In un’intervista a Il Giornale, lo scrittore iraniano riflette sulle origini del profeta persiano, sulla nascita dell’idea di un Dio unico e sull’eterna tensione tra Bene e Male. Al centro di Parla Zarathustra, pubblicato da Iperborea, c’è anche una domanda essenziale: perché siamo al mondo?
«Scoprii che Zarathustra non era solo una figura persiana: era l’essere umano stesso. Non era più importante chiedersi se esistesse». È da questa consapevolezza che Kader Abdolah racconta il suo incontro con una delle figure più antiche e influenti della storia religiosa. Scrittore iraniano di fama internazionale, perseguitato prima dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, Abdolah vive nei Paesi Bassi come rifugiato politico dal 1988. Con il libro Parla Zarathustra, pubblicato da Iperborea e disponibile in libreria dal 16 settembre, torna alle origini del pensiero zoroastriano per ricostruire la figura del profeta persiano e la portata della sua rivoluzione spirituale.
L’intervista, pubblicata da Il Giornale, attraversa storia, religione e letteratura. Al centro c’è un messaggio che attraversa i secoli («Buoni pensieri, buone parole, buone azioni») e una visione dell’essere umano lontana da ogni rassicurante divisione tra ciò che è buono e ciò che è cattivo. Per Abdolah, infatti, il male non è un elemento estraneo da espellere: è una componente della nostra natura, con cui dobbiamo imparare a fare i conti.
«L’essere umano è diventato tale grazie alla sua immaginazione»
Il libro si muove sul confine tra ricostruzione storica e invenzione letteraria. Abdolah affronta questo rapporto fin dall’epigrafe, dove scrive che «la finzione è facile che contenga più verità che fatti».
Nell’intervista a Il Giornale, lo scrittore spiega il valore dell’immaginazione nella costruzione delle grandi narrazioni religiose: «L’essere umano è diventato tale grazie alla sua immaginazione. Adamo ed Eva sono le immagini più meravigliose di sempre. La vita di Mosè, quando sua madre lo depose nel Nilo. L’arca di Noè. Il nostro caro Gesù e i miracoli che compie. E Maometto, che immaginò un Allah e lo pose in cielo. Zarathustra è stato creato allo stesso modo». È una prospettiva che non riduce queste figure a semplici invenzioni, ma invita a considerare il ruolo che hanno avuto nella storia delle comunità umane. I profeti, in questa lettura, sono anche espressioni di un bisogno collettivo: dare un significato al mondo, orientarsi nel caos e trovare risposte alle domande fondamentali dell’esistenza.
A chi mette in dubbio che Zarathustra sia realmente esistito, Abdolah risponde senza esitazioni: «Alcuni dicono che Zarathustra non sia mai esistito. Ma è esistito, perché noi, esseri umani, avevamo bisogno di una guida che ci conducesse attraverso il caos di quel tempo. E in questo modo sono tornato nella storia persiana per mostrarvelo».
La rivoluzione di Zarathustra: un solo Dio e la lotta tra Bene e Male
Per comprendere la portata del pensiero di Zarathustra bisogna tornare alle popolazioni delle steppe, in un periodo che Abdolah descrive come particolarmente oscuro. Nelle Gatha, gli antichi inni attribuiti al profeta, emerge un mondo segnato dalla violenza, nel quale la religione rifletteva anche le paure e le necessità della vita quotidiana. «È un periodo oscuro nella storia dell’umanità. Zarathustra giunse così a una risposta rivoluzionaria. Affermò che esiste un solo grande Dio. E rese gli altri dèi divinità minori. Creò il dio della pioggia, della guerra, del sole…», racconta lo scrittore nell’intervista.
