Da Prato Gori avverte: il sostegno militare all’Ucraina non si tratta e l’unità non vale la rinuncia ai valori democratici. Quartapelle attacca il M5s e critica la maggioranza del partito. Ma Conte arriva al confronto con il mandato della propria base. Per Schlein il problema è ormai doppio: trovare un accordo con gli alleati senza aprire una frattura nel Pd.
Chi decide la linea del centrosinistra: il partito più grande o quello disposto a porre le condizioni più rigide? È la domanda che attraversa l’assemblea dei riformisti del Partito democratico a Prato. Il terreno dello scontro è l’invio di armi all’Ucraina. La posta politica comprende però anche la guida della coalizione, l’autonomia del Pd e i limiti della strategia unitaria di Elly Schlein.
Giorgio Gori mette un confine esplicito: il sostegno militare a Kiev «non è trattabile». E respinge l’idea che Giuseppe Conte possa trasformare le priorità del Movimento 5 Stelle in condizioni obbligatorie per tutti gli alleati.
Il messaggio è rivolto al leader pentastellato, ma arriva anche alla segretaria democratica. L’alleanza non può essere costruita chiedendo al Pd di rinunciare alle proprie posizioni fondamentali, è la sostanza dell’intervento dell’europarlamentare.
Conte, dal canto suo, continua a manifestare fiducia nella possibilità di trovare soluzioni comuni. Ma sullo stop alle armi ha già assunto un impegno politico difficile da ridimensionare. Il risultato è un confronto nel quale due parti dichiarano non negoziabili posizioni opposte, mentre Schlein deve dimostrare che un accordo resta possibile.
Gori contro Conte: l’unità ha un prezzo che il Pd non deve pagare
L’assemblea nazionale dei riformisti, intitolata “Cambiare!”, è stata convocata per discutere di crescita, imprese, lavoro, Europa e proposta di governo. La scelta di Prato richiama anche i problemi di un territorio manifatturiero esposto alla concorrenza internazionale e ai costi dell’energia. (Tv Prato)
Ma negli interventi riportati dal Fatto Quotidiano il rapporto con il Movimento 5 Stelle occupa un posto centrale.
Gori considera inaccettabili alcune proposte pentastellate, a partire dall’interruzione degli aiuti militari all’Ucraina. E contesta il rapporto di forza che, a suo giudizio, Conte sta cercando di costruire: il Pd non dovrebbe subire l’egemonia di un partito che, nelle parole dell’europarlamentare, ha «la metà dei suoi voti».
È una rivendicazione politica del peso democratico nell’alleanza, non soltanto una polemica sulle percentuali. La questione è se quel peso si traduca nella capacità di orientare il programma o se possa essere neutralizzato dai veti di un alleato.
«L’unità va bene ma non a ogni costo», aggiunge Gori. Per l’area riformista esiste dunque un limite alla mediazione: tenere insieme la coalizione non può diventare un obiettivo superiore a qualunque scelta di merito. (Il Fatto Quotidiano)
Quartapelle allarga lo scontro: nel mirino anche la maggioranza dem
Lia Quartapelle porta la critica oltre il dossier ucraino. Accusa Conte di voler imporre all’alleanza le politiche del M5s, dal rapporto con la giustizia alla lettura delle crisi internazionali. E contesta la coerenza fra alcune posizioni attuali del leader pentastellato e le scelte compiute quando guidava il governo.
È un attacco politico esplicito: secondo la deputata, il centrosinistra rischia di assumere le parole d’ordine del Movimento senza discuterne fino in fondo efficacia, costi e conseguenze.
Il richiamo al Superbonus serve a sostenere questa critica. Ma il precedente va ricostruito senza cancellare le responsabilità condivise: il provvedimento nacque durante il secondo governo Conte, del quale faceva parte anche il Pd. Non può quindi essere descritto come una scelta estranea alla storia di governo dei democratici.
