Sono trascorsi esattamente dieci anni dalla notte in cui il terremoto cancellò gran parte di Amatrice, ma il cuore del paese non è ancora tornato a vivere. Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6.0 colpì il Centro Italia, devastando un’area compresa tra Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria. Morirono 299 persone, 237 delle quali ad Amatrice, e altre 388 rimasero ferite. Oggi, a un decennio di distanza, intorno alla Torre Civica restaurata ci sono ancora cantieri, recinzioni e grandi spazi vuoti dove un tempo sorgevano case, chiese e negozi. Nel vecchio centro non abita più nessuno e persino il cimitero porta ancora i segni della distruzione. La ricostruzione procede, ma il dato ufficiale del 40% comprende anche progetti semplicemente approvati o avviati. Più di mille dei poco più di 2mila residenti continuano intanto a vivere nelle Soluzioni abitative in emergenza, le casette prefabbricate che avrebbero dovuto accompagnare soltanto temporaneamente il ritorno alla normalità.
La notte del 24 agosto che cancellò interi paesi
La prima scossa arrivò alle 3.36 del 24 agosto 2016. L’epicentro interessò un territorio montano nel quale diversi borghi subirono distruzioni gravissime. Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto furono tra i centri maggiormente colpiti.
Quella notte morirono 299 persone. Nei mesi successivi la terra continuò a tremare: il 26 e il 30 ottobre si verificarono altre due fortissime scosse, la seconda persino più potente di quella di agosto. Non provocarono nuove vittime perché gli abitanti delle zone più pericolose erano già stati evacuati. Nel gennaio 2017 altre quattro scosse completarono la distruzione di molti edifici già gravemente danneggiati.
Ad Amatrice il bilancio fu particolarmente drammatico: 237 morti. Soltanto 91 erano residenti, mentre gli altri erano turisti o persone originarie della zona tornate nelle seconde case durante l’estate.
La Torre Civica restaurata, intorno il vuoto
Dieci anni dopo, uno dei pochi simboli del centro storico tornati alla vita è la Torre Civica duecentesca. È stato ripristinato anche il suo orologio, rimasto per anni fermo alle 3.36, l’ora che aveva diviso per sempre la storia di Amatrice in un prima e un dopo.
Ma basta guardarsi intorno per comprendere quanto la ricostruzione del borgo sia ancora lontana dalla conclusione.
Dove esisteva il tessuto urbano fatto di abitazioni, botteghe, edifici religiosi e strade, oggi prevalgono cantieri, aree recintate e spazi liberati dalle macerie. L’accesso alla zona è limitato agli operai, alle forze dell’ordine e ai mezzi autorizzati.
Il centro che prima del terremoto era stato inserito tra i borghi più belli d’Italia, oggi non ha ancora recuperato la sua funzione più elementare: essere un luogo nel quale vivere.
Persino il cimitero è ancora un cantiere
Forse l’immagine più dura di ciò che resta del terremoto si trova nel cimitero. Anche lì la ricostruzione non è terminata.
Ci sono cappelle familiari ancora puntellate, altre ricostruite e altre sulle quali gli operai continuano a lavorare. Lapidi e materiali recuperati sono stati accatastati durante le lunghe operazioni necessarie a ricomporre le sepolture danneggiate dal sisma.
Per mesi, dopo il terremoto, loculi, sarcofagi e cassette di zinco rimasero sotto le macerie o all’aperto. Molte tombe sono state successivamente ricomposte, ma non tutte hanno recuperato un’identità.
Su alcuni loculi compare ancora una scritta impressionante: «Salma priva di dati identificativi (lapide divelta dal sisma)».

Le 237 vittime di Amatrice
Nel cimitero sono sepolte anche molte delle persone morte il 24 agosto. Non esiste necessariamente un riferimento esplicito al terremoto sulle lapidi: a unirle è soprattutto la stessa data di morte.
Il fatto che la scossa sia arrivata nella notte tra martedì e mercoledì contribuì probabilmente a evitare un bilancio ancora peggiore. Amatrice era una località di villeggiatura molto frequentata durante l’estate e soprattutto nei fine settimana.
