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Vannacci, il bluff che affosserà il centrodestra

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Il problema di Roberto Vannacci non è che prenderà pochi voti. Il problema, per il centrodestra, è esattamente l’opposto: potrebbe prenderne una caterva.

È questo il paradosso che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani dovrebbero osservare con maggiore attenzione in vista delle prossime elezioni politiche. Futuro Nazionale cresce nei sondaggi, conquista spazio sui social, riempie le piazze e soprattutto parla a un elettorato che esiste davvero. Pensare di liquidare tutto come una fiammata estiva o una parentesi destinata a chiudersi da sola sarebbe un errore.

Vannacci ha capito una cosa molto semplice: in una stagione politica complicata, i messaggi semplici funzionano terribilmente bene. Immigrazione, sicurezza, identità nazionale, Europa, famiglia, politicamente corretto. Poche parole, un nemico facilmente riconoscibile, una soluzione apparentemente immediata. Non importa che dietro quella soluzione ci sia spesso un problema enormemente più complesso.

È la forza del populismo. E sarà probabilmente la forza elettorale di Futuro Nazionale. E non è niente di nuovo, se ricordate le storie di Salvini con la Lega e di Grillo con il primo M5s, seppur con connotati diversi.

Il problema non è Vannacci, sono i suoi voti

Chi pensa che Vannacci possa danneggiare il centrodestra semplicemente sottraendogli qualche punto percentuale rischia di non cogliere la dimensione reale della questione.

Quei voti non arriveranno principalmente dalla sinistra. Arriveranno dal bacino elettorale che negli ultimi anni ha permesso al centrodestra di diventare maggioranza: Fratelli d’Italia, certamente, ma soprattutto Lega e Forza Italia.

La Lega è il bersaglio più evidente. Salvini aveva provato a trasformare il generale in una risorsa interna, candidandolo alle Europee e affidandogli poi la vicesegreteria del partito. È finita nel modo peggiore possibile: ha contribuito a costruire il proprio concorrente.

Vannacci parla oggi a una parte di quell’elettorato leghista che aveva seguito Salvini nella trasformazione del vecchio partito autonomista del Nord in una forza nazionale e sovranista. Ma lo fa con parole ancora più nette, senza la necessità di mediare con alleati, ministri, istituzioni europee e responsabilità di governo.

Perché votare la copia quando l’originale può promettere di più?

Dopo la Lega, il problema sarà Forza Italia

C’è però un secondo passaggio che rischia di essere persino più importante. L’avanzata di Futuro Nazionale potrebbe progressivamente schiacciare la componente moderata del centrodestra.

Forza Italia rappresenta ancora oggi quella parte della coalizione che prova a tenere insieme europeismo, cultura di governo, rapporti con il mondo produttivo e un elettorato moderato che non si riconosce nella destra identitaria più radicale.

Se Vannacci crescerà, Tajani avrà davanti un problema quasi insolubile. Spostarsi a destra per inseguirlo significherebbe perdere la propria ragione politica. Restare fermo significherebbe assistere alla progressiva polarizzazione della coalizione intorno a Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale.

E anche qualora Vannacci restasse fuori dall’alleanza, la conseguenza non sarebbe necessariamente migliore. Una parte dell’elettorato moderato potrebbe semplicemente smettere di riconoscersi nel centrodestra.

È qui che il fenomeno Vannacci smette di essere un problema di percentuali e diventa un problema politico.

Meloni aveva costruito qualcosa di diverso

Per comprenderlo bisogna ricordare cosa ha fatto Giorgia Meloni negli ultimi anni.

La sua operazione politica non è consistita semplicemente nel portare Fratelli d’Italia dal 4 al 30 per cento. È stata molto più ambiziosa: trasformare una destra identitaria in una destra di governo, accettabile per il Quirinale, affidabile per Bruxelles, interlocutrice di Washington e capace di dialogare con imprese, mercati e istituzioni internazionali.

Meloni non ha cancellato le proprie radici. Le ha inserite dentro una cultura di governo.

È questo il vero salto compiuto dalla destra italiana. Ed è esattamente questo equilibrio che Vannacci rischia di mandare in frantumi.

Perché Futuro Nazionale procede nella direzione opposta. Non cerca di rendere la destra più larga. La rende più stretta e più rumorosa.

Il futuro raccontato con le parole del passato

C’è poi una contraddizione persino nel nome scelto dal generale.

Futuro Nazionale parla moltissimo di futuro utilizzando soprattutto parole del passato.

Romanità, Decima, famiglia tradizionale, patriarcato, sovranità monetaria, uscita dall’euro, immigrazione raccontata quasi esclusivamente come invasione, diffidenza verso l’integrazione europea. È un repertorio che può certamente mobilitare consenso, ma che difficilmente rappresenta una risposta sufficiente alle questioni che determineranno il destino dell’Italia nei prossimi vent’anni.

Intelligenza artificiale, denatalità, produttività, debito pubblico, competitività industriale, energia, formazione, sanità, autonomia tecnologica europea, rapporti con Stati Uniti e Cina: un Paese si governa su questi terreni, non attraverso una collezione di provocazioni sui social.