La novità, nella sua ricostruzione, sta nel tentativo di ricondurre la molteplicità delle forze divine a un principio superiore e di interpretare l’esistenza attraverso il conflitto tra Bene e Male. Una visione che avrebbe lasciato un’impronta profonda nella storia delle religioni e nel modo in cui gli esseri umani riflettono sulle proprie scelte morali. Ma Abdolah invita anche a non guardare a quel passato come a un mondo remoto e privo di legami con il presente. «Le radici di tutto ciò che abbiamo affondano nel terreno della steppa», afferma. E ricorda le innovazioni attribuite a quelle popolazioni: «Quegli uomini inventarono la ruota. Forgiarono nuove armi affilate. Impararono a costruire un carro trainato da cavalli, a scrivere su tavolette d’argilla. Creavano dèi e componevano poesie. Studiavano, a modo loro, il cielo e le stelle…».
La steppa diventa così il luogo simbolico in cui si incontrano invenzione tecnica, immaginazione religiosa e primi tentativi di comprendere l’universo. Un’eredità che, nella prospettiva dell’autore, continua a vivere nella cultura contemporanea.
«Il male è intessuto nella nostra anima e nel nostro corpo»
È forse nella riflessione sulla natura umana che il pensiero di Abdolah assume il suo significato più provocatorio. Alla domanda su che cosa si debba fare affinché il Bene prevalga, lo scrittore non propone una soluzione semplice né immagina la possibilità di cancellare il male dall’esperienza umana. «Il male è intessuto nella nostra anima e nel nostro corpo. E ne abbiamo persino bisogno. Grazie a questa lotta creiamo grandi pensatori e scienziati, che ci guidano affinché il bene possa esistere», ha dichiarato.
La contrapposizione tra Bene e Male non viene quindi presentata come una battaglia che possa concludersi una volta per tutte. È piuttosto una tensione che attraversa l’individuo e la società, capace di generare conflitti ma anche riflessione, conoscenza e cambiamento.
In questa prospettiva, la ricerca spirituale non consiste nell’ignorare le contraddizioni dell’essere umano, bensì nel riconoscerle. Il male non viene giustificato, ma considerato una presenza con cui misurarsi per comprendere meglio le proprie azioni e costruire la possibilità del bene. È anche questo il punto in cui la figura di Zarathustra si allontana dalla dimensione esclusivamente storica e diventa, nelle parole dello scrittore, un’immagine universale dell’uomo: una guida attraverso le ambiguità della propria natura.
Da Nietzsche a Jung: Zarathustra come archetipo
La figura del profeta persiano ha continuato a esercitare un fascino particolare anche sulla cultura europea moderna. Il riferimento più noto è Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, opera nella quale il filosofo affida al personaggio il compito di esprimere alcune delle proprie idee più radicali.
Abdolah affronta questo legame richiamando anche la lettura dello psichiatra e psicoanalista Carl Gustav Jung: «Nietzsche nel suo libro lascia che sia Zarathustra a parlare per lui. Jung disse che Nietzsche usava Zarathustra come archetipo. Jung affermò che sia Nietzsche che Zarathustra si servivano degli archetipi, degli antichi modelli che gli esseri umani hanno sempre utilizzato per cambiare il mondo».
Il profeta diventa così qualcosa di più di una figura appartenente al passato persiano. È un modello simbolico che può essere ripreso e reinterpretato in epoche diverse, assumendo significati nuovi senza perdere la propria forza originaria. La letteratura, in questo processo, svolge un ruolo decisivo: permette a una figura antica di tornare a parlare al presente, attraversando culture e tradizioni. È proprio questo dialogo tra memoria storica e immaginazione a sostenere il progetto narrativo di Parla Zarathustra.
Il Noorooz e la memoria della cultura persiana
Nell’intervista a Il Giornale, Abdolah si sofferma anche sul Noorooz, il capodanno persiano che coincide con l’arrivo della primavera. La festa è legata a una tradizione antichissima e, nel racconto dello scrittore, alla figura del leggendario re Jamshid. «Nell’Avesta sono menzionati i nomi di molti re persiani, e uno di questi è Jamshid. Fu il primo uomo a decidere di celebrare l’arrivo della primavera. Organizzò un grande banchetto reale e diventò il primo re a essere incoronato. Da allora, gli iraniani celebrano la primavera con una grande festa chiamata Noorooz, un nuovo giorno», ha affermato.
