Doveva essere una manifestazione contro il rischio che la lotta all’antisemitismo potesse trasformarsi in una limitazione della critica politica a Israele. È diventata, almeno per qualche minuto e attraverso alcune immagini destinate inevitabilmente a circolare, anche qualcosa di molto diverso. Al presidio organizzato il 9 settembre nei pressi di Montecitorio contro il disegno di legge sull’antisemitismo sono comparsi vessilli riconducibili a Hamas, Hezbollah e al Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
La loro presenza ha provocato tensioni persino tra gli stessi manifestanti. Quando è stata esposta una bandiera di Hezbollah, secondo le ricostruzioni diffuse dalla piazza, alcuni partecipanti hanno tentato di farla rimuovere mentre altri si sono opposti. Un particolare tutt’altro che secondario: non ci sono elementi per attribuire quei simboli agli organizzatori del presidio o alle oltre 250 associazioni che hanno aderito alla mobilitazione. Al contrario, il contrasto nato in piazza dimostra che anche tra i presenti esisteva una frattura evidente su quei vessilli.
Ma politicamente il danno è fatto. Perché Hamas è inserita dall’Unione europea nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, così come il Fronte popolare per la liberazione della Palestina; per Hezbollah la designazione europea riguarda formalmente la sua ala militare. Portare quei simboli proprio davanti al Parlamento durante una protesta contro una legge destinata a contrastare l’antisemitismo significa consegnare ai sostenitori del provvedimento un’immagine potentissima.
Ed è proprio questa contraddizione a rendere la giornata di Montecitorio qualcosa di più di una semplice manifestazione.
Oltre 250 sigle contro il ddl: da Amnesty ai Giovani Democratici
La mobilitazione è stata promossa dalla Rete #NoBavaglio e sostenuta da oltre 250 organizzazioni, con iniziative annunciate anche in decine di altre città italiane. L’elenco è estremamente eterogeneo e comprende realtà come Amnesty International Italia, Arci, Federazione nazionale della stampa italiana, Articolo 21, FLC-Cgil, associazioni pacifiste, movimenti pro Palestina e organizzazioni del mondo della scuola e dell’università.
Tra le adesioni figurano anche Giovani Democratici di Roma, realtà legate al Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista e sezioni dell’Anpi, oltre ad alcune organizzazioni ebraiche apertamente critiche nei confronti del governo israeliano, come Laboratorio Ebraico Antirazzista e Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace.
La piattaforma della protesta sostiene che il disegno di legge rischi di trasformare la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) in uno strumento capace di limitare la libertà di espressione, la ricerca accademica, l’informazione e la possibilità di contestare le politiche israeliane.
Lo slogan scelto è netto: «Criticare Israele non è antisemitismo».
Ed è un principio sul quale, in realtà, anche la stessa definizione IHRA contiene una precisazione importante.
Cosa dice davvero il ddl antisemitismo
Per comprendere lo scontro bisogna partire dal testo effettivamente in discussione, perché una parte della polemica politica sta sovrapponendo al provvedimento attuale disposizioni presenti nelle versioni precedenti e poi eliminate.
Il disegno di legge, nato da una proposta del capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo e successivamente modificato attraverso il confronto tra diverse iniziative parlamentari, è stato approvato dal Senato il 4 marzo 2026 con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astensioni. È ora all’esame della Camera come proposta di legge A.C. 2830.
Il testo stabilisce innanzitutto che la Repubblica italiana ripudia ogni forma di antisemitismo e adotta, ai fini della legge, la definizione operativa elaborata dall’IHRA nel 2016 insieme ai relativi indicatori.
Ma contiene anche una clausola esplicita che tutela «la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione» nel rispetto della Costituzione.
Soprattutto, il testo arrivato alla Camera non introduce nuovi reati né nuove sanzioni penali. È stato inoltre eliminato durante l’esame al Senato un articolo che avrebbe potuto incidere sullo svolgimento delle manifestazioni pubbliche proprio per evitare possibili conflitti con la libertà di espressione e di protesta.
Su questo specifico punto, quindi, la replica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane trova riscontro nel testo parlamentare: presentare il ddl come una norma che introduca direttamente nuove pene per chi critica Israele non corrisponde a ciò che oggi è scritto nella legge.
Allora perché una parte del mondo dell’informazione e delle associazioni protesta?
La questione è più sottile.
Il provvedimento non crea un reato di “critica a Israele”, ma rende la definizione IHRA un riferimento legislativo per una serie di politiche pubbliche contro l’antisemitismo.
La strategia prevista dal testo comprende il monitoraggio degli episodi antisemiti, misure contro il linguaggio d’odio online con il coinvolgimento dell’Agcom, attività formative nelle scuole, iniziative nelle università e l’istituzionalizzazione del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.
È su questa applicazione concreta che si concentrano i timori dei contrari.
Secondo i promotori della protesta, utilizzare per legge gli indicatori IHRA potrebbe produrre un effetto di autocensura anche senza introdurre direttamente sanzioni penali: università, scuole, associazioni, giornali o piattaforme potrebbero infatti adottare interpretazioni particolarmente estensive per evitare il rischio di essere accusati di antisemitismo.