Vannacci è molto efficace quando deve indicare ciò contro cui combattere. Molto meno chiaro quando bisogna spiegare cosa costruire al suo posto.

Ma questo, elettoralmente, potrebbe non essere affatto un limite.

Perché Vannacci prenderà molti voti

Sarebbe infatti sbagliato commettere l’errore che una parte della sinistra ha già fatto più volte negli ultimi anni: considerare stupidi gli elettori che scelgono messaggi semplici.

Non lo sono.

Sono spesso elettori arrabbiati, disillusi o semplicemente stanchi della complessità, che percepiscono problemi reali ai quali la politica tradizionale non riesce a offrire risposte convincenti.

L’immigrazione incontrollata esiste. Il problema della sicurezza esiste. La distanza tra alcune istituzioni europee e i cittadini esiste. La crisi demografica esiste. Il disagio nei confronti di un linguaggio pubblico percepito come eccessivamente ideologico esiste.

Vannacci prende questi problemi, elimina tutte le sfumature e offre una risposta immediata.

È politicamente potentissimo.

Ed è proprio per questo che può prendere molti voti.

Il bluff non è elettorale

Quando parlo di bluff, quindi, non mi riferisco al consenso. Quel consenso potrebbe essere assolutamente reale.

Il bluff è politico.

È l’idea che basti riportare indietro le lancette della storia per risolvere i problemi del presente. Che una società complessa possa essere governata attraverso parole d’ordine. Che l’Italia possa permettersi una destra permanentemente mobilitata contro qualcosa anziché impegnata a costruire qualcosa.

Un partito può arrivare al 7, all’8, magari al 10 per cento con questo schema. Può condizionare una coalizione. Può far perdere elezioni. Può persino diventare decisivo per vincerle.

Ma governare è un’altra cosa. E Giorgia Meloni questo lo sa benissimo, perché è esattamente il passaggio che ha dovuto compiere quando è arrivata a Palazzo Chigi.

La trappola per Fratelli d’Italia

Anche Fratelli d’Italia finirà inevitabilmente sotto pressione.

Più Vannacci crescerà, più una parte del partito chiederà a Meloni di inseguirlo sul suo terreno. Più Futuro Nazionale alzerà il tono su immigrazione, Europa, diritti e sicurezza, più la premier dovrà scegliere se rispondere spostandosi a destra oppure continuare sulla linea costruita durante gli anni di governo.

La prima scelta potrebbe recuperare qualche voto in uscita verso Vannacci, ma rischierebbe di compromettere il lavoro fatto per accreditare Fratelli d’Italia come grande partito conservatore di governo.

La seconda conserverebbe quella credibilità, ma lascerebbe ulteriore spazio elettorale al generale.

È una tenaglia. E probabilmente sarà il vero problema strategico di Meloni da qui alle elezioni.

Una coalizione sempre più forte a destra e sempre più debole al centro

Il rischio finale è quello di un centrodestra apparentemente più radicale e forse persino numericamente competitivo, ma politicamente molto meno largo.

Immaginiamo una Lega ridimensionata, Forza Italia marginalizzata, Futuro Nazionale in forte crescita e Fratelli d’Italia costretto a difendersi sulla propria destra.

Che cosa rimarrebbe del progetto costruito da Meloni?

Una coalizione nella quale la competizione interna non sarebbe più su chi riesce a governare meglio, ma su chi riesce a essere più radicale.

E una coalizione che perde il centro non perde soltanto qualche voto. Perde quella fascia di elettorato che nelle democrazie occidentali spesso decide le elezioni: professionisti, imprenditori, ceto medio urbano, europeisti conservatori, cattolici moderati, elettori che vogliono ordine ma anche stabilità, sicurezza ma anche affidabilità istituzionale.

Non tutti passeranno a sinistra. Molti potrebbero semplicemente non votare il centrodestra.

Il regalo involontario al campo largo

Ed ecco il paradosso finale. Roberto Vannacci potrebbe diventare il miglior alleato involontario del centrosinistra.

Non perché sposti voti direttamente verso Schlein o Conte. Probabilmente ne sposterà pochissimi. Ma perché potrebbe rompere il meccanismo che ha consentito al centrodestra di vincere: una destra forte affiancata da un’area moderata sufficientemente ampia da rendere la coalizione maggioritaria.

Vannacci può prosciugare la Lega, comprimere Forza Italia, sottrarre voti a Fratelli d’Italia e contemporaneamente costringere Meloni a scegliere tra radicalizzazione e perdita di consenso sulla propria destra.

Potrebbe insomma vincere la sua battaglia e far perdere la guerra al centrodestra.

È questo il vero bluff. Futuro Nazionale promette di rendere la destra più forte. Potrebbe invece renderla più piccola proprio mentre cresce nei sondaggi.

E se alle prossime politiche Vannacci prenderà davvero quella caterva di voti che oggi molti segnali lasciano immaginare, il problema non sarà capire quanti parlamentari avrà eletto il generale.

La domanda sarà un’altra: che cosa sarà rimasto, nel frattempo, del centrodestra di governo costruito da Giorgia Meloni?

Perché il progetto meloniano non fallirebbe necessariamente per una sconfitta di Fratelli d’Italia.

Potrebbe fallire per il successo di Roberto Vannacci.