Dopo mesi senza rifornimenti, elettricità e acqua corrente, nella città occupata del sud dell’Ucraina sono arrivati i primi convogli di aiuti. Previsti 25 autobus e circa 750 posti per evacuare parte della popolazione. Ma non tutti potranno partire: la priorità è portare soccorso anche a chi resterà.
Dopo oltre quattro anni di occupazione russa, a Oleshky, nel sud dell’Ucraina, è cominciata l’evacuazione della popolazione civile. Una tregua umanitaria, annunciata la settimana scorsa e diventata operativa negli ultimi giorni, ha finalmente aperto un corridoio per raggiungere la città, consegnare beni essenziali e permettere a una parte degli abitanti di lasciare un territorio diventato sempre più difficile da vivere.
I primi convogli umanitari sono arrivati venerdì mattina, dopo che giovedì erano state completate le operazioni di sminamento delle strade di accesso. Le mine rappresentavano uno degli ostacoli principali all’ingresso dei mezzi di soccorso. Ora, con il passaggio reso possibile dalla tregua, ambulanze, camion carichi di rifornimenti e autobus possono raggiungere la città. La situazione è particolarmente grave. Oleshky si trova a ridosso della linea del fronte, in un’area di circa trenta chilometri nella quale si concentrano i combattimenti. Da mesi la popolazione deve fare i conti con l’assenza di rifornimenti, elettricità e acqua corrente. Le persone ancora presenti sarebbero tra 1.500 e 2.000, molte delle quali rimaste in condizioni di forte precarietà.
Venticinque autobus per portare in salvo i civili
Il convoglio umanitario è partito da Armyansk, città occupata dai russi a circa ottanta chilometri a sud di Oleshky. Al suo interno ci sono ambulanze, camion con beni di prima necessità e 25 autobus, che mettono a disposizione complessivamente circa 750 posti per l’evacuazione.
L’operazione è coordinata dai commissari per i Diritti umani di Russia e Ucraina, Yana Lantratova e Dmytro Lubinets. Quest’ultimo ha assunto un ruolo particolarmente significativo: è stato il primo funzionario governativo ucraino a visitare territori occupati dall’inizio della guerra e sarà anche il primo a entrare in territorio russo quando accompagnerà i convogli di evacuazione.
Il percorso previsto è tutt’altro che semplice. Nonostante le posizioni controllate dall’esercito ucraino si trovino a circa cinque chilometri da Oleshky, i mezzi non potranno dirigersi direttamente verso il territorio di Kiev. Il convoglio raggiungerà invece Anapa, in Russia. Da lì, le persone che desiderano tornare in Ucraina potranno proseguire con un volo militare verso Gomel, in Bielorussia, e successivamente attraversare il confine ucraino. È un passaggio delicato anche sul piano giuridico: trasferire forzatamente gli abitanti in Russia sarebbe una violazione del diritto internazionale. La possibilità di scegliere se rientrare in Ucraina è quindi un elemento centrale dell’intera operazione.

Non tutti lasceranno la città
L’evacuazione non comporterà lo svuotamento completo di Oleshky. Le autorità ucraine prevedono che a partire siano alcune centinaia di persone, dopo le necessarie visite mediche. L’obiettivo è concludere le operazioni entro venerdì pomeriggio, ma la priorità della missione non riguarda soltanto chi vuole andarsene. Una parte degli abitanti ha deciso di restare. Per questo i convogli trasportano anche aiuti destinati a chi continuerà a vivere nella città occupata. Cibo, medicinali e beni essenziali sono indispensabili per una popolazione che da mesi affronta una situazione di emergenza senza poter contare su normali servizi e rifornimenti. La Croce Rossa internazionale sta partecipando alle operazioni e ha un ruolo nella mediazione umanitaria, che prosegue da mesi. La tregua rappresenta dunque il risultato di un lavoro diplomatico e umanitario complesso, nel quale sono intervenuti diversi soggetti.
La tregua e il gioco diplomatico intorno alla crisi
L’amministrazione statunitense ha attribuito alla first lady Melania Trump un ruolo nella negoziazione della tregua. La ricostruzione, tuttavia, è più articolata: oltre all’intervento americano, anche il papa aveva esercitato pressioni per favorire una soluzione umanitaria, mentre il Comitato internazionale della Croce Rossa lavorava da tempo per rendere possibile l’accesso alla città. Mosca ha scelto di intestare l’iniziativa a Melania Trump, presentandola come un gesto di disponibilità umanitaria. Una mossa che offre alla Russia l’occasione di mostrarsi collaborativa sul piano internazionale, senza che questo comporti un cambiamento delle proprie posizioni nei negoziati politici.
La tregua, infatti, non è collegata a un’intesa più ampia sul conflitto né rappresenta un passo avanti nei negoziati per la pace. Arriva in una fase in cui il presidente americano Donald Trump si è progressivamente riavvicinato ad alcune posizioni russe. Nei giorni precedenti all’annuncio, il suo inviato speciale Steve Witkoff aveva persino elogiato quello che aveva definito lo «spirito umanitario di Putin».

Il paradosso della missione di salvataggio russa
C’è un elemento che rende particolarmente significativa questa vicenda. La propaganda russa sta raccontando l’operazione come una missione di salvataggio della popolazione civile. Ma la crisi dalla quale gli abitanti di Oleshky devono essere soccorsi è maturata proprio durante l’occupazione russa: l’isolamento, la mancanza di rifornimenti, l’assenza di acqua ed elettricità e il progressivo deterioramento delle condizioni di vita. La tregua consente finalmente di aprire un varco in questa emergenza. È una notizia importante, soprattutto per le persone che potranno lasciare la città o ricevere assistenza dopo mesi di privazioni. Ma non significa che Oleshky sia stata liberata, né che la sua popolazione possa considerare conclusa la propria condizione di pericolo. Per qualche giorno, almeno, le armi lasciano spazio ai soccorsi. E in una città rimasta per anni intrappolata nell’occupazione e nella guerra, anche questo corridoio umanitario rappresenta una possibilità concreta di sopravvivenza.
