la loro utilità cresce soprattutto quando vengono integrati con i piani comunali contro le ondate di calore, i servizi sociali e i programmi di assistenza alle persone fragili.

A Bologna, per esempio, la rete dei rifugi è inserita in un piano più ampio che comprende monitoraggio delle persone maggiormente esposte, assistenza domiciliare e supporto sanitario. Il rifugio rappresenta quindi uno degli strumenti disponibili, non la soluzione unica al problema.

Perché non basta aprire qualche biblioteca climatizzata

La diffusione dei rifugi climatici solleva però una questione più ampia. Adattare le città al riscaldamento globale non può significare soltanto creare luoghi nei quali rifugiarsi dal caldo. Se le strade continuano a essere dominate da asfalto e cemento, gli alberi sono insufficienti e gli edifici disperdono energia, una rete di spazi climatizzati può attenuare gli effetti dell’emergenza senza risolverne le cause urbane.

Per questo le strategie più avanzate affiancano ai rifugi altre misure: aumento delle alberature, creazione di zone d’ombra, sostituzione di superfici impermeabili, realizzazione di aree verdi, disponibilità di fontane e acqua pubblica, riqualificazione energetica degli edifici e progettazione degli spazi pubblici tenendo conto delle temperature future.

In alcune città europee anche i cortili scolastici vengono trasformati in piccole oasi climatiche, riducendo le superfici asfaltate e aumentando vegetazione e ombra. Durante l’anno continuano a essere utilizzati dagli studenti; quando le scuole sono accessibili nel periodo estivo possono diventare spazi freschi per il quartiere. È la stessa filosofia dei rifugi climatici: adattare ciò che già esiste invece di creare strutture utilizzate soltanto durante le emergenze.

Una nuova infrastruttura urbana contro il caldo

Per molto tempo il caldo è stato considerato quasi esclusivamente un problema individuale: quando fa caldo si resta in casa, si cerca l’ombra o si accende il condizionatore. L’aumento della frequenza delle ondate estreme sta trasformando questa impostazione. Il caldo viene sempre più trattato come un rischio urbano che richiede una risposta collettiva, esattamente come accade per altri fenomeni meteorologici.

In questa prospettiva una biblioteca climatizzata, un parco densamente alberato o un centro civico possono assumere una funzione che fino a pochi anni fa non era prevista. Diventano parte di una vera e propria infrastruttura di adattamento climatico diffusa sul territorio.

La sfida dei prossimi anni sarà renderla sufficientemente capillare. Non basta infatti avere alcuni rifugi climatici nel centro di una grande città: devono essere presenti soprattutto nei quartieri più caldi e nelle zone dove vivono le persone maggiormente vulnerabili, essere aperti proprio nelle giornate e nelle ore più difficili e risultare facilmente riconoscibili.

Dal contrasto al cambiamento climatico all’adattamento

I rifugi climatici raccontano infine un cambiamento più generale nel modo in cui le società stanno affrontando il riscaldamento globale. Ridurre le emissioni di gas serra resta indispensabile per limitare l’aumento futuro delle temperature, ma una parte del cambiamento climatico è già in corso e richiede misure di adattamento.

Le due strategie non sono alternative. La mitigazione cerca di impedire che il riscaldamento diventi ancora più intenso; l’adattamento prova a ridurre i danni provocati dalle condizioni che non possono più essere evitate. Rifugi climatici, alberature, edifici più efficienti e città progettate per sopportare temperature maggiori appartengono a questa seconda categoria.

È probabile quindi che nei prossimi anni l’espressione “rifugio climatico” diventi sempre più familiare anche in Italia. Non perché rappresenti la soluzione al riscaldamento globale, ma perché rende evidente una conseguenza concreta delle estati che stanno cambiando: nelle città del futuro dovremo sapere non soltanto come riscaldarci durante l’inverno, ma anche dove trovare un luogo sicuro e fresco quando il caldo diventa estremo.