Non è quindi corretto sostenere che il ddl stabilisca direttamente che criticare Israele sia un reato. Ma è altrettanto riduttivo liquidare l’intero dibattito sulla libertà di espressione come completamente inventato: il vero confronto riguarda il modo in cui una definizione originariamente concepita come “non giuridicamente vincolante” verrà utilizzata una volta inserita in una legge dello Stato.
Il nodo della definizione IHRA
La definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance è molto breve: descrive l’antisemitismo come una determinata percezione degli ebrei che può manifestarsi attraverso odio nei loro confronti.
Il punto controverso sono soprattutto gli undici esempi esplicativi che accompagnano la definizione.
Sette fanno riferimento, in forme differenti, anche a Israele. Tra gli esempi potenzialmente riconducibili all’antisemitismo figurano la negazione del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, l’applicazione a Israele di standard che non vengono richiesti ad altri Stati democratici, l’utilizzo di simboli dell’antisemitismo tradizionale per rappresentare Israele, il paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista e l’attribuzione agli ebrei nel loro complesso della responsabilità per le azioni dello Stato israeliano.
Ma nello stesso documento compare anche una precisazione fondamentale: «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite».
La definizione IHRA, quindi, non afferma che criticare Netanyahu, denunciare le operazioni militari israeliane a Gaza, contestare gli insediamenti in Cisgiordania o sostenere la nascita di uno Stato palestinese costituisca di per sé antisemitismo.
La disputa riguarda piuttosto dove collocare la linea di confine.
Esiste anche una definizione alternativa: la Dichiarazione di Gerusalemme
Proprio le controversie sull’IHRA hanno spinto nel 2021 centinaia di studiosi di antisemitismo, storia e Medio Oriente a elaborare la Jerusalem Declaration on Antisemitism, la Dichiarazione di Gerusalemme.
La sua definizione è più circoscritta: considera antisemitismo la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei o contro istituzioni ebraiche in quanto tali.
Sul rapporto con Israele la Dichiarazione di Gerusalemme adotta criteri differenti dall’IHRA. Stabilisce espressamente che criticare il sionismo, sostenere soluzioni politiche diverse dai due Stati, accusare Israele di discriminazione sistematica o promuovere campagne di boicottaggio non costituisce automaticamente antisemitismo.
È questa l’impostazione sostenuta da una parte delle associazioni scese in piazza a Roma.
Lo scontro, dunque, non è tra chi ritiene che l’antisemitismo esista e chi lo nega. Tra gli oppositori del ddl ci sono anche associazioni e intellettuali ebrei. Il conflitto riguarda quale definizione debba essere utilizzata dalle istituzioni e fino a che punto essa possa estendersi alle forme contemporanee di antisionismo radicale.
Le bandiere di Hamas cambiano però completamente il problema
È qui che quanto avvenuto al presidio rende il dibattito molto più difficile per gli oppositori della legge.
Una bandiera palestinese rappresenta un popolo e una causa nazionale. Una bandiera di Hamas non è la stessa cosa.
Hamas è l’organizzazione islamista che controllava Gaza ed è responsabile dell’attacco del 7 ottobre 2023, nel quale furono uccise circa 1.200 persone in Israele e centinaia vennero sequestrate. L’Unione europea mantiene Hamas, compresa la sua ala militare delle Brigate al-Qassam, nell’elenco delle organizzazioni sottoposte alle misure antiterrorismo.
Nello stesso elenco europeo compare il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Per Hezbollah, movimento politico e militare libanese sostenuto dall’Iran, l’Unione europea mantiene invece formalmente nella lista terroristica la sua ala militare.
Ciò non significa che la semplice presenza di una bandiera consenta automaticamente di attribuire un reato a chiunque la esponga: il rilievo penale dipende dal comportamento concreto, dal contesto e dall’eventuale apologia o istigazione. Ma sul piano politico il significato del simbolo rimane enorme.
Soprattutto quando quel vessillo viene portato a una manifestazione che vuole dimostrare che solidarietà con la Palestina e antisemitismo sono due cose differenti.
La tensione tra i manifestanti è un particolare decisivo
Proprio per questo sarebbe scorretto trasformare quelle bandiere nella rappresentazione dell’intera piazza.
Le oltre 250 organizzazioni che hanno aderito alla mobilitazione comprendono associazioni per i diritti umani, sindacati, giornalisti, realtà cattoliche, gruppi ebraici, organizzazioni studentesche e forze politiche. Non risulta che gli organizzatori abbiano inserito il sostegno a Hamas o Hezbollah nella piattaforma della manifestazione.
Anzi, la tensione nata quando alcuni partecipanti hanno cercato di togliere uno dei vessilli mostra esattamente il contrario: una parte della piazza evidentemente considerava quella presenza incompatibile con il significato del presidio.
Attribuire automaticamente ai Giovani Democratici, all’Anpi, alla Fnsi, ad Amnesty o alle altre organizzazioni aderenti il significato politico di una bandiera esposta da singoli manifestanti sarebbe quindi una forzatura.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che il problema non esista.