Il terremoto colpì comunque una comunità molto più numerosa rispetto alla popolazione stabilmente residente, portando via 237 persone soltanto nel territorio di Amatrice.
Le opere salvate dalle macerie
Una parte di ciò che apparteneva alle chiese e agli edifici storici distrutti è stata recuperata e conservata nel nuovo museo cittadino, costruito in legno all’interno del parco comunale e intitolato a Floriana Svizzeretto, direttrice del museo morta durante il terremoto.
Sono state salvate statue provenienti dalle chiese, un pulpito ligneo della chiesa di San Francesco, una colonna risalente al XII secolo e alcune stele di epoca romana emerse dalle macerie.
La restauratrice Brunella Fratoddi ha raccontato il lavoro necessario per impedire che alcuni reperti venissero accidentalmente rimossi insieme ai detriti durante le operazioni di demolizione e sgombero.
Dentro il museo si trova anche un plastico che restituisce l’immagine di ciò che Amatrice era prima del sisma: le mura, le sei porte del borgo antico, cinque conventi e venti chiese.
«Ad Amatrice non viene più nessuno»
La distruzione non ha cancellato soltanto gli edifici. Ha modificato profondamente anche l’economia e l’identità del territorio.
Prima del sisma Amatrice era una destinazione di villeggiatura. Molte famiglie originarie della zona tornavano durante l’estate, i bambini trascorrevano periodi con i nonni e nei fine settimana arrivavano turisti ed escursionisti.
«Ora il turismo dei borghi è finito e ad Amatrice non viene più nessuno», racconta Giovanni Apa, presidente dell’associazione dei ristoratori e albergatori di Amatrice.
Il terremoto ha quindi prodotto un danno che va oltre la ricostruzione materiale: ricreare gli edifici significa anche provare a ricostruire una comunità, un’economia e una ragione per continuare ad abitare quei luoghi.
Ricostruzione al 40%, ma il dato comprende anche i progetti
Secondo l’ufficio tecnico comunale, la ricostruzione avrebbe raggiunto circa il 40%. Il dato deve però essere interpretato con cautela, perché comprende non soltanto gli edifici terminati ma anche interventi avviati e progetti già approvati.
Non significa, quindi, che quattro edifici su dieci siano tornati effettivamente utilizzabili.
Finora sono state consegnate 267 abitazioni singole, tutte distribuite nelle 69 frazioni di Amatrice. Il resto del programma comprende lavori in corso o ancora nella fase progettuale per 540 complessi edilizi, 1.510 abitazioni private e venti opere pubbliche.
La spesa sostenuta ha raggiunto 680 milioni di euro, a fronte di richieste complessive per circa 1,1 miliardi.
Il nuovo ospedale non è ancora stato consegnato
Tra le opere più importanti c’è il nuovo ospedale. La struttura è costata finora quasi 43 milioni di euro, sei dei quali messi a disposizione dal governo tedesco.
Ma a dieci anni dal terremoto l’ospedale non è ancora completamente operativo. Alla fine di maggio la Regione Lazio ha stanziato un ulteriore milione e mezzo di euro per completare alcuni reparti.
È uno degli esempi della complessità della ricostruzione: non si tratta soltanto di rifare le case, ma di ricreare tutti i servizi indispensabili affinché un territorio possa tornare realmente abitabile.
Il progetto Casa Futuro nell’ex orfanotrofio
Uno dei cantieri più importanti riguarda l’ex orfanotrofio Don Minozzi, complesso razionalista degli anni Venti progettato su un’area di circa 18mila metri quadrati e di proprietà della Chiesa.
La ricostruzione, coordinata dall’architetto Stefano Boeri, rappresenta il maggiore cantiere privato del territorio. Il progetto, denominato Casa Futuro, prevede di concentrare nell’area diverse funzioni pubbliche.
Dovrebbero trovare spazio il nuovo Municipio, una biblioteca, la sede della Polizia stradale, il Museo diocesano, strutture per l’assistenza agli anziani e laboratori didattici.
L’obiettivo è creare non semplicemente un edificio, ma uno dei nuovi poli intorno ai quali ricostruire la vita collettiva di Amatrice.
