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Vannacci la fa fuori dal vaso: il caso Siracusano e il boomerang del “purché se ne parli”

La sottosegretaria di Forza Italia annuncia una denuncia per l’immagine alterata diffusa dall’ex generale. Lui sostiene di averla ripresa da un sito calabrese. Ma la responsabilità politica resta: quanto può durare una strategia che conquista attenzione e alimenta lo scontro con i possibili alleati?

Purché se ne parli. Il caso dell’immagine alterata di Matilde Siracusano, pubblicata sui social da Roberto Vannacci, sembra riassumere questa concezione della comunicazione politica: provocare, suscitare indignazione, occupare la discussione pubblica. E trasformare anche le critiche in un’occasione per rimettere il proprio nome al centro della scena.

Questa volta, però, Vannacci la fa fuori dal vaso ancora una volta, trascinando nella campagna elettorale il corpo di un’avversaria. La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, esponente di Forza Italia, denuncia di essere stata “spogliata” attraverso l’intelligenza artificiale e annuncia iniziative legali.

L’ex generale respinge l’accusa di aver modificato personalmente l’immagine e sostiene di averla recuperata da un sito calabrese. Una precisazione che va riportata, perché realizzare un’immagine e rilanciarla sono condotte differenti. Resta, tuttavia, la scelta politica di averla pubblicata.

Ed è qui che comincia il problema per chi aspira a trasformare la notorietà in leadership: essere continuamente al centro delle polemiche può aiutare a farsi conoscere. Non garantisce che si venga considerati credibili.

Il caso Siracusano e la replica di Vannacci

La vicenda nasce da un post diffuso il 25 settembre, nel pieno della campagna per le suppletive della Camera a Reggio Calabria. L’immagine rappresenta Siracusano a tavola insieme al candidato di Forza Italia Fabio Roscioli e a Claudio Lotito, con l’abbigliamento della sottosegretaria alterato rispetto alla fotografia originale e una scollatura accentuata. La ricostruzione è riportata anche da Alanews.

Nell’intervista concessa a Conchita Sannino per Repubblica, Siracusano descrive l’episodio come un attacco personale degradante:

«Spogliare con un software la compagna del presidente della Regione e trasformarla in uno strumento di propaganda è una cosa che trovo peraltro ridicola, oltre che profondamente grave».

La sottosegretaria afferma di aver già parlato con i propri avvocati e annuncia una denuncia. La qualificazione penale che propone nell’intervista resta la sua valutazione: l’annuncio di un’azione legale non equivale a un accertamento giudiziario.

Vannacci, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, sostiene invece di aver preso l’immagine da un sito calabrese e invita a rivolgere altrove le accuse sulla sua realizzazione.

La sua replica affronta dunque la paternità della manipolazione. Lascia aperta la questione dell’opportunità di utilizzare quell’immagine nella comunicazione di un leader politico.

Il corpo di una donna dentro la propaganda

Si possono contestare le candidature di Forza Italia, le scelte di Roberto Occhiuto, le relazioni di potere in Calabria. Si può farlo duramente, chiedendo conto di decisioni, risultati e responsabilità.

L’alterazione dell’abbigliamento di Siracusano non aggiunge alcun argomento a queste contestazioni. Sposta l’attenzione sulla sua esposizione fisica, mettendo in secondo piano il ruolo pubblico che ricopre.

Ed è un passaggio particolarmente sgradevole proprio perché Siracusano è una parlamentare e una componente del governo con una propria responsabilità politica. Ridurla alla compagna del presidente della Regione, per poi utilizzare la sua immagine contro quel sistema di alleanze, significa comprimerne due volte l’autonomia.

Il giudizio politico sull’episodio può essere netto senza anticipare quello dei tribunali. Chi diffonde un contenuto dal proprio profilo ufficiale deve rispondere della scelta di offrirgli visibilità, anche quando quel contenuto sia stato prodotto da altri.

Il precedente delle gonne e la contraddizione dentro Futuro Nazionale

La polemica arriva a pochi giorni dall’intervento con cui Vannacci, inserendosi nella discussione sulle dichiarazioni di Antonio Tajani riguardo all’abbigliamento femminile, aveva detto di preferire le donne senza gonna.

Già allora le critiche erano arrivate anche dal centrodestra. Il ministro Luca Ciriani aveva osservato che «Vannacci sta facendo di tutto per escludersi dalla nostra eventuale coalizione», come riferito dall’ANSA il 22 settembre.

C’è poi una contraddizione ancora più interessante. Il 20 settembre, Il Fatto Quotidiano aveva raccontato un messaggio interno di Futuro Nazionale, firmato dalla responsabile Annamaria Frigo, che richiamava i coordinatori a un uso disciplinato dei social. Il testo chiedeva di evitare «parolacce, insulti, volgarità e attacchi personali», spiegando che le uscite pubbliche possono compromettere la credibilità dell’intero progetto. La ricostruzione del Fatto Quotidiano.

Il principio è ragionevole. Proprio per questo diventa difficile conciliarlo con la comunicazione del leader.

Se ai dirigenti si chiede di costruire affidabilità, mentre dal vertice arrivano contenuti che producono ripetutamente indignazione, il problema riguarda anche l’esempio offerto alla futura classe dirigente. La disciplina comunicativa rischia di apparire una regola per i collaboratori, con un’eccezione permanente per il capo.

