Vai al contenuto

Quarantamila ordini di sfratto, milioni di case senza residenti: il paradosso di “abitare” in Italia

Un’inchiesta di Repubblica riporta al centro il caro casa. I dati confermano la pressione su inquilini, lavoratori e studenti, ma richiedono una distinzione: un’abitazione senza residenti non è necessariamente vuota né disponibile dove serve. Intanto oltre 63mila alloggi pubblici restano inutilizzati perché hanno bisogno di lavori.

In Italia quasi tre famiglie su quattro vivono in una casa di proprietà. Nello stesso Paese, nel 2024 sono stati emessi 40.158 provvedimenti di sfratto, soprattutto per morosità. E il censimento conta circa 9,5 milioni di abitazioni non occupate da residenti. Sono numeri che, affiancati, danno la misura del problema affrontato dall’inchiesta pubblicata da Repubblica il 6 ottobre. Ma non raccontano, da soli, che cosa impedisca a chi cerca casa di trovarla a un prezzo sostenibile.

La questione non è semplicemente quante abitazioni esistano. Conta dove si trovano, in quali condizioni sono, a quale prezzo vengono offerte e per quanto tempo restano disponibili. Una seconda casa in un paese che perde abitanti non risponde alla domanda di un’infermiera assunta a Milano. Un appartamento pubblico chiuso per manutenzione non può essere assegnato a una famiglia in graduatoria. E una stanza disponibile soltanto per pochi mesi non dà stabilità a chi lavora o studia fuori sede.

Gli sfratti: tre numeri che indicano fasi diverse

I dati relativi al 2024 distinguono 40.158 provvedimenti emessi, 81.054 richieste di esecuzione presentate agli ufficiali giudiziari e 21.337 sfratti eseguiti. Circa 30mila provvedimenti emessi riguardavano la morosità, dunque il mancato pagamento del canone. Le richieste di esecuzione possono riferirsi anche a decisioni prese in anni precedenti: i tre numeri non descrivono tre passaggi compiuti nello stesso anno dalle medesime famiglie e non vanno sommati. CGIL, elaborazione dei dati del ministero dell’Interno

Il titolo dell’inchiesta di Repubblica parla di centomila persone sotto sfratto. È una misura plausibile dell’ordine di grandezza delle persone coinvolte se si considerano i componenti delle famiglie, non un conteggio ufficiale di centomila individui destinatari di un provvedimento. Il dato amministrativo certo riguarda i procedimenti e le esecuzioni, non il numero esatto di adulti e bambini che vivono negli alloggi interessati.

La prevalenza degli sfratti per morosità non consente nemmeno di ridurre ogni caso alla stessa storia. Dietro un affitto non pagato possono esserci una perdita di lavoro, redditi insufficienti, una separazione o altre difficoltà; il dato ministeriale, da solo, non distingue le cause. Indica però che la tenuta economica di molte locazioni è fragile. Ed è proprio prima dell’esecuzione che un sostegno temporaneo al reddito, una mediazione o la ricerca di una sistemazione alternativa possono evitare che la perdita della casa diventi una crisi più grave.

Perché il dato sulle case “vuote” va letto con attenzione

Secondo l’Istat, il patrimonio abitativo italiano supera i 35,6 milioni di unità. Nel censimento del 2023 oltre 26 milioni risultavano occupate da persone residenti; circa 9,5 milioni erano classificate come non occupate, categoria che comprende anche le abitazioni occupate da persone non residenti. Non è, dunque, un elenco di 9,5 milioni di appartamenti chiusi e pronti a essere affittati.

Alcuni immobili sono seconde case usate in certi periodi dell’anno. Altri si trovano in zone con poca domanda o richiedono lavori prima di poter essere abitati. L’Istat rileva infatti che nelle città la quota di abitazioni occupate è più alta della media nazionale, mentre nei comuni rurali e di montagna interna è molto più bassa. Il patrimonio meno utilizzato non coincide necessariamente con i luoghi in cui servono case per lavoratori e studenti.

Questo non significa che gli alloggi inutilizzati siano irrilevanti. Significa che per intervenire occorre una mappa più precisa: quanti sono davvero liberi, quanti sono abitabili, quanti si trovano vicino a posti di lavoro e servizi, quanti potrebbero tornare sul mercato con incentivi o garanzie adeguate. Presentare l’intero stock “senza residenti” come un’offerta potenziale immediata porta a sovrastimare la soluzione.

La media nazionale nasconde il conto pagato dagli inquilini

Anche sul peso economico della casa è essenziale scegliere il denominatore giusto. Nel Country Report 2026 sull’Italia, la Commissione europea rileva che nel 2025 il 5% della popolazione viveva in famiglie che destinavano ai costi abitativi più del 40% del reddito disponibile. È una quota inferiore alla media UE del 7,7%. Ma fra gli inquilini che pagano un canone di mercato, la percentuale italiana sale al 22,3%.

Non sono dati in contraddizione. La forte diffusione della casa di proprietà abbassa la media complessiva; chi deve entrare oggi nel mercato dell’affitto affronta una situazione diversa da quella di chi abita da anni in una casa già posseduta. La Commissione individua una pressione particolare anche sulle persone con redditi bassi e su chi vive solo. Per questo cifre costruite su soglie differenti — un terzo del reddito, il 40%, il solo affitto oppure tutti i costi dell’abitazione — non possono essere confrontate come se misurassero lo stesso fenomeno.

