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“La malinconia del viaggiatore” di Jan Brokken: quando partire diventa un modo per cercarsi

Ci sono scrittori che raccontano i luoghi e scrittori che, attraverso i luoghi, raccontano le persone. Jan Brokken appartiene decisamente alla seconda categoria. Giornalista, romanziere e instancabile viaggiatore olandese, ha costruito una parte importante della propria opera inseguendo storie, biografie, tracce lasciate da artisti e intellettuali lontano dalla loro terra d’origine. In “La malinconia del viaggiatore”, pubblicato nel 2026 da Iperborea nella traduzione di Claudia Cozzi, il viaggio torna a essere il filo conduttore di una narrazione che attraversa arte, musica, letteratura e memoria.

Il libro raccoglie quattordici racconti dedicati ad altrettante figure della cultura europea e internazionale. Antonio Machado, Antonín Dvořák, Henri Matisse, Fortunato Depero, Béla Bartók e Claudio Monteverdi sono alcuni dei protagonisti di questo itinerario. Ma Brokken non costruisce semplicemente una galleria di ritratti. Il suo vero interesse sembra essere quello spazio indefinito in cui una biografia incontra un paesaggio e un paesaggio, a sua volta, finisce per diventare parte di una biografia.

I suoi personaggi sono accomunati dall’irrequietezza. Partono, attraversano confini, cambiano città, talvolta continente. Alcuni lo fanno per necessità, altri per scelta, altri ancora perché l’idea stessa di rimanere appare loro insufficiente. Depero lascia il Trentino per approdare a New York; Bartók attraversa l’Europa prima di trasferirsi negli Stati Uniti; Monteverdi si muove tra Venezia e le Fiandre. Sono vite segnate dal movimento, ma non necessariamente dalla libertà.

Perché viaggiare, in Brokken, non significa soltanto andare verso qualcosa. Significa anche allontanarsi da qualcosa. Può essere una fuga, una ricerca, una forma di inquietudine o il tentativo di trovare, altrove, una parte di sé che nel luogo d’origine non si riesce più a riconoscere. È forse qui che si comprende il titolo del libro: la malinconia non è l’opposto del viaggio, ma può esserne una conseguenza naturale. Chi parte porta con sé ciò che ha lasciato e, nello stesso tempo, non appartiene ancora completamente al luogo in cui arriva.

Brokken osserva queste esistenze attraverso dettagli spesso minimi. Non ha bisogno di ricostruire interamente una vita: gli basta una traccia, un luogo, un’opera, un episodio per aprire una porta sulla personalità dell’artista. La biografia diventa così un modo per parlare di altro: delle trasformazioni della società, delle migrazioni, delle città, dei paesaggi che cambiano e del rapporto, inevitabilmente mutevole, che gli uomini instaurano con essi.

Anche la tradizione culturale olandese sembra trovare in questa prospettiva una particolare consonanza. Un Paese piccolo, affacciato sul mondo, storicamente abituato a guardare oltre i propri confini. In Brokken il viaggio diventa quasi una forma di conoscenza: conoscere gli altri per comprendere meglio il proprio tempo e, forse, se stessi.

È significativo che tra le figure raccontate ci sia Henri Matisse, per il quale l’atto creativo assumeva una dimensione quasi spirituale. Quando l’artista crea, sembra suggerire Brokken, il rapporto con il mondo cambia: non si limita più a osservarlo, ma lo ricostruisce. È quello che fa anche lo scrittore con le sue storie. Prende frammenti dispersi e li ricompone in un paesaggio nuovo. La malinconia del viaggiatore è dunque un libro sul viaggio, ma non soltanto. È un libro sull’appartenenza e sull’esilio, sulla memoria e sul tempo, sull’arte come possibilità di dare una forma a ciò che altrimenti rischierebbe di andare perduto.

E forse il viaggio più interessante, alla fine, non è quello compiuto dai protagonisti di questi quattordici racconti. È quello che Brokken propone al lettore: partire da un dettaglio, seguire una traccia e scoprire che dietro la storia di un artista si nasconde sempre una domanda più grande. Dove apparteniamo davvero? E quanto di noi rimane nei luoghi che abbiamo deciso di lasciare?