Quartapelle non risparmia però neppure l’attuale maggioranza del partito, nella quale vede una tendenza a «estremizzare le posizioni». La richiesta che il Pd torni a riconoscersi pienamente nelle proprie proposte investe quindi due rapporti: quello con Conte e quello fra la minoranza riformista e la segreteria Schlein. (Il Fatto Quotidiano)
Conte arriva al tavolo con il voto della base
La rigidità del Movimento non nasce soltanto dalle dichiarazioni del suo presidente.
Nel percorso programmatico di Nova, concluso il 20 settembre, il punto contrario alla prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina ha ottenuto il 91,7% dei consensi nella consultazione interna. È un risultato fra i partecipanti al voto pentastellato: non misura l’opinione dell’intero elettorato italiano, né quella di tutti gli elettori del centrosinistra.
Per Conte rappresenta comunque un mandato da portare al negoziato. La proposta sostiene che occorra cambiare l’approccio italiano ed europeo alla guerra e attribuisce alla prosecuzione delle forniture militari un effetto contrario alla pace. (RaiNews)
Nei giorni successivi, il presidente del M5s ha confermato di voler arrivare a un accordo coerente con quel mandato. La disponibilità a sedersi al tavolo, dunque, non è stata accompagnata dall’annuncio di una rinuncia alla posizione sulle armi. (ANSA)
Qui si vede il problema della consultazione prima della trattativa: rafforza la legittimazione del leader dentro il proprio partito, ma può restringerne il margine quando deve negoziare con gli altri. Un compromesso diventa più difficile da spiegare se la posizione di partenza è stata presentata come irrinunciabile.
Lo stesso vale, sul versante opposto, per il confine tracciato dai riformisti. Più aumentano le condizioni dichiarate intoccabili, più diventa stretto lo spazio nel quale Schlein può cercare un’intesa.
Schlein non ha rinunciato al sostegno all’Ucraina
Descrivere la segretaria come già allineata a Conte sarebbe scorretto. Schlein ha ribadito il sostegno al popolo ucraino e ha rivendicato la necessità di proseguirlo mentre si lavora per una svolta negoziale. Parallelamente, continua a sostenere che il programma comune debba nascere dal confronto fra tutte le forze dell’alleanza. (RaiNews)
La sua posizione sulla difesa europea introduce inoltre una distinzione che il dibattito spesso comprime: Schlein sostiene una difesa comune dell’Unione, criticando invece l’aumento scoordinato delle spese militari nazionali. Opporsi a quella modalità di riarmo non equivale automaticamente a chiedere l’interruzione degli aiuti a Kiev. (La Repubblica)
La difficoltà della segretaria riguarda la traduzione di queste posizioni in un accordo sottoscrivibile anche dal M5s.
Finché si parla di pace, diplomazia e sostegno agli ucraini, una formulazione condivisa può apparire possibile. Quando bisogna decidere se autorizzare o interrompere una fornitura militare, però, le parole generali non bastano.
Il programma dovrà dire che cosa farebbe un governo di centrosinistra davanti a una richiesta concreta di aiuto militare di Kiev. È su quella risposta che si misurerà la consistenza della mediazione.
Il disaccordo riguarda il modo di arrivare alla pace
Ridurre il confronto a una divisione fra chi vuole la pace e chi vuole la guerra impedisce di comprenderne il contenuto.
Il M5s sostiene che fermare le forniture militari favorirebbe un cambio di strategia e una soluzione diplomatica. I riformisti ritengono invece indispensabile continuare a sostenere la capacità ucraina di difendersi, anche per evitare che un eventuale negoziato si svolga in condizioni di maggiore debolezza per Kiev.
Sono valutazioni diverse sul rapporto fra difesa e diplomazia. Nessuna formula elettorale può farle coincidere automaticamente.
Per una coalizione che aspira a governare, la questione comprende inoltre la prevedibilità delle decisioni italiane verso gli alleati e verso l’Ucraina. Il dissenso è legittimo; lasciarlo irrisolto fino all’ingresso a Palazzo Chigi significherebbe però trasferire il conflitto dal programma alle decisioni di governo.