Il rapporto tra la Persia antica e l’Islam è un altro tema affrontato dallo scrittore. Abdolah distingue la tradizione sciita iraniana da quella sunnita araba e interpreta la conquista araba dell’Impero persiano come una cesura profonda nella storia del suo popolo. «Quando gli arabi invasero l’Impero persiano (1400 anni fa), distrussero tutto. Proibirono le credenze zoroastriane e costrinsero la popolazione ad accettare l’Islam. Gli iraniani non riuscirono a sconfiggere gli arabi, ma divisero l’Islam. E questo si riflette nella politica odierna tra Iran e mondo arabo», ha dichiarato. È una lettura che mette in relazione la memoria delle conquiste, la trasformazione religiosa e le tensioni geopolitiche contemporanee. Una prospettiva che, come ogni interpretazione storica, richiede di distinguere tra le dinamiche di lungo periodo e la complessità delle identità politiche e religiose odierne.

Ferdowsi e il compito di salvare una civiltà dall’oblio
Un ruolo fondamentale nella conservazione della memoria persiana è attribuito da Abdolah al poeta medievale Ferdowsi, autore dello Shâhnâmeh, conosciuto come Il libro dei re. L’opera epica raccoglie miti, leggende e racconti legati alla storia dell’Iran e rappresenta uno dei grandi monumenti della letteratura persiana. «Durante la conquista araba si cercò di distruggere la memoria del popolo iraniano. E un poeta, di nome Ferdowsi, si ritirò nella sua stanza per circa quarant’anni e scrisse un poema epico di circa 35.000 versi. Il suo Shâhnâmeh, “Il libro dei re”, è la nostra memoria. Egli utilizzò tutte le tradizioni che Zarathustra aveva menzionato», racconta lo scrittore.
La letteratura appare qui come una forma di resistenza all’oblio. Conservare storie, miti e parole significa preservare una memoria collettiva anche quando le condizioni politiche e culturali minacciano di cancellarla. Il gesto del poeta assume quindi un valore che supera la dimensione estetica: scrivere diventa un modo per trasmettere un’identità alle generazioni successive. È una riflessione che attraversa anche il lavoro di Abdolah, scrittore che porta con sé l’esperienza dell’esilio e il rapporto con una cultura di origine segnata da profonde trasformazioni.
«Per vivere la gioia»: la risposta di Zarathustra
Dopo aver attraversato la storia delle religioni, il rapporto tra immaginazione e verità, il conflitto tra Bene e Male e la memoria di una civiltà, l’intervista si chiude con una domanda essenziale. Nel libro, Zarathustra si chiede: «E perché sono in questo mondo?». La risposta di Abdolah è breve: «Per vivere la gioia. Così disse Zarathustra». In poche parole si concentra il senso più intimo del percorso raccontato dall’autore. La riflessione filosofica non conduce soltanto alla necessità di distinguere il bene dal male o di comprendere le radici delle religioni: riporta anche all’esperienza concreta dell’esistenza e alla possibilità di trovare una ragione per viverla.
Con Parla Zarathustra, Kader Abdolah riporta al centro una figura antica e la usa come strumento per interrogare il presente. Il suo racconto intreccia storia persiana, mito e letteratura, mostrando come le grandi narrazioni continuino a offrire modelli attraverso cui interpretare noi stessi.
Il profeta, in questa prospettiva, non è soltanto un personaggio da collocare nel passato. È una domanda ancora aperta sull’essere umano, sulle sue contraddizioni e sulla capacità di trasformarle in conoscenza. E la gioia, più che una risposta definitiva, diventa l’orizzonte verso cui orientare la ricerca.
