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IL RETROSCENA

Christine Lagarde, dietro l’addio il fattore Macron: già partita la corsa alla successione alla Bce

Dietro l’uscita anticipata della presidente della Banca centrale europea si intrecciano il calendario politico francese, le ambizioni personali e il difficile negoziato per gli incarichi economici europei. Ma la vera posta in gioco è l’autonomia della banca centrale in una fase di crescente instabilità.

La successione alla guida della Banca centrale europea comincia prima del previsto e rischia di trasformarsi in una delle partite politiche più delicate dei prossimi mesi. L’annuncio dell’uscita anticipata di Christine Lagarde, che lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, apre infatti uno spazio negoziale nel quale si sovrappongono almeno tre questioni: il futuro politico della Francia, la distribuzione delle principali responsabilità economiche europee e il ruolo che la stessa Lagarde potrebbe assumere dopo Francoforte. Non si tratta soltanto di individuare il nome del prossimo presidente della Bce.

La tempistica della decisione modifica il calendario delle trattative e costringe i governi a confrontarsi prima con una scelta che, in condizioni ordinarie, sarebbe maturata più avanti. Ed è proprio questo anticipo a rendere la vicenda politicamente significativa.

Macron e il fattore Le Pen

La prima chiave di lettura è francese. Come scrive giustamente Federico Fubini su «Il Corriere della Sera», Emmanuel Macron si avvicina alla conclusione del proprio mandato presidenziale mentre il quadro politico nazionale resta segnato dalla possibilità di una vittoria dell’estrema destra. In questo contesto, la successione alla Bce non è una nomina qualsiasi: significa contribuire a determinare chi guiderà per otto anni una delle istituzioni più influenti dell’Unione europea. Se la procedura fosse stata avviata soltanto in prossimità della scadenza naturale di Lagarde, la scelta avrebbe potuto coinvolgere una leadership francese diversa da quella attuale. Anticipare i tempi permette invece a Macron di partecipare direttamente alla fase decisiva del confronto, quando il suo peso negoziale è ancora quello del presidente in carica.

Intendiamoci, la presidenza della Bce non è una carica assegnata unilateralmente da Parigi e nessun governo dispone di un diritto formale di veto individuale sulla nomina. Tuttavia, gli equilibri tra i grandi Paesi restano determinanti: scegliere un presidente della banca centrale contro la netta opposizione di una delle principali potenze europee sarebbe politicamente costoso. Per Macron, dunque, la questione è duplice. Da una parte, preservare l’influenza francese nelle istituzioni europee; dall’altra, evitare che la successione diventi terreno di scontro con un eventuale governo guidato da Marine Le Pen. La possibilità che il calendario delle dimissioni risponda anche a questa esigenza è una delle interpretazioni politiche da considerare, pur senza confonderla con una motivazione ufficiale.

Il futuro di Lagarde oltre Francoforte

C’è poi una seconda spiegazione, che riguarda direttamente la presidente uscente. Il nome di Lagarde nelle scorse settimane è stato associato da diversi quotidiani italiani e stranieri alla possibilità di assumere la guida del World Economic Forum, l’organizzazione internazionale che riunisce a Davos esponenti della politica, della finanza e dell’economia globale. Se questa prospettiva fosse concreta, il tempismo dell’uscita acquisterebbe un significato diverso. Attendere la conclusione naturale del mandato avrebbe potuto restringere le opportunità professionali disponibili, mentre un addio anticipato consentirebbe di valutare una nuova destinazione senza sovrapporre troppo a lungo i due percorsi.

Il passaggio, tuttavia, non sarebbe privo di implicazioni. La presidenza della Bce richiede indipendenza, credibilità e una disponibilità costante a confrontarsi con decisioni che incidono sui risparmi, sul credito e sulle condizioni finanziarie di centinaia di milioni di cittadini. La guida di un’organizzazione come il Wef appartiene invece a un ambiente nel quale dialogano grandi imprese, investitori, governi e istituzioni internazionali. Sono ruoli distanti, con missioni e responsabilità diverse. Per questo un eventuale trasferimento da Francoforte a Davos alimenterebbe una discussione sull’opportunità di lasciare in anticipo un incarico pubblico di tale rilievo.