Da questo punto di vista, il confronto aperto prima del voto può essere utile. Lo diventa se produce una scelta comprensibile agli elettori, anziché un testo abbastanza ambiguo da consentire a ciascuno di rivendicare il contrario dell’altro.
Delrio richiama tutti al merito: i veti non fanno un governo
Graziano Delrio invita a definire l’alleanza attraverso le cose che si vogliono fare e critica il metodo dei veti. Il suo intervento permette di leggere la giornata senza ridurla a una semplice contrapposizione personale con Conte.
Il problema, osserva l’ex ministro, è avere idee chiare su alcune questioni quando si arriva al governo. La simpatia o l’antipatia fra leader non è il criterio con cui costruire una maggioranza. (Il Fatto Quotidiano)
È un richiamo che riguarda entrambe le parti. Conte deve chiarire quale compromesso considererebbe compatibile con il mandato ricevuto. I riformisti devono spiegare quali condizioni renderebbero praticabile l’intesa con i Cinque Stelle.
Schlein, infine, deve dimostrare che il confronto può produrre una decisione. La promessa di trovare un accordo non può sostituire indefinitamente l’accordo stesso.
Le primarie non possono risolvere tutto
Sullo sfondo resta la scelta del candidato alla guida della coalizione. Quartapelle chiede primarie partecipate e in presenza; il nome di Gori circola nelle ricostruzioni politiche come possibile candidatura dell’area riformista, ma non va confuso con una candidatura formalmente annunciata. (Domani)
Prima ancora dei nomi, però, c’è una divergenza sul significato della consultazione.
Già in agosto Conte aveva collegato la scelta della linea sull’Ucraina alle primarie. Schlein aveva replicato che prima occorre un programma condiviso: il vincitore deve guidare l’intera alleanza, non applicare soltanto le posizioni del proprio partito. (Sky TG24)
La distinzione è sostanziale. Se il programma viene concordato prima, le primarie scelgono chi lo rappresenta. Se invece la linea politica dipende dal vincitore, ogni partito deve accettare la possibilità di governare secondo scelte che oggi dichiara inaccettabili.
Senza chiarire questo passaggio, anche una consultazione molto partecipata rischierebbe di scegliere il leader lasciandogli una coalizione incapace di seguirlo sulle decisioni più difficili.
Il campo largo deve scegliere che cosa vuole governare insieme
Pd, M5s e Avs hanno già individuato convergenze su diversi temi sociali, dal salario minimo alla sanità, insieme a obiettivi comuni in altri ambiti. La presenza di queste basi spiega perché il progetto unitario continui nonostante lo scontro. (Sky TG24)
Ma una convergenza su più punti non cancella automaticamente una divergenza sulla politica estera, soprattutto durante una guerra.
La giornata di Prato rende visibile la pressione sulla segretaria: se accogliesse la condizione di Conte sulle armi, incontrerebbe l’opposizione esplicita dei riformisti; se la respingesse senza trovare una mediazione, sarebbe il rapporto con il M5s a entrare in difficoltà. Non è una rottura già consumata, ma è un conflitto che non può più essere trattato come un dettaglio.
Il rischio per Schlein è che ogni concessione fatta per tenere unita la coalizione apra una divisione nel suo partito. Il rischio per Conte è trasformare il mandato della propria base in una condizione che gli alleati non possono accettare.
A entrambi spetta ora una risposta che vada oltre la volontà di battere Giorgia Meloni: spiegare agli elettori quale decisione prenderebbero insieme il giorno dopo una vittoria.
Fonti
- Il Fatto Quotidiano, gli interventi di Gori, Quartapelle e Delrio all’assemblea dei riformisti di Prato, 26 settembre 2026.
- Tv Prato, programma e obiettivi dell’assemblea “Cambiare!”.
- RaiNews, il voto di Nova sulle armi all’Ucraina.
- ANSA, le condizioni di Conte per il confronto sul programma.
- RaiNews, Schlein sul sostegno all’Ucraina e sul programma comune.
- La Repubblica, la posizione di Schlein sulla difesa europea.
- Sky TG24, il confronto fra Conte e Schlein sul rapporto fra primarie e programma.
