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Vannacci perde a Reggio, ma Meloni è avvisata: quel 10,94% può far saltare i conti della destra

Fabio Roscioli conquista il seggio alla Camera con il 51,02%. Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale ed ex capogruppo regionale di Forza Italia, si ferma al 10,94%. È una sconfitta rispetto alle ambizioni dichiarate da Vannacci, ma anche il primo risultato a due cifre del suo partito sulla scheda. Liquidarlo come una parentesi folcloristica potrebbe costare caro al centrodestra alle politiche del 2027.

Roberto Vannacci aveva evocato la Sassonia e parlato di un obiettivo superiore al 43%. A Reggio Calabria, la prima prova elettorale di Futuro Nazionale con il proprio simbolo si è chiusa al 10,94%. Il seggio è andato senza incertezze a Fabio Roscioli, candidato della coalizione di governo.

Se il metro è quello fissato dallo stesso leader di Futuro Nazionale, il risultato è una sconfitta. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha scelto l’ironia, parlando di «sassate elettorali» ricevute dal generale. Ma la battuta non esaurisce il significato del voto. Una forza politica appena nata ha raccolto più di ottomila consensi correndo contro un centrodestra che, nello stesso collegio, ha comunque superato il 51%. Ridere del mancato assalto al seggio è comprensibile. Concludere che Vannacci non sia un problema per la maggioranza sarebbe un errore diverso, e potenzialmente più serio.

Il risultato, senza gonfiarlo e senza sminuirlo

Lo scrutinio completo delle 487 sezioni, riportato nella schermata del Ministero dell’Interno aggiornata alle 18:33 del 28 settembre, assegna a Roscioli 38.359 voti, pari al 51,02%. Francesco Antonio «Frank» Benedetto, sostenuto dal centrosinistra, ottiene 27.511 voti e il 36,59%. Domenico Giannetta arriva a 8.226 voti, il 10,94%; Francesco Toscano, per Democrazia Sovrana Popolare, si ferma a 1.085 voti, l’1,44%.

C’è un calcolo che impedisce di raccontare questa suppletiva come una vittoria sfuggita alla destra per colpa di Vannacci. Roscioli ha superato Benedetto di 10.848 voti, più degli 8.226 raccolti da Giannetta. In questa elezione Futuro Nazionale non ha sottratto al centrodestra il seggio. Né è possibile sapere come avrebbero votato i sostenitori di Giannetta se il suo nome non fosse stato sulla scheda.

Il secondo limite riguarda l’affluenza. Ha votato il 22,34% degli aventi diritto, contro il 49,40% registrato nel collegio alle politiche del 2022: consultazioni diverse, con una posta in gioco e una mobilitazione incomparabili. Quel 10,94% misura il peso di Giannetta tra i voti validi espressi in questa suppletiva. Non è una previsione del risultato che Vannacci otterrebbe in Calabria, e tanto meno in Italia, alle prossime politiche. Ma resta un segnale concreto: per la prima volta il partito del generale ha misurato la propria capacità di raccogliere voti, oltre l’attenzione dei social e dei sondaggi. I dati sull’affluenza e il risultato definitivo sono riportati anche da Tgcom24.

La forza di Giannetta e quella del simbolo non sono la stessa cosa

L’11% non può essere attribuito interamente al carisma di Vannacci. Domenico Giannetta non è un candidato sconosciuto arrivato da fuori per esibire un nuovo contrassegno. Era capogruppo di Forza Italia nel Consiglio regionale calabrese, aveva una lunga militanza azzurra e alle regionali del 2025 aveva raccolto oltre diecimila preferenze personali. La sua candidatura con Futuro Nazionale è stata anche una rottura dentro il gruppo dirigente locale di Forza Italia. Lo hanno ricostruito ANSA e Pagella Politica.

