Lea Garofalo aveva 35 anni quando venne assassinata. Denise Cosco, sua figlia, è morta alla stessa età. È una coincidenza che colpisce e che rischia proprio per questo di trasformare due vite reali in una rappresentazione quasi simbolica, come se tra quelle due morti esistesse una linea inevitabile. Non esiste, e sarebbe sbagliato costruirla oggi. Nessuno può sapere quali pensieri abbiano accompagnato Denise nelle sue ultime ore e nessuno, allo stato delle informazioni disponibili, può stabilire un rapporto diretto tra la scelta di togliersi la vita e ciò che aveva attraversato da adolescente. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti, ha sequestrato il telefono della donna e disposto gli accertamenti necessari a ricostruire gli ultimi giorni. Saranno le indagini a chiarire se esistano elementi penalmente rilevanti.
Ma c’è una domanda diversa che possiamo e forse dobbiamo porci già adesso: che cosa accade a chi sfida una famiglia di ’ndrangheta quando il processo è finito, le condanne sono diventate definitive, i riflettori si spengono e bisogna ricominciare a vivere? La storia di Lea Garofalo e Denise Cosco non parla soltanto del coraggio necessario per rompere con la mafia. Parla anche di quello che viene dopo.
Lea parlò perché voleva salvare Denise
Per comprendere la vita di Denise bisogna tornare a quella di sua madre. Lea Garofalo era nata dentro un ambiente dominato dalla ’ndrangheta di Petilia Policastro, in Calabria. Suo padre venne ucciso quando lei aveva pochi mesi. Ancora adolescente si legò a Carlo Cosco e si trasferì con lui a Milano, dove gli uomini della famiglia erano inseriti negli ambienti criminali calabresi radicati nel capoluogo lombardo. Da quella relazione nacque Denise.
Quando Lea decise di parlare con i magistrati, all’inizio degli anni Duemila, la scelta non fu soltanto una rottura con l’ambiente dal quale proveniva. Fu soprattutto il tentativo di costruire per sua figlia una vita diversa da quella che il clan sembrava averle già assegnato. Madre e figlia entrarono nel sistema di protezione. Significava sicurezza, ma significava anche cambiare luoghi, abitudini e relazioni, vivendo lontano dalla propria storia e sotto una costante condizione di precarietà. Nel 2009 Lea uscì dal programma. Pochi mesi dopo sarebbe stata uccisa.
Il primo tentativo avvenne davanti a Denise
La morte di Lea non arrivò improvvisamente. Il 5 maggio 2009 un uomo si presentò nell’abitazione di Campobasso dove vivevano madre e figlia fingendosi un tecnico chiamato per riparare una lavatrice. Lea comprese che qualcosa non andava e reagì. Il rumore svegliò Denise, che intervenne. L’aggressore fuggì lasciando sul posto una cassetta contenente materiale incompatibile con una normale riparazione domestica.
L’uomo venne successivamente identificato in Massimo Sabatino e condannato per il tentato sequestro, con il riconoscimento dell’aggravante mafiosa. Lea denunciò quanto era accaduto e indicò Carlo Cosco come la persona che riteneva responsabile dell’agguato. Passarono poco più di sei mesi.
Il 24 novembre 2009 Lea scompare
Nel novembre del 2009 Lea e Denise arrivarono a Milano. Il 24 novembre Lea incontrò Carlo Cosco. Da quel momento scomparve. Per molto tempo non ci fu un corpo. Non c’era una tomba sulla quale piangere e non esisteva la certezza materiale di ciò che fosse accaduto. Durante il processo la difesa arrivò a prospettare che Lea potesse essersi allontanata volontariamente.
Denise non ci credette mai. Era appena maggiorenne e si trovò a fare qualcosa che, in una famiglia governata dalle regole della ’ndrangheta, rappresentava una rottura radicale: indicò agli investigatori proprio suo padre e i suoi familiari. Non era un magistrato, un investigatore o un collaboratore di giustizia proveniente dal clan. Era una figlia, e la sua testimonianza contribuì in modo decisivo a ricostruire ciò che era accaduto.