La geografia accentua lo scarto. Il rapporto europeo cita una stima di Cassa Depositi e Prestiti: per un dipendente privato non dirigente, il canone richiesto per un appartamento di 60 metri quadrati equivarrebbe in media a circa il 35% del reddito, con valori indicativi del 76% a Milano, 65% a Roma e 48% a Bologna. La Commissione avverte che si tratta di un confronto costruito su un appartamento tipo, non della quota realmente pagata da tutti gli inquilini. Rende comunque chiaro perché trasferirsi in una grande città per lavoro possa essere proibitivo anche con un’occupazione stabile. Commissione europea, allegato sull’abitare

Gli annunci confermano prezzi elevati, pur mostrando andamenti non uniformi. A settembre 2026 Immobiliare.it rilevava una richiesta media nazionale di 14,9 euro al metro quadrato al mese per gli affitti, il 3,91% in più rispetto a un anno prima. A Milano il valore medio richiesto era di 22,32 euro, a Roma di 19,13. Sono prezzi degli annunci, non canoni effettivamente pagati nei contratti in corso: fotografano soprattutto la difficoltà di chi deve cercare casa adesso.

Meno contratti lunghi, più incertezza

Non c’è soltanto il livello del canone. Conta la possibilità di ottenere un contratto compatibile con una vita stabile. Un’analisi di idealista, basata sugli annunci della propria piattaforma, segnala che fra il 2016 e il 2026 la quota di offerte di locazione transitoria è passata dall’1,6% al 31,4%, mentre l’offerta di lungo periodo si è ridotta. Lo studio non comprende gli affitti turistici e non rappresenta automaticamente tutti i contratti firmati in Italia. Mostra però un cambiamento importante per chi cerca un’abitazione per anni, anziché per mesi.

Gli affitti brevi turistici possono incidere ulteriormente, soprattutto nei quartieri dove sono concentrati. La Commissione europea segnala che il loro peso sul patrimonio diverso dalle abitazioni principali è molto più alto nei centri storici di città come Firenze e Venezia che nella media urbana. Attribuire agli affitti turistici l’intera crisi nazionale sarebbe improprio; ignorarne l’effetto nei mercati locali più tesi lo sarebbe altrettanto. Commissione europea

Le case popolari che esistono ma non si possono assegnare

C’è un dato che rende il paradosso più concreto di quello sulle seconde case. La Commissione europea stima circa 650mila famiglie in lista d’attesa per un alloggio pubblico. Lo stock di edilizia residenziale pubblica è di circa 750mila abitazioni, ma oltre 63mila risultano vuote perché necessitano di importanti lavori di manutenzione. Qui il rapporto fra patrimonio inutilizzato e bisogno abitativo è diretto, pur senza immaginare che ogni appartamento recuperato possa rispondere automaticamente alla domanda della famiglia che lo attende. Commissione europea

Lo stesso rapporto segnala che la spesa italiana per le misure di protezione sociale legate all’abitare vale lo 0,04% del PIL, contro una media europea dello 0,3%. Il confronto non dice quale singolo intervento funzionerebbe meglio, ma aiuta a spiegare perché graduatorie lunghe, manutenzioni rinviate e sostegni insufficienti continuino a scaricare la pressione sulle famiglie e sui comuni.

Recuperare gli alloggi pubblici non assegnabili sarebbe un obiettivo verificabile: si possono contare gli immobili rimessi a norma e quelli effettivamente consegnati. Affiancarlo a strumenti contro la morosità temporanea e a un’offerta di affitti accessibili per chi supera le soglie delle case popolari risponderebbe a esigenze diverse, oggi troppo spesso trattate come un’unica emergenza.

Studenti: finanziato non significa disponibile

L’inchiesta di Repubblica racconta anche il costo delle stanze universitarie. La rilevazione estiva di Immobiliare.it Insights indica una richiesta media di 704 euro al mese per una singola a Milano, 585 a Bologna e 456 a Venezia. In alcune città i prezzi delle stanze sono scesi rispetto all’anno precedente, ma il costo resta elevato per molte famiglie; inoltre, sulla piattaforma l’offerta nazionale di singole risulta diminuita. Prezzi e disponibilità vanno letti insieme.

Sul fronte degli studentati, il portale del ministero dell’Università riporta, sulla base dei dati CDP aggiornati a settembre 2026, 63.200 posti con contributo, dei quali 31.858 già disponibili e 31.334 previsti nel 2027. La distinzione è decisiva: un posto finanziato o ammesso al programma non è necessariamente un letto utilizzabile all’inizio dell’anno accademico.

Le condizioni del bando gestito da Cassa Depositi e Prestiti prevedono che almeno il 30% dei posti sia riservato a studenti fuori sede meritevoli e privi di mezzi, con canoni più contenuti, e che gli altri siano offerti a un prezzo inferiore di almeno il 15% rispetto ai valori medi del mercato locale. Anche qui servirà verificare l’esito concreto: quanti posti aprono, in quali città e a quale tariffa finale. Uno sconto percentuale su un mercato già molto caro non garantisce, da solo, l’accessibilità.

L’Italia, dunque, non soffre di una semplice mancanza aritmetica di edifici. Soffre di un disallineamento fra case esistenti e bisogni reali, aggravato nei mercati più richiesti da canoni elevati, redditi insufficienti e scarsità di alternative pubbliche. I dati sulle case senza residenti servono a porre domande; quelli sugli sfratti e sulle liste d’attesa chiedono risposte. Le più misurabili sono quante abitazioni pubbliche si recuperano, quanti affitti stabili e sostenibili si rendono disponibili e quante famiglie si riescono ad aiutare prima che il debito d’affitto diventi uno sfratto.

Fonti