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Rocco Gatto, il mugnaio che disse no alla ’ndrangheta: «Non pagherò mai, lotterò fino alla morte»

Rocco Gatto Centenario

«Non pagherò mai la mazzetta. Lotterò fino alla morte». Rocco Gatto sapeva a cosa andava incontro quando pronunciò quelle parole davanti alle telecamere di TV7. Era un mugnaio di Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria, e aveva scelto di fare ciò che nella Calabria degli anni Settanta poteva significare firmare la propria condanna a morte: rifiutare il pizzo, denunciare le intimidazioni e collaborare con la giustizia. Il 12 marzo 1977, a 50 anni, tre colpi di lupara posero fine alla sua vita. I suoi assassini non hanno mai avuto un nome definitivo.

A cento anni dalla nascita, la storia di Rocco Gatto torna a essere ricordata come una delle prime e più coraggiose testimonianze di ribellione civile alla ’ndrangheta. Una vicenda raccontata anche dal documentario di Giuliana Mancini Senza fare un passo indietro. Storia di Rocco Gatto e ripercorsa dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri e dallo studioso Antonio Nicaso. Una storia avvenuta quando opporsi apertamente alle cosche significava spesso ritrovarsi soli.

Un mugnaio nella Gioiosa Ionica degli anni Sessanta

Nel 1964 Gatto aveva rilevato l’attività di famiglia. Gestiva un mulino e, nello stesso laboratorio, riparava anche orologi. Un artigiano conosciuto nel paese, lontano dall’immagine dell’eroe che sarebbe stata costruita soltanto dopo la sua morte.

La sua vita cambia quando la criminalità locale comincia a pretendere il pagamento del pizzo. La richiesta arriva dagli uomini legati al clan Ursini, una delle realtà criminali più influenti nella zona.

Gatto rifiuta. Non tratta, non cerca una mediazione e soprattutto non accetta quella che all’epoca veniva considerata da molti una regola inevitabile per poter continuare a lavorare.

Il no al pizzo e la rappresaglia della ’ndrangheta

La risposta della criminalità non tarda ad arrivare. Gli vengono sottratti diciassette chili di orologi custoditi nella sua attività e successivamente viene incendiato il mulino.

È un messaggio inequivocabile: piegarsi oppure pagarne le conseguenze.

Ma Rocco Gatto sceglie una terza strada. Non soltanto continua a non pagare, ma denuncia le intimidazioni e collabora con la giustizia.

Nella Gioiosa Ionica di quegli anni significa violare apertamente le regole imposte dalla ’ndrangheta. La forza delle cosche non deriva infatti soltanto dalla violenza esercitata direttamente, ma anche dalla capacità di imporre silenzio, rassegnazione e obbedienza all’intera comunità. Gatto rompe proprio quel meccanismo.

«Lotterò fino alla morte»

Il suo rifiuto non rimane confinato nel rapporto con gli investigatori. Poco prima dell’omicidio, Gatto decide di esporsi pubblicamente e compare davanti alle telecamere di TV7.

Pronuncia poche parole che, rilette dopo ciò che sarebbe accaduto, assumono un significato impressionante: «Non pagherò mai la mazzetta. Lotterò fino alla morte».

Non era soltanto una dichiarazione contro il racket. Era una sfida pubblica al principio stesso sul quale si reggeva il potere mafioso: la certezza che nessuno avrebbe avuto il coraggio di ribellarsi apertamente.

Per la ’ndrangheta un comportamento del genere rischiava inoltre di diventare contagioso. Se un commerciante poteva dire no e denunciare, altri avrebbero potuto seguirlo.

L’agguato all’alba del 12 marzo 1977

La mattina del 12 marzo 1977 Rocco Gatto sale sul suo furgone e percorre la strada verso Roccella Ionica.

Nei pressi del ponte di Armo lo aspettano i killer. Sono appostati lungo il percorso e sono armati di lupara. Quando il furgone arriva nel punto stabilito scatta l’agguato. Tre colpi raggiungono mortalmente il mugnaio cinquantenne.

La voce che aveva pubblicamente sfidato il racket viene eliminata. La dinamica dell’omicidio mostra la natura dell’esecuzione: non una violenza occasionale, ma un agguato preparato contro un uomo che aveva scelto di opporsi apertamente alle imposizioni criminali.

Il processo e una verità rimasta incompleta

Per la morte di Gatto vengono processati Luigi Ursini e Mario Simonetta. Il procedimento porta alla condanna per estorsione, ma entrambi vengono assolti dall’accusa di omicidio per insufficienza di prove.

La Cassazione confermerà la sentenza. Lo Stato riconosce quindi la pressione criminale esercitata contro il mugnaio, ma non riesce ad attribuire definitivamente l’omicidio ai suoi esecutori e mandanti.

È uno degli aspetti più dolorosi della vicenda. La ragione per cui Rocco Gatto era diventato un bersaglio era evidente, ma la giustizia non riuscì a dare un nome certo a chi decise e realizzò la sua uccisione.

La medaglia consegnata da Pertini al padre

Tre anni dopo l’omicidio arriva il riconoscimento dello Stato. Il 13 maggio 1980 il presidente della Repubblica Sandro Pertini consegna al padre di Rocco, Pasquale Gatto, la medaglia d’oro al valor civile alla memoria del figlio.

È il riconoscimento ufficiale di un coraggio che, quando Gatto era ancora vivo, aveva avuto un costo altissimo.

La medaglia non poteva però sostituire la verità giudiziaria rimasta incompleta. Alla famiglia veniva riconosciuto il sacrificio di Rocco, mentre gli uomini che avevano materialmente premuto il grilletto rimanevano senza un’identità definitivamente accertata.

Quando ribellarsi alla mafia significava essere quasi soli

Per comprendere fino in fondo la storia di Rocco Gatto bisogna riportarla alla Calabria degli anni Settanta.

La ’ndrangheta non aveva ancora la notorietà internazionale acquisita nei decenni successivi, ma esercitava già un controllo profondo su numerosi territori. Denunciare significava esporsi non soltanto alla vendetta delle cosche, ma spesso anche all’isolamento sociale.

Non esisteva ancora la vasta rete di associazioni antiracket che sarebbe nata negli anni successivi. Non esisteva la stessa consapevolezza pubblica sul fenomeno mafioso. E la capacità dello Stato di proteggere chi decideva di collaborare era molto più limitata.

Il gesto di Gatto va letto dentro questa solitudine.

Non fu il gesto di chi sapeva di avere alle spalle una struttura pronta a proteggerlo. Fu la scelta individuale di un uomo convinto che accettare il ricatto significasse diventare parte del sistema che lo imponeva.

Cento anni dopo, il significato della storia di Rocco Gatto

A un secolo dalla sua nascita, il valore della vicenda non sta soltanto nel ricordo di una vittima della ’ndrangheta.

Rocco Gatto dimostrò che il potere mafioso può essere sfidato anche attraverso un gesto apparentemente elementare: dire no.

Non pagare. Denunciare. Testimoniare. Continuare a lavorare.

Azioni che oggi possono apparire quasi ovvie quando si parla di lotta alla criminalità organizzata, ma che nella Gioiosa Ionica degli anni Settanta richiedevano una dose straordinaria di coraggio.

La ’ndrangheta riuscì a uccidere il mugnaio. Non riuscì però a cancellare il significato della sua scelta.

Rimangono soprattutto quelle poche parole pronunciate davanti a una telecamera quando Rocco Gatto era perfettamente consapevole del pericolo che correva: «Non pagherò mai la mazzetta. Lotterò fino alla morte».

Pochi mesi dopo mantenne, tragicamente, quella promessa.