Denise contro suo padre
Durante il processo Denise scelse di costituirsi parte civile. Carlo Cosco sedeva tra gli imputati per l’omicidio della madre. Con lui c’erano altri uomini appartenenti alla stessa rete familiare e criminale nella quale Denise era cresciuta. Il 30 marzo 2012 arrivarono le condanne in primo grado: ergastolo per Carlo Cosco e per gli altri principali imputati, con diverse pene accessorie.
Ma il corpo di Lea continuava a non esserci. La svolta arrivò quando Carmine Venturino, che aveva avuto una relazione proprio con Denise, decise di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni consentirono di ricostruire l’ultima parte dell’omicidio e di individuare il luogo nel quale il corpo di Lea era stato portato e bruciato. In un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza, furono recuperati migliaia di piccoli frammenti ossei. Dopo anni di assenza, Lea poteva finalmente avere una tomba.
L’omicidio e il nodo dell’aggravante mafiosa
C’è un aspetto della vicenda che ancora oggi merita attenzione. Nel processo per l’omicidio di Lea non venne riconosciuta l’aggravante mafiosa, nonostante il contesto criminale nel quale maturarono i fatti. Le condanne riguardarono il sequestro, l’omicidio e la distruzione del cadavere. Il movente venne ricondotto alla vendetta personale e alla logica dell’onore criminale.
È un elemento particolarmente significativo perché nel precedente tentativo di sequestro del maggio 2009 l’aggravante mafiosa era stata invece riconosciuta. Sul piano giudiziario le sentenze devono naturalmente essere rispettate per ciò che hanno stabilito. Sul piano storico, però, è impossibile separare la vicenda di Lea dal mondo dal quale aveva deciso di fuggire e dalle informazioni che aveva consegnato agli investigatori. Il Ministero dell’Interno ricorda oggi Lea Garofalo come testimone di giustizia e simbolo della ribellione alla ’ndrangheta. Ed è dentro quella ribellione che si inserisce anche la scelta di Denise.
“Sono un’orgogliosa testimone di giustizia”
Denise non volle essere soltanto la figlia della vittima. Rivendicò la propria scelta. “Sono un’orgogliosa testimone di giustizia”, disse spiegando quanto fosse difficile costituirsi parte civile contro il proprio padre e definendo quella decisione una scelta di libertà necessaria per ricominciare a vivere.
Quando nel 2013 Milano celebrò i funerali civili di Lea, Denise non poteva mostrare il proprio volto. Era ancora sotto protezione. In piazza arrivò soltanto la sua voce. Ringraziò sua madre per aver avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura mafiosa e disse che ciò che Lea aveva fatto era stato fatto per lei. Era la conclusione pubblica di una vicenda giudiziaria, ma non era la conclusione della vita di Denise.
Quando il processo finisce
È qui che questa storia cambia. Siamo abituati a raccontare i testimoni di giustizia nel momento della scelta: la denuncia, la deposizione, il processo, la sentenza. Molto meno raccontiamo quello che accade dopo.
Un testimone di giustizia non è necessariamente un collaboratore proveniente da un’organizzazione criminale. Può essere una persona che non ha commesso alcun reato e che, proprio perché ha deciso di raccontare ciò che sa, deve essere protetta. Proteggere significa talvolta cambiare identità, vivere in un’altra città, non poter raccontare liberamente il proprio passato, interrompere relazioni e costruirne di nuove senza poter spiegare completamente chi si è stati.
Denise rimase sotto protezione per anni. Nel 2018 uscì dal programma, ma continuò a vivere lontano dai luoghi e dalle persone della sua infanzia. Aveva cambiato identità, aveva un lavoro e successivamente aveva costruito una propria famiglia. Aveva ottenuto ciò per cui sua madre aveva combattuto: una vita fuori dalla ’ndrangheta. Ma una vita nuova non cancella automaticamente quella precedente.
Proteggere una persona non significa soltanto impedirne l’omicidio
È questo il punto sul quale la morte di Denise dovrebbe obbligarci almeno a riflettere, senza trasformare quella riflessione in una spiegazione del suo gesto. Lo Stato italiano dispone di strumenti per proteggere fisicamente testimoni e collaboratori minacciati dalle organizzazioni criminali, ma proteggere una vita è qualcosa di più complesso che proteggere un corpo.