La vera partita si gioca tra Parigi e Berlino

La successione alla presidenza, inoltre, non può essere separata dalla distribuzione degli altri incarichi economici europei. Nel comitato esecutivo della Bce, il presidente è soltanto una delle figure che contribuiscono a definire l’indirizzo dell’istituzione. La responsabilità dell’economia e quella delle operazioni di mercato hanno un peso particolare nella preparazione delle decisioni e nella loro attuazione. Francia e Germania hanno entrambe interesse a influenzare questo equilibrio. Per Parigi, la possibilità di ottenere una posizione economica di primo piano potrebbe compensare almeno in parte la perdita della presidenza della Bce. Berlino, dal canto suo, dovrà valutare non soltanto le caratteristiche del candidato alla successione di Lagarde, ma anche la composizione complessiva della squadra dirigente. È in questa combinazione che il negoziato può diventare più complesso. Un presidente proveniente dalla Spagna, per esempio, potrebbe rappresentare una soluzione credibile sul piano tecnico, ma la sua nomina andrebbe letta insieme alle altre responsabilità assegnate ai principali Paesi.

Non conta soltanto chi siede al vertice: conta anche come vengono distribuiti gli strumenti con cui si costruiscono le analisi economiche e si gestiscono gli interventi sui mercati. Tra i nomi indicati come possibili successori figurano Pablo Hernández de Cos, già governatore della Banca di Spagna e oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali, e Klaas Knot, ex governatore della banca centrale olandese. Entrambi possono vantare esperienza monetaria e conoscenza dei meccanismi finanziari internazionali. La competizione, però, non si esaurisce nei curriculum.

Il profilo tecnico resta indispensabile, ma difficilmente basterà da solo a determinare l’esito della scelta. I governi dovranno trovare un’intesa che tenga insieme credibilità sui mercati, indipendenza istituzionale e rappresentanza degli equilibri europei. E, se il confronto tra Parigi e Berlino dovesse irrigidirsi, non si può escludere che torni in discussione anche l’ipotesi di un candidato alternativo.

Il rischio di una transizione prolungata

Un elemento decisivo è il tempo. Come sempre, del resto. In una fase segnata da conflitti internazionali, rischi inflazionistici, tensioni commerciali e volatilità finanziaria, l’Europa ha bisogno di una leadership monetaria riconoscibile e di un processo di transizione ordinato. La questione non è soltanto evitare un vuoto al vertice. È impedire che l’attesa del successore diventi una variabile aggiuntiva per i mercati e per i governi. Quanto più a lungo resteranno aperti i giochi sulle nomine, tanto maggiore sarà il rischio che la scelta venga interpretata attraverso le rivalità nazionali anziché sulla base delle competenze dei candidati.

Una decisione rapida, al contrario, permetterebbe al nuovo presidente di prepararsi all’incarico e ai governi di concentrare il confronto sulle priorità economiche. La credibilità della transizione dipenderà però dalla qualità dell’intesa raggiunta, non dalla sola velocità dell’annuncio.

La posta in gioco è più grande di Lagarde

L’uscita anticipata della presidente della Bce può essere letta, dunque, attraverso due piani distinti ma convergenti: la convenienza politica di Macron a partecipare alla successione prima delle elezioni francesi e la possibilità che Lagarde abbia interesse ad aprire una nuova fase professionale. Sono interpretazioni che aiutano a spiegare la tempistica, ma ovviamente non dimostrano da sole quali siano state le motivazioni determinanti della decisione. La partita più importante si svolge adesso.

Hernández de Cos e Knot rappresentano due profili già riconoscibili, ma il confronto resta legato alla capacità dei governi di trovare un equilibrio più ampio, eventualmente anche attraverso un terzo candidato. Francia e Germania avranno un ruolo centrale, senza poter ignorare le aspettative degli altri Stati membri e la necessità di preservare la credibilità della banca centrale.

Un banco di prova per la politica europea

La successione di Lagarde sarà un banco di prova per la politica europea: dovrà dimostrare che le trattative tra governi possono produrre una leadership autorevole senza trasformare la Bce in un terreno di compensazioni nazionali. Perché, al di là delle ragioni personali o dei calcoli elettorali che possono aver accelerato l’uscita della presidente, il vero problema non è chi arriverà a Francoforte. È con quale grado di indipendenza, autorevolezza e fiducia dei mercati il prossimo presidente potrà esercitare il proprio mandato.