Una nota dell’ambasciata francese offre all’Italia nuova documentazione sulla strage del DC-9 Itavia. Alla vigilia dell’udienza del 30 settembre, la Procura di Roma è orientata a ritirare la richiesta di archiviazione. Dopo 46 anni, però, nessun nuovo documento è stato ancora esaminato: la responsabilità di Parigi resta un’ipotesi da verificare, non una verità accertata.
Una nota diplomatica può cambiare il corso di un’inchiesta anche 46 anni dopo una strage. Quella inviata il 21 settembre 2026 dall’ambasciata francese alla Farnesina annuncia la disponibilità di Parigi a trasmettere documenti sul disastro di Ustica e a rispondere a ulteriori richieste della magistratura italiana. La comunicazione è arrivata alla Procura di Roma pochi giorni prima dell’udienza in cui il giudice dovrà esaminare l’opposizione all’archiviazione delle indagini.
Secondo quanto riferito dall’ANSA, i pubblici ministeri sono ora orientati a ritirare la richiesta di archiviazione presentata nel 2025. Al 29 settembre, però, quel ritiro non è ancora avvenuto. Non è stato reso pubblico neppure il contenuto delle carte francesi. La novità è la promessa di consegnarle, non la scoperta di una prova decisiva.
È una distinzione essenziale. La disponibilità della Francia merita attenzione proprio perché per decenni le richieste italiane sono rimaste senza risposte considerate sufficienti dagli inquirenti. Ma una nuova collaborazione non equivale né all’ammissione di una responsabilità né alla certezza che gli archivi contengano il nome di chi causò la morte di 81 persone.
Il volo Bologna-Palermo e le vite rimaste senza risposta
La sera del 27 giugno 1980, il volo IH 870 della compagnia Itavia era diretto da Bologna a Palermo. A bordo c’erano 77 passeggeri e quattro membri dell’equipaggio. Il DC-9 scomparve dai radar e precipitò nel Tirreno. Non ci furono sopravvissuti.
A Bologna, il relitto ricomposto è oggi al centro del Museo per la Memoria di Ustica. Ottantuno luci, una per ciascuna vittima, si accendono e si spengono al ritmo di un respiro. È un’immagine che restituisce alla vicenda ciò che il linguaggio delle perizie e delle rogatorie tende a nascondere: su quell’aereo viaggiavano persone che dovevano semplicemente arrivare a destinazione.
La domanda su che cosa abbia provocato la caduta del velivolo ha attraversato perizie, indagini e processi. Quella su chi ne sia responsabile è rimasta senza una risposta penale. Le due domande sono legate, ma non coincidono: ricostruire uno scenario non basta, da solo, a identificare un aereo, il suo equipaggio, la catena di comando e le eventuali responsabilità individuali.
Che cosa si cerca negli archivi francesi
Le richieste rivolte a Parigi non riguardano un generico «fascicolo Ustica». La magistratura italiana ha cercato, negli anni, dati precisi: registrazioni radar, posizioni delle portaerei francesi Clemenceau e Foch, piani di volo e giornali di bordo, movimenti dei velivoli e attività della base di Solenzara, in Corsica. Tra i quesiti figura anche l’identificazione di tracce radar rimaste controverse, tra cui quella indicata come LL004. L’ANSA ha ricostruito le richieste ripetute a partire dagli anni Novanta.
Le carte di cui Parigi ha annunciato la possibile trasmissione comprenderebbero anche documenti del ministero della Difesa francese e coprirebbero un periodo che arriva ai primi anni Novanta. Non sappiamo ancora se includano registrazioni originali della sera del 27 giugno 1980, documenti successivi che ne descrivono il contenuto oppure risposte interne alle vecchie rogatorie. Sarà l’esame degli atti, e della loro completezza, a stabilirne il valore.
La presenza di una nave in una determinata zona, se documentata, sarebbe un’informazione rilevante. Non dimostrerebbe automaticamente che da quella nave sia decollato un caccia coinvolto nella strage. Allo stesso modo, identificare una traccia radar potrebbe chiarire un movimento aereo senza ancora provare che sia stato lanciato un missile. La forza di eventuali nuove prove dipenderà dalla possibilità di collegare orari, posizioni, mezzi, ordini e testimonianze in una ricostruzione verificabile.
Che cosa hanno stabilito i giudici, e che cosa no
Nel 1999, al termine della sua lunga istruttoria, il giudice Rosario Priore ricostruì il disastro come conseguenza di un’azione militare di intercettamento nel cielo attraversato dal DC-9. Non riuscì però a individuare gli autori della strage. La sua sentenza-ordinanza segnò una svolta nell’indagine; non fu una condanna penale nei confronti di un pilota o di uno Stato straniero.
Il procedimento penale relativo alle presunte condotte dei vertici dell’Aeronautica ebbe un esito diverso: le assoluzioni dei generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri divennero definitive nel 2007. Quel processo riguardava le accuse rivolte agli ufficiali, non l’identificazione dell’autore materiale dell’abbattimento. Usarne l’esito per sostenere che sia stato accertato chi causò la strage — o che ogni ipotesi sulle cause sia stata definitivamente risolta — significherebbe attribuirgli una conclusione che non ha prodotto.