Questo rende il risultato meno facilmente esportabile in altri territori, ma politicamente più interessante. Vannacci non si è limitato a trovare un portavoce locale: è riuscito ad attirare un esponente già inserito nella classe dirigente del centrodestra e a offrirgli un’altra bandiera sotto cui correre. Se la vicenda restasse isolata, il suo significato sarebbe limitato. Se diventasse un metodo — candidati riconoscibili, radicamento locale, dissidenti provenienti dai partiti di governo — Futuro Nazionale potrebbe trasformare la visibilità del leader in una rete politica.

La campagna ha sfruttato anche una contrapposizione immediata. Giannetta era presentato come il candidato reggino; Roscioli, tesoriere nazionale di Forza Italia, come l’uomo scelto dai vertici e non nato nel territorio. È una narrazione semplice, efficace in una suppletiva e facilmente replicabile altrove: «noi» siamo la voce della città, «loro» decidono da Roma. Che Roscioli abbia vinto dimostra la tenuta della coalizione e della sua organizzazione. Che Giannetta sia arrivato in doppia cifra mostra che quella narrazione ha trovato ascolto.

Il semplicismo di Vannacci è una strategia politica

Vannacci si è presentato a Reggio come il rappresentante della «destra vera», contrapponendosi ai partiti accusati di avere annacquato la propria identità. Sul sostegno all’Ucraina ha usato una formula altrettanto netta: basta risorse destinate a Kiev, quelle risorse devono andare agli italiani. È la linea riportata da ANSA durante la chiusura della campagna elettorale.

Questa comunicazione semplifica problemi che un governo è obbligato ad affrontare nella loro complessità. La guerra in Ucraina diventa una scelta secca tra «pace» e «armi», come se la sicurezza europea e le condizioni di un negoziato potessero sparire dallo slogan. L’identità della destra diventa una prova di purezza, nella quale chi esercita responsabilità di governo può essere dipinto come un traditore dei propri elettori.

Liquidare tutto come folclore sarebbe però una forma di sottovalutazione. Il semplicismo è precisamente il prodotto politico che Vannacci offre: poche parole riconoscibili, conflitti senza sfumature, un bersaglio sempre identificabile. È particolarmente utile a chi corre fuori da una coalizione di governo: può contestare ogni compromesso senza doverne gestire le conseguenze. A Reggio questa formula si è sommata alla notorietà e ai rapporti locali di Giannetta. Non sappiamo quanto abbia pesato ciascun fattore; sappiamo che la loro combinazione ha portato 8.226 voti.

Reggio, una storia più complessa dell’etichetta «roccaforte della destra»

Il contesto conta. Reggio Calabria ha una lunga storia di destre differenti: quella istituzionale e di governo, quella del radicamento locale, quella della protesta e, in alcune pagine del passato, settori dell’eversione neofascista intrecciati con interessi della ’ndrangheta. Non è una suggestione costruita dopo questo voto. La documentazione della Commissione parlamentare antimafia ricostruisce rapporti tra gruppi criminali e ambienti della destra eversiva nel periodo dei moti di Reggio del 1970.

Un episodio particolarmente inquietante riguarda Franco Freda. In un’audizione parlamentare del 2017, l’allora procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ricordò che Freda fu ospitato in città durante la sua latitanza del 1978 e riferì del sostegno ricevuto da uomini legati ai De Stefano e da Paolo Romeo. È un fatto della storia politica e criminale reggina che non va rimosso.

Quella storia non autorizza alcuna associazione con l’attuale destra reggina. Sarebbe un’accusa priva di fondamento. Non autorizza neppure a descrivere tutti i moti di Reggio, o tutta la destra della città, attraverso la loro componente più oscura. Serve invece a evitare una rappresentazione piatta del territorio: qui le destre hanno avuto linguaggi, organizzazioni e memorie molto diverse, talvolta in aperta competizione.

E Reggio non ha «sempre» votato a destra. Nel collegio, alle politiche del 2018 vinse il Movimento 5 Stelle; nel 2022 prevalse il centrodestra. I risultati richiamati da Pagella Politica mostrano proprio che il voto locale cambia e che nessuna tradizione storica determina automaticamente una scheda del 2026. La lettura corretta del 10,94% deve partire dalla campagna e dai suoi protagonisti, senza cercare una discendenza meccanica nel passato.

