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IL COMMENTO DEL DIRETTORE

«Una vetrina si ripara»: il fallimento degli adulti che cercano alibi alla violenza

Milano protesta sociale

«Una vetrina si ripara, una generazione no». Ci sono frasi che pretendono di contenere una grande verità e finiscono per rivelare una colossale rinuncia. Questa, pronunciata da una madre a “Mattino Cinque” dopo gli scontri delle ultime settimane, è una di quelle. Il futuro dei giovani viene messo sul piatto della bilancia insieme ai danni provocati a persone del tutto estranee alle loro frustrazioni, come se fosse necessario scegliere tra la salvezza di una generazione e il diritto di un commerciante a non vedersi distruggere il negozio. È un’alternativa falsa, comoda e profondamente diseducativa. Perché una generazione comincia a perdere il proprio futuro anche quando gli adulti smettono di chiederle conto delle sue azioni.

Le giornate del 17 e del 24 ottobre, con gli scontri e i disordini che hanno attraversato diverse città italiane, avrebbero richiesto parole semplici: chi manifesta pacificamente esercita un diritto, chi aggredisce, saccheggia e distrugge deve risponderne. Invece è ricominciata la produzione degli alibi: la rabbia, la precarietà, il disagio, il futuro negato. Problemi veri, che meritano risposte politiche serie e proprio per questo non possono diventare il lasciapassare morale per qualsiasi comportamento. Il disagio sociale non è un’autorizzazione a scaricare violenza sulla vita degli altri. E un adulto dovrebbe essere il primo a ricordarlo, soprattutto quando davanti ha un figlio.

Dietro quella vetrina c’è qualcuno che lavora

La madre intervenuta in televisione ha premesso di non fare il tifo per la violenza, richiamando poi le difficoltà dei giovani e delle loro famiglie. Ma una premessa di condanna perde forza quando il ragionamento successivo ridimensiona ciò che si è appena condannato. Dire che una vetrina si ripara significa fermarsi al vetro, cancellando tutto quello che c’è dietro: il lavoro, le spese, le preoccupazioni, la paura. Il titolare di un negozio può avere un mutuo, dipendenti da pagare e figli che fanno fatica a costruirsi un’indipendenza. Anche la sua famiglia può arrivare a fine mese con difficoltà. Il suo disagio vale meno perché quella sera si trovava dall’altra parte della vetrina?

Chi distrugge un esercizio commerciale non presenta una domanda di giustizia sociale. Impone a un’altra persona il prezzo della propria violenza. E chi minimizza quel gesto, magari convinto di difendere i più fragili, dovrebbe spiegare quale fragilità intenda proteggere e quale sia disposto a sacrificare. La stessa cancellazione riguarda chi viene colpito mentre lavora in divisa: dietro un casco ci sono una persona, una famiglia, uno stipendio, il diritto di tornare a casa senza essere feriti. Una sensibilità che vede soltanto la paura del manifestante e considera irrilevante quella di tutti gli altri è una sensibilità selettiva. Politicamente può essere conveniente. Educativamente è un disastro.

Proteggere un figlio significa anche chiedergli conto

Il compito di un genitore diventa difficile proprio quando il figlio sbaglia. Difenderne i diritti, pretendere che venga trattato correttamente, accompagnarlo e aiutarlo a capire sono doveri. Costruirgli intorno una spiegazione che renda sempre qualcun altro responsabile è una resa. Se ogni comportamento viene ricondotto alle colpe del governo, della società, della scuola o della polizia, al ragazzo resta un messaggio chiarissimo: le conseguenze dei tuoi gesti riguardano sempre gli altri. È così che si alleva l’irresponsabilità, concedendole ogni volta una giustificazione presentabile. Vale per le madri e vale per i padri, senza eccezioni.

Se un figlio ha danneggiato un negozio, la prima preoccupazione dovrebbe essere capire che cosa abbia fatto, chi abbia ferito o danneggiato, come possa assumersene la responsabilità. Chiedere scusa, riparare, risarcire per quanto possibile: sono parole che nel dibattito pubblico sembrano diventate scandalosamente antiquate. Eppure contengono un’idea di rispetto molto più alta dell’assoluzione preventiva. Significano considerare quel giovane capace di scegliere, di comprendere un errore e di cambiare. Il giustificazionismo, invece, lo tratta come un essere privo di volontà, trascinato inevitabilmente dalle circostanze. Poi pretende perfino di chiamare questa svalutazione fiducia nelle nuove generazioni.

Le denunce si verificano, la polizia non si condanna in blocco

A Bologna alcune madri hanno annunciato che parteciperanno al corteo del 30 ottobre, vestite di rosso, denunciando presunte violenze subite o viste dai figli. Nel loro appello dichiarano di opporsi alla violenza di ogni tipo. La loro iniziativa è legittima, e sarebbe scorretto attribuire ai loro ragazzi devastazioni per le quali non vengono indicati elementi. Le denunce su eventuali abusi devono essere esaminate seriamente: servono immagini, testimonianze, ricostruzioni e responsabilità individuali. Proprio questa serietà richiede di evitare che la denuncia di un episodio diventi una sentenza generale contro le forze dell’ordine. Una divisa non garantisce l’innocenza, ma neppure costituisce una prova di colpevolezza.

Presentare la piazza come un luogo nel quale i genitori debbano proteggere i figli dalla polizia rischia di consolidare una contrapposizione devastante: da una parte i ragazzi, necessariamente innocenti; dall’altra gli agenti, necessariamente minacciosi. È uno schema che ostacola l’accertamento dei fatti e alimenta la sfiducia prima ancora di aver verificato le responsabilità. L’autorevolezza di un genitore si misura anche nella capacità di resistere a questa semplificazione. Si può pretendere rigore da chi gestisce l’ordine pubblico e insegnare contemporaneamente che chi lancia un oggetto, appicca un incendio o saccheggia un negozio non sta esercitando una libertà.

Anche il giornalismo deve smettere di distribuire indulgenze

Una parte della stampa trova irresistibile il racconto della madre che si schiera accanto al figlio: la preoccupazione, il coraggio, la paura del futuro, il potere che incombe. Sono sentimenti reali e meritano ascolto. Ma raccontarli comporta anche il dovere di fare domande scomode. Quali episodi sono documentati? Quali responsabilità possono essere accertate? Che cosa significa concretamente comprendere la rabbia, quando quella rabbia viene invocata dopo un saccheggio? La commozione non può sostituire la verifica e la comprensione non può cancellare il giudizio sui comportamenti. Un giornale che rinuncia a queste domande offre ai lettori una rappresentazione rassicurante delle proprie convinzioni.

La questione educativa è tutta qui: avere abbastanza rispetto per i giovani da pretendere che riconoscano i diritti degli altri. Il diritto di protestare acquista forza quando chi lo esercita rifiuta la violenza e sa separarsi da chi la pratica. Gli adulti dovrebbero aiutarli a costruire questa forza, invece di consegnare una scusa per ogni limite superato. Una vetrina può essere riparata, certamente. Più difficile è riparare il danno prodotto da chi insegna che, purché ci si senta abbastanza arrabbiati, le regole possano valere soltanto per gli altri. Quello è un fallimento educativo. E celebrarlo come un gesto d’amore significa preparare il prossimo.