Nei giudizi civili, i familiari delle vittime hanno ottenuto risarcimenti dai ministeri italiani. Nel 2013 la Cassazione ha confermato la responsabilità delle amministrazioni chiamate a garantire la sicurezza del volo. In quella sede ha trovato accoglimento una ricostruzione che attribuiva il disastro a un evento esterno, nell’ambito di un’attività militare. Un risarcimento civile non è però una condanna penale della Francia: non identifica la nazionalità del velivolo responsabile né supera l’obbligo di provare le responsabilità individuali nel processo penale.
Anche la discussione tecnica non è stata uniforme. Accanto all’ipotesi di un missile e a quella di una quasi collisione, nel tempo è stata sostenuta la tesi di una bomba a bordo. Su quest’ultima hanno insistito alcuni familiari riuniti in un’altra associazione. La Procura di Roma, nelle richieste di archiviazione presentate nel 2025, ha invece ritenuto di escludere l’ordigno interno e ha continuato a considerare lo scenario di un’attività aerea militare. Non aveva tuttavia raccolto elementi sufficienti per dare un nome ai responsabili.
La pista francese e il confine tra testimonianza e prova
A indicare una possibile responsabilità francese sono stati, fra gli altri, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. Nel 2023 Amato parlò di un missile lanciato durante un’operazione che, secondo la sua ricostruzione, avrebbe avuto come bersaglio Muammar Gheddafi. Pochi giorni dopo precisò di riferirsi a quella che considerava l’ipotesi più credibile, non a una verità da lui dimostrata.
Quelle dichiarazioni hanno contribuito a orientare domande investigative e politiche. Non costituiscono, da sole, la prova che un caccia francese abbia abbattuto il DC-9. È esattamente il motivo per cui i documenti promessi oggi contano: potrebbero confermare, smentire o ridimensionare aspetti delle ricostruzioni avanzate negli anni. Anticiparne il contenuto trasformerebbe una possibilità d’indagine in un verdetto pronunciato prima di leggere le carte.
La disponibilità francese arriva, inoltre, dopo una pressione che non è stata soltanto giudiziaria. L’Associazione dei parenti delle vittime, presieduta da Daria Bonfietti, si è opposta all’archiviazione e ha chiesto un’iniziativa diplomatica. Il governo italiano aveva annunciato che, tramite l’Avvocatura dello Stato, si sarebbe opposto alla richiesta dei pm. Dopo la notizia della nota francese, Bonfietti ha accolto il possibile nuovo passaggio delle indagini, precisando che occorrerà capire quale documentazione arriverà davvero.
La prova del 30 settembre
I due fascicoli oggi all’esame del giudice furono aperti nel 2008, dopo le dichiarazioni di Cossiga, e nel 2022, in seguito a un esposto che chiedeva di verificare la pista della bomba. Sono procedimenti contro ignoti. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura nel 2025 nasceva dall’impossibilità di attribuire penalmente la strage a persone identificabili, anche dopo nuove testimonianze e rogatorie internazionali.
All’udienza del 30 settembre si vedrà se la Procura ritirerà formalmente quella richiesta e quali ulteriori accertamenti saranno possibili. Il passaggio successivo sarà più impegnativo di un annuncio diplomatico: ottenere le carte, verificarne origine e integrità, confrontarle con gli atti già acquisiti e stabilire se rispondano ai quesiti rimasti aperti.
La documentazione non manca soltanto sul versante francese. Una relazione della Presidenza del Consiglio descrive il lavoro ancora svolto negli anni recenti per rendere consultabili carte italiane relative a Ustica, comprese quelle la cui diffusione richiedeva autorizzazioni della NATO. Il problema della verità non si riduce dunque a un singolo documento nascosto in un archivio: riguarda la ricomposizione di materiali prodotti e conservati da istituzioni diverse, in Paesi diversi.
Nel quarantaseiesimo anniversario della strage, il presidente Sergio Mattarella ha definito «un dovere irrinunciabile» ricomporre quanto accadde quella notte sul Tirreno. Le carte francesi possono offrire una nuova occasione per farlo. Il loro valore, però, si misurerà sulle risposte che daranno alle domande rimaste intatte: quali aerei erano in volo, che cosa accadde accanto al DC-9 e chi ne porta la responsabilità. Fino ad allora, le 81 vittime hanno una memoria custodita con cura, ma non ancora un responsabile della strage riconosciuto da una sentenza penale.
Fonti
- AGI, Gian Franco Coppola, Ustica: 46 anni fa la strage senza responsabili, 29 settembre 2026 (testo consultato).
- ANSA, la nota francese e l’udienza del 30 settembre.
- ANSA, i documenti e i quesiti rivolti alla Francia.
- ANSA, le richieste di archiviazione della Procura di Roma.
- Corte di Cassazione, sentenza civile n. 1871 del 2013.
- Presidenza del Consiglio, relazione sulle attività di versamento agli archivi.
- Presidenza della Repubblica, dichiarazione per il 46° anniversario.
- Museo per la Memoria di Ustica, Bologna.