Quando simboli di Hamas o Hezbollah entrano in una manifestazione politica, chi organizza quella manifestazione deve inevitabilmente scegliere se prenderne le distanze oppure accettare che quelle immagini finiscano per caratterizzare mediaticamente l’intera iniziativa.
L’Ucei: «Inaccettabile manomettere i fatti»
La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Livia Ottolenghi, ha respinto con decisione la definizione di “norma-bavaglio” utilizzata dai promotori.
Secondo Ottolenghi, il testo non introduce censura, nuovi poteri repressivi o nuove sanzioni e mantiene espressamente la possibilità di criticare qualsiasi governo, compreso quello israeliano. Presentarlo come un attentato alla libertà di stampa e di opinione significa, secondo la presidente Ucei, «manomettere i fatti».
La posizione è condivisa dalla maggioranza che sostiene la legge.
Maurizio Gasparri ha sottolineato che il ddl non prevede inasprimenti delle sanzioni penali e che la crescita degli episodi antisemiti rende necessario un segnale chiaro del Parlamento. Il deputato di Forza Italia Andrea Orsini ha invece attaccato soprattutto la presenza dei Giovani Democratici e delle associazioni partigiane alla protesta.
Dalla parte opposta, il capogruppo M5S alla Camera Riccardo Ricciardi considera il ddl una «operazione politica-mediatica» destinata a colpire le manifestazioni per Gaza e sostiene che sia necessario proteggere la possibilità di criticare duramente il governo israeliano.
Il ddl ha già spaccato il Partito Democratico
Il tema attraversa anche il centrosinistra.
Quando il provvedimento è stato votato al Senato, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si sono schierati contro, mentre la maggioranza dei senatori del Pd ha scelto l’astensione. Una parte dell’area riformista democratica ha però votato a favore.
La stessa divisione si sta riproducendo alla Camera.
Nel Pd c’è chi considera la definizione IHRA uno strumento necessario per intercettare le forme contemporanee dell’antisemitismo e chi teme invece che il suo inserimento nella legislazione possa restringere progressivamente il confine della critica legittima a Israele.
La presenza dei Giovani Democratici al presidio rende questa frattura ancora più evidente.
E le bandiere viste in piazza rischiano adesso di rendere molto più difficile la posizione di chi, dentro il Pd, vorrebbe opporsi alla legge o modificarla ulteriormente.
La distinzione che rischia di scomparire
Il problema più serio è che nel dibattito italiano stanno progressivamente sovrapponendosi tre questioni che dovrebbero invece rimanere distinte.
La prima è l’antisemitismo, cioè l’odio, il pregiudizio e la discriminazione contro gli ebrei.
La seconda è la critica allo Stato di Israele e al suo governo, che può essere anche durissima e rimane parte della normale libertà politica.
La terza è il sostegno o la giustificazione di organizzazioni che utilizzano il terrorismo contro i civili.
Confondere la prima con la seconda significa rischiare di trasformare qualsiasi critica a Israele in antisemitismo. Ma confondere la seconda con la terza produce l’errore opposto: presentare qualsiasi simbolo o forma di sostegno a Hamas come una semplice manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese.
Sono entrambe semplificazioni pericolose.
Si può denunciare ciò che accade a Gaza, contestare il governo Netanyahu, chiedere sanzioni contro Israele, sostenere uno Stato palestinese e criticare il sionismo senza sostenere Hamas. Allo stesso modo, combattere l’antisemitismo non richiede di considerare illegittima ogni contestazione delle politiche israeliane.
È proprio la capacità di mantenere questa distinzione che oggi sembra diventare sempre più difficile.
Il paradosso politico della piazza di Montecitorio
Alla fine il vero effetto delle bandiere apparse davanti alla Camera potrebbe essere esattamente l’opposto di quello cercato dai manifestanti.
Gli organizzatori volevano dimostrare che una legge costruita attorno alla definizione IHRA rischia di restringere lo spazio del dissenso legittimo su Israele. La presenza di vessilli riconducibili ad Hamas, Hezbollah e al Fronte popolare offre invece ai sostenitori del ddl la possibilità di sostenere che il problema denunciato dalla legge sia già davanti agli occhi di tutti.
Non dimostra che le oltre 250 sigle presenti sostengano quelle organizzazioni. Non dimostra neppure che le critiche rivolte al ddl siano infondate.
Dimostra però quanto sia diventato sottile il confine sul quale si sta giocando questa discussione.
La critica a Israele non è automaticamente antisemitismo. La solidarietà con i palestinesi non è sostegno a Hamas. E combattere l’antisemitismo non significa rendere intoccabile un governo israeliano.
Ma proprio per difendere queste distinzioni serve essere altrettanto chiari quando, in una piazza democratica, compaiono i simboli di organizzazioni responsabili o sostenitrici della violenza terroristica.
Altrimenti il rischio è che siano quelle bandiere, e non le ragioni della manifestazione, a decidere il significato politico della giornata.