Significa accompagnare una persona nella costruzione di una nuova identità sociale, professionale e affettiva. Significa chiedersi che cosa accade cinque, dieci o quindici anni dopo la sentenza. Significa evitare che il testimone diventi importante per lo Stato soltanto finché può essere utile a un processo. Nel caso di Denise sarebbe irresponsabile sostenere che questo sistema abbia fallito e che quel fallimento spieghi la sua morte. Non abbiamo elementi per affermarlo. Possiamo però domandarci se il nostro modello di tutela sia sufficientemente capace di accompagnare la vita dopo la protezione. Sono due questioni diverse, e confonderle non aiuterebbe né Denise né gli altri testimoni di giustizia.
L’inchiesta sulla morte di Denise
La Procura di Velletri vuole intanto chiarire ciò che è accaduto negli ultimi giorni della donna. Il fascicolo è stato aperto per istigazione al suicidio contro ignoti. Il telefono di Denise è stato sequestrato e sarà analizzato, mentre gli investigatori hanno effettuato accertamenti nell’abitazione di Ariccia nella quale viveva con il compagno e il figlio. È stata eseguita anche l’autopsia.
L’apertura del procedimento non significa che gli investigatori abbiano individuato qualcuno responsabile della morte. Si tratta dello strumento attraverso il quale la magistratura può svolgere tutti gli accertamenti necessari e verificare se dietro il gesto vi siano elementi di rilevanza penale. Anche qui la cautela è indispensabile: non sappiamo perché Denise abbia deciso di morire. Attribuire quel gesto alla ’ndrangheta, alla solitudine, al sistema di protezione o a qualsiasi altro elemento significherebbe trasformare un’ipotesi in una certezza che oggi non possediamo.
Lea aveva combattuto perché Denise fosse libera
Resta però una storia che conosciamo. Lea Garofalo aveva deciso di rompere con l’ambiente nel quale era cresciuta perché non voleva consegnare sua figlia allo stesso destino. Per quella scelta venne uccisa. Denise, rimasta sola, fece qualcosa di altrettanto radicale: scelse la verità contro la propria famiglia paterna.
Testimoniò, si costituì parte civile, contribuì alla condanna degli uomini responsabili della morte della madre e accettò di scomparire dalla vita pubblica per poter continuare a vivere. La ’ndrangheta perse quella battaglia. Carlo Cosco e gli altri responsabili furono condannati, il corpo di Lea venne ritrovato, la donna che qualcuno aveva tentato di cancellare ebbe finalmente un funerale e divenne uno dei simboli nazionali della ribellione alle mafie.
Ma vincere un processo non significa necessariamente restituire a chi ha combattuto tutto ciò che ha perduto. Ed è forse questa la parte delle storie di mafia che raccontiamo meno.
Il silenzio che viene dopo
Quando un testimone parla, lo Stato gli chiede coraggio. Quando depone, gli chiede di resistere. Quando arriva la sentenza, celebriamo la vittoria della giustizia. Poi le telecamere se ne vanno. È proprio allora che dovrebbe cominciare un’altra forma di responsabilità pubblica.
Non possiamo sapere se qualcosa avrebbe potuto cambiare il destino personale di Denise. Non abbiamo il diritto di trasformare la sua morte nella dimostrazione di una tesi. Abbiamo però il dovere di non dimenticare ciò che la sua vita dimostra: a diciotto anni scelse di stare dalla parte della madre assassinata contro il proprio padre, accettò le conseguenze di quella scelta e visse per anni con un’altra identità perché la verità che aveva raccontato la esponeva a un pericolo reale.
Le mafie non esercitano il proprio potere soltanto attraverso gli omicidi. Lo esercitano anche attraverso la paura, l’isolamento, la distruzione dei legami e la convinzione che ribellarsi significhi perdere tutto. Per questo la risposta dello Stato non può terminare con una condanna definitiva. Deve continuare nella vita di chi ha avuto il coraggio di parlare, non per trasformare Lea e Denise in simboli da commemorare una volta all’anno, ma perché la prossima persona che deciderà di rompere con una famiglia mafiosa sappia che, dopo aver detto la verità, non sarà lasciata sola con le conseguenze di quella scelta.
