Proseguono le indagini sull’attentato ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre 2025 a Pomezia, alle porte di Roma. Dopo l’arresto di quattro persone ritenute coinvolte nell’azione, gli investigatori concentrano ora l’attenzione sull’individuazione degli eventuali mandanti che avrebbero commissionato l’attacco.
Un elemento ritenuto di particolare interesse è un telefono cellulare sequestrato durante le perquisizioni eseguite contestualmente agli arresti. Il dispositivo sarà sottoposto ad accertamenti tecnici nella speranza di ricostruire contatti, comunicazioni e possibili collegamenti utili a risalire a chi avrebbe organizzato o finanziato l’azione.
Per giovedì 2 luglio sono fissati gli interrogatori di garanzia dei quattro indagati arrestati dai carabinieri. Le accuse contestate, a vario titolo, comprendono detenzione e porto di materiale esplosivo, utilizzo di un ordigno, minacce e danneggiamento, con l’aggravante di aver agito in gruppo e con modalità riconducibili alla criminalità organizzata. La Procura di Roma continua inoltre a sostenere l’ipotesi del reato di strage, contestazione che il giudice per le indagini preliminari non ha accolto nell’ordinanza cautelare.
Gli investigatori non escludono alcuna pista. Oltre all’eventuale collegamento con l’attività professionale del conduttore diReport, vengono valutati anche altri possibili moventi, nell’ambito di un’inchiesta ancora in pieno sviluppo. Intervenendo adAgorà Estatesu Rai 3, Ranucci ha espresso fiducia nel lavoro degli inquirenti. Il giornalista ha sottolineato di ritenere che gli investigatori abbiano già raccolto elementi significativi e si è detto fiducioso che gli interrogatori possano contribuire a chiarire ulteriormente il quadro. Ha inoltre raccontato che gli ultimi sviluppi dell’inchiesta lo hanno inevitabilmente riportato con la memoria ai momenti dell’attentato, pur affermando di affrontare la situazione con serenità.
Le persone arrestate sono Antonio Passariello, residente nel Napoletano, e Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, tutti domiciliati nell’Avellinese. Secondo l’ipotesi accusatoria, il gruppo avrebbe agito dietro compenso, ricevendo alcune migliaia di euro per portare a termine l’attentato. Gli indagati hanno precedenti penali di diversa natura e il loro ruolo, così come quello di eventuali mandanti, sarà ora al centro dei prossimi sviluppi dell’inchiesta.