Oltre mille persone vivono ancora nelle casette
Il dato forse più significativo arriva però dalla popolazione. Dei poco più di 2mila residenti, oltre mille vivono ancora nelle SAE, le Soluzioni abitative in emergenza realizzate dalla Protezione civile dopo il terremoto.
Sono piccoli villaggi composti da file di abitazioni prefabbricate in legno e acciaio, generalmente di 40, 60 o 80 metri quadrati, con un piccolo spazio esterno.
Dovevano rappresentare una sistemazione temporanea. Le strutture avrebbero dovuto essere progressivamente smantellate entro dieci anni dalla loro realizzazione.
Dieci anni sono arrivati, ma le casette sono ancora lì.
Il motivo è semplice e fotografa meglio di molti numeri lo stato della ricostruzione: non esistono abbastanza abitazioni nelle quali trasferire chi ancora ci vive.
Il paradosso degli sfratti dalle case d’emergenza
La gestione delle SAE è passata nel frattempo al Comune, che ha iniziato a inviare lettere di sgombero alle persone considerate prive dei requisiti necessari per continuare a occuparle.
Il sindaco Giorgio Cortellesi sostiene che l’amministrazione non possa trasformare una soluzione emergenziale in una forma permanente di assistenza e ricorda che il Comune avrebbe anticipato 12 milioni di euro per la manutenzione, non ancora rimborsati dalla Protezione civile.
Ma il problema diventa particolarmente delicato per chi non dispone di alternative.
Tra i destinatari degli sgomberi ci sarebbero anche giovani coppie che avevano aderito a un precedente bando comunale pensato proprio per ripopolare Amatrice.
Una coppia era rientrata dalla Spagna e adesso rischia di dover lasciare il territorio perché non trova un’abitazione in affitto.
Il rischio di un paese sempre più anziano
Il comitato cittadino “3e36”, che porta nel nome l’ora della scossa del 24 agosto 2016, denuncia che tra le persone interessate dagli sgomberi ci sarebbero anche nuclei familiari con figli minorenni.
«Se non si offrono soluzioni alternative finirà che andranno via, e ad Amatrice rimarranno solo persone anziane», avverte la presidente Sonia Santarelli.
È forse questo il rischio più grave dopo dieci anni.
Un paese può essere ricostruito materialmente anche molto lentamente. Ma se nel frattempo perde giovani, famiglie, attività economiche e servizi, quando gli edifici saranno finalmente pronti potrebbe non esserci più una comunità sufficientemente numerosa per riempirli.
Collemagrone, il villaggio dove manca perfino un bar
Il più grande dei villaggi SAE si trova a Collemagrone, frazione a circa tre chilometri dal vecchio centro di Amatrice e a mille metri di altitudine.
Le abitazioni sono ordinate, ma mancano molti degli elementi che trasformano un insieme di case in un paese. Non ci sono piazze, luoghi di aggregazione, negozi e nemmeno un bar.
Vi abitano soprattutto persone anziane e durante il giorno le strade appaiono spesso vuote.
È una condizione che racconta la differenza tra avere un tetto e ricostruire una comunità. Le SAE hanno risposto all’emergenza abitativa immediata, ma non potevano sostituire per sempre il tessuto sociale del borgo perduto.
Dieci anni dopo, Amatrice aspetta ancora di tornare Amatrice
Il terremoto durò pochi secondi. La ricostruzione sta attraversando il suo secondo decennio.
Molto è stato fatto: centinaia di abitazioni sono state consegnate nelle frazioni, sono stati investiti centinaia di milioni, il patrimonio artistico superstite è stato recuperato, l’ospedale è quasi completato e grandi cantieri stanno ridisegnando alcuni degli spazi pubblici.
Ma il centro storico rimane sostanzialmente disabitato. Più di mille persone vivono ancora nelle sistemazioni nate per l’emergenza. Il cimitero è ancora un cantiere. E accanto alla Torre Civica restaurata resta il vuoto lasciato dalle case che non ci sono più.
A dieci anni esatti dalle 3.36 del 24 agosto 2016, la questione non è più soltanto quanto tempo servirà per ricostruire gli edifici.
È capire se si riuscirà a ricostruire Amatrice prima che la comunità che dovrebbe tornarci a vivere sia definitivamente dispersa.