Perché il “purché se ne parli” può funzionare

Sarebbe ingenuo concludere che una polemica così aspra debba necessariamente danneggiare Vannacci nelle urne. L’indignazione degli avversari non si traduce automaticamente nella perdita dei sostenitori.

Una parte del pubblico può leggere le condanne come la conferma che il proprio leader disturba gli equilibri esistenti. Più le figure istituzionali lo attaccano, più può consolidarsi l’identificazione con chi si presenta come estraneo alle convenzioni della politica.

È una possibile chiave di lettura della sua comunicazione: la provocazione produce una reazione, la reazione genera altre notizie, le notizie mantengono il protagonista al centro dell’attenzione. Nel frattempo, programmi e proposte degli altri finiscono ai margini.

Questo meccanismo può essere particolarmente utile a una formazione che cerca riconoscibilità. Ma porta con sé un equivoco: il numero delle persone che parlano di un politico non coincide con quello delle persone disposte ad affidargli una responsabilità di governo.

Una condivisione può esprimere sostegno, indignazione o semplice curiosità. Trattarle tutte come consenso significa confondere il successo di un contenuto con la solidità di un progetto.

Il primo rischio: dover alzare continuamente il livello

La provocazione ripetuta rischia di consumare il proprio effetto. Quando il pubblico si abitua, ciò che ieri faceva scandalo oggi può diventare prevedibile.

Per continuare a ottenere la stessa attenzione, la tentazione è spingersi oltre. Una battuta più pesante, un’immagine più aggressiva, un attacco più personale. Così, però, la ricerca di visibilità può restringere progressivamente lo spazio per ogni altro registro.

Un leader finisce per essere atteso soprattutto per la prossima polemica. Anche quando prova a discutere seriamente di economia, sicurezza o politica estera, deve fare i conti con l’immagine che ha contribuito a costruire.

Il rischio è diventare prigionieri del personaggio: riconoscibili, capaci di mobilitare una cerchia fedele, ma poco convincenti per chi cerca competenza, misura e capacità di assumere decisioni.

Non è un destino inevitabile. È il costo potenziale di una comunicazione che punta sistematicamente sull’eccesso.

Il secondo rischio: rendere più costosa un’alleanza

Il caso Siracusano colpisce direttamente i rapporti con Forza Italia. Tajani definisce l’attacco «volgare e inaccettabile»; nell’intervista a Repubblica, la sottosegretaria ribadisce la propria contrarietà a un’intesa con Vannacci, ritenendone le posizioni lontane dalla cultura politica del suo partito.

Quella distanza precedeva già questa vicenda. La TGR Calabria la documentava il 9 settembre, riferendo il rifiuto di Siracusano dell’ipotesi di alleanza.

L’episodio aggiunge quindi un ostacolo a una relazione già difficile. Per chi volesse aprire a Futuro Nazionale, ogni nuova polemica potrebbe comportare un prezzo: spiegare ai propri elettori e alla propria classe dirigente perché considerare affidabile un interlocutore che si è appena condannato pubblicamente.

Naturalmente, in politica i rapporti di forza contano e le convenienze elettorali possono riaprire porte apparentemente chiuse. Sarebbe azzardato dichiarare oggi impossibile qualsiasi accordo.

Ma accumulare attenzione e accumulare possibilità di alleanza sono due processi che possono procedere in direzioni opposte.

Reggio Calabria sarà un test, non un verdetto su una fotografia

Le suppletive del 27 e 28 settembre offriranno un primo riscontro elettorale per Futuro Nazionale. Il candidato sostenuto da Vannacci è Domenico Giannetta, con il quale l’ex generale ha chiuso la campagna, come documentato dall’ANSA.

Quel risultato andrà letto considerando il radicamento dei candidati, l’affluenza, gli equilibri locali e la competizione tra partiti. Attribuirlo interamente all’ultima polemica sarebbe una semplificazione, sia in caso di successo sia in caso di insuccesso.

Il tema sollevato dal caso Siracusano è più ampio: quale spazio può conquistare nel tempo una forza politica che lega una parte così visibile della propria identità alla provocazione?

Il boomerang può arrivare anche senza un crollo nei sondaggi

Il contraccolpo potrebbe non assumere la forma spettacolare di un’improvvisa perdita di voti. Potrebbe manifestarsi come difficoltà ad allargare il consenso, a convincere persone competenti a esporsi, a costruire rapporti stabili con altri partiti.

Un seguito rumoroso può convivere con un limite politico molto concreto: essere abbastanza forti da condizionare gli altri, ma troppo divisivi per diventare il punto di riferimento di una proposta più larga.

Per questo la domanda sulla durata del «purché se ne parli» resta aperta. La strategia può funzionare finché l’attenzione ottenuta compensa il logoramento della reputazione e dei rapporti politici. Diventa un boomerang quando ciò che rende riconoscibile il leader comincia a impedirgli di crescere.

Nel frattempo, il caso Siracusano merita un giudizio che non dipenda dal prossimo sondaggio. Utilizzare l’immagine alterata di un’avversaria è una scelta politicamente scadente anche se produce interazioni, titoli e applausi.

Vannacci può riuscire ancora a far parlare di sé. La prova più difficile resta convincere che, oltre alla prossima provocazione, abbia qualcosa da offrire.