Meloni ha vinto. Il dilemma comincia dopo la vittoria

La presidente del Consiglio ha rivendicato il successo di una coalizione unita contro il centrosinistra. Sul piano del seggio, ha ragione: Roscioli è stato eletto con un vantaggio netto. Occhiuto può a sua volta ricordare a Vannacci la distanza tra l’ambizione proclamata e il risultato. Ma la forza di un nuovo concorrente non si misura soltanto chiedendosi se abbia vinto alla prima uscita.

Il dato politicamente scomodo per il centrodestra è un altro: una lista che lo ha attaccato da destra ha superato la doppia cifra senza impedirgli, per ora, di vincere. Questo consente a entrambe le parti di raccontarsi una vittoria. La maggioranza conserva il seggio; Vannacci può dire di avere un elettorato abbastanza visibile da meritare attenzione. Alla prossima prova, in un territorio meno favorevole o con schieramenti più vicini, la convivenza dei due risultati potrebbe non ripetersi.

Il problema non riguarda soltanto il modo di distribuire i voti. Riguarda il prezzo politico di una possibile alleanza. Inserire Futuro Nazionale nella coalizione potrebbe aiutare la destra a sommare consensi, ma porterebbe al tavolo le richieste di Vannacci su Ucraina, immigrazione e identità politica. Tenerlo fuori difenderebbe la distinzione tra le diverse anime della maggioranza, lasciandogli però la possibilità di presentarsi come l’unica opposizione «autentica» a destra. La scelta coinvolge in modo particolare Forza Italia, che a Reggio ha difeso il proprio spazio proprio contro un suo ex dirigente.

Perché il 2027 può essere diverso da Reggio

Alle prossime politiche non si voterà in un solo collegio e l’affluenza non sarà quella di una suppletiva. Cambieranno i candidati, i temi, la mobilitazione e forse anche le regole. La riforma elettorale approvata dal Senato il 15 settembre è ancora in attesa dell’ultimo passaggio alla Camera: nel testo uscito da Palazzo Madama, il premio di maggioranza è legato a una soglia del 42% per la coalizione. Sarebbe quindi scorretto applicare già oggi con certezza quel meccanismo al voto del 2027. È però evidente perché la collocazione di Futuro Nazionale sia diventata una questione centrale nel dibattito sulla legge. ANSA ha ricostruito il testo e il suo iter.

Una simulazione di YouTrend per Sky TG24, riportata da ANSA, ha mostrato quanto potrebbe cambiare l’assegnazione dei seggi, con le intenzioni di voto utilizzate nello studio, a seconda che il partito di Vannacci entri nella coalizione o corra da solo. È una simulazione condizionata a sondaggi e regole non ancora definitivi, non una previsione dell’esito elettorale. Il suo valore è indicare la dimensione del problema: in un sistema che premia le coalizioni, anche una forza incapace di vincere da sola può diventare decisiva per la vittoria altrui.

Le politiche del 2027 potrebbero essere anticipate alla primavera, come si discute negli ambienti politici, ma quella data non è fissata: richiederebbe uno scioglimento anticipato delle Camere. Qualunque sia il calendario, il centrodestra ha ancora tempo per capire che cosa sia davvero Futuro Nazionale fuori dal caso reggino. Reggio non offre una risposta nazionale. Impedisce, però, di liquidare la domanda.

Vannacci aveva promesso una valanga e ha ottenuto una quota molto più modesta. Roscioli ha vinto e Giannetta ha perso. Sono i fatti. L’errore sarebbe pretendere che da questi fatti discenda una sola conclusione rassicurante per Meloni. Il primo test ha mostrato sia i limiti del generale sia la sua capacità di raccogliere voti contro i partiti da cui proviene. Chi vuole batterlo deve prendere sul serio entrambe le cose.

Fonti