Le devastazioni di Milano offrono un’occasione a chi preferisce discutere di sicurezza anziché di salari, prezzi ed effetti delle guerre. Non ci sono prove di una regia occulta degli scontri. C’è però un vantaggio politico che i facinorosi consegnano a chi governa: rendere sospetta l’intera protesta sociale.
I violenti hanno già ottenuto un risultato: hanno fatto passare in secondo piano le ragioni di chi protestava. Il carovita, gli stipendi insufficienti, gli affitti e i servizi pubblici sono stati sostituiti dalle immagini dei negozi saccheggiati. Chi chiedeva risposte economiche si trova adesso a dover spiegare che cosa abbia a che fare con chi sfonda una vetrina.
La risposta dovrebbe essere semplice: nulla, se non ha partecipato alle violenze. Eppure nel confronto politico questa distinzione rischia di diventare sempre meno importante.
È qui che si vede una mano sulla protesta. Quella di chi può appropriarsi delle immagini degli scontri e usarle per cambiare argomento. Dai risultati del governo alla disciplina delle piazze. Dal prezzo del carburante alle nuove pene. Dalle difficoltà di una famiglia alle responsabilità, vere o presunte, di chi manifesta.
Il vantaggio politico è evidente. Che qualcuno abbia organizzato le violenze per procurarselo è un’altra affermazione, che richiede prove. Confondere i due piani indebolirebbe proprio la critica che serve fare.
Una regia non si dimostra chiedendo a chi conviene
Le ricostruzioni disponibili raccontano una mobilitazione nella quale gli stessi apparati di sicurezza faticano a individuare interlocutori e strutture riconoscibili. L’inchiesta di Repubblica descrive giovani convocati attraverso i social, riferimenti frammentati e difficoltà nell’applicare i tradizionali strumenti di prevenzione. La ricostruzione sulle indagini.
Da questo quadro non si può ricavare la certezza di una centrale politica che muove le piazze italiane ed europee. La contemporaneità delle proteste non basta. Nemmeno la rapidità con cui alcuni gruppi si spostano o si danno appuntamento dimostra chi, eventualmente, li dirigerebbe.
Le responsabilità organizzative vanno cercate e accertate. Ma beneficiare di un evento non significa averlo provocato.
Il problema politico esiste anche senza un ordine impartito dietro le quinte: le violenze possono produrre esattamente l’effetto desiderato da chi vuole ridurre il dissenso a una questione di polizia.
Gli utili idioti della protesta distrutta
Chi saccheggia un supermercato o aggredisce un agente non rende più forte una rivendicazione sui salari. La espone alla delegittimazione e danneggia persone che non hanno alcuna responsabilità nelle scelte contestate.
Gli esercenti colpiti, i dipendenti costretti a chiudere e gli operatori feriti non sono un dettaglio da liquidare come effetto collaterale della rabbia.
I facinorosi diventano così gli utili idioti di una politica che può smettere di rispondere alle domande scomode. Possono anche immaginarsi contro il sistema. Il loro contributo concreto è offrire a chi governa un avversario molto più comodo di un lavoratore che presenta una busta paga insufficiente.
La categoria dei “maranza”, usata ormai come spiegazione universale, completa la semplificazione. Può descrivere nell’uso comune alcuni comportamenti, ma non chiarisce da sola chi abbia commesso un reato, chi abbia organizzato un assalto e chi fosse semplicemente presente.
Attribuire responsabilità individuali richiede indagini. Usare un’etichetta per archiviare tutto il resto richiede soltanto uno slogan.
Dal dovere di condannare all’obbligo di tacere
Condannare le devastazioni è necessario. Il passaggio da contestare comincia quando quella condanna diventa una condizione sempre insufficiente per poter tornare a parlare delle ragioni della protesta.
Si può aver condannato un saccheggio e continuare a chiedere perché una famiglia non riesca a pagare le bollette. Si può esprimere solidarietà agli agenti e domandare se il dispositivo predisposto fosse adeguato. Sono questioni che uno Stato capace dovrebbe affrontare insieme.
Nel confronto tra Giuseppe Sala e Matteo Piantedosi, il dubbio del sindaco sull’adeguatezza delle forze disponibili è stato accompagnato dalla replica del ministro sulla sinistra “radical chic”. Piantedosi ha anche precisato che i dispositivi vengono verificati a posteriori: un passaggio sul quale sarebbe utile costruire un confronto operativo, anziché proseguire negli attacchi personali. Il confronto ricostruito da Adnkronos.
Meloni, annunciando il vertice sull’ordine pubblico, ha parlato espressamente di chi sfrutta manifestazioni legittime per produrre violenza e caos. Quella distinzione va presa sul serio e mantenuta nelle decisioni successive.
Se invece ogni critica alla gestione della sicurezza viene trattata come un favore ai violenti, il perimetro del confronto si restringe. E chi protesta pacificamente finisce a difendere il proprio diritto di esserci, anziché discutere ciò per cui è sceso in piazza.
Il conto delle guerre deve restare una domanda politica
Lo stesso vale per le contestazioni sulle guerre e sui loro costi.
I cittadini hanno diritto di chiedere quali obiettivi perseguano i governi, quanto costino le decisioni adottate, quali alternative diplomatiche vengano cercate e come siano distribuiti i sacrifici. La politica estera non può essere sottratta al confronto democratico perché viene presentata come una necessità.
Questo non rende equivalenti tutti i conflitti e tutte le responsabilità. La Russia ha aggredito l’Ucraina e il diritto degli ucraini a difendersi non scompare perché l’energia costa di più. Ma sostenere quel diritto non obbliga ad approvare ogni scelta occidentale, ogni intervento militare o qualsiasi aumento di spesa.
Chi contesta guerre che considera decise senza un adeguato ascolto dei cittadini deve poterlo fare. E chi governa deve rispondere nel merito, senza presumere un consenso permanente.
Quando le immagini dei saccheggi assorbono tutto il confronto, anche queste domande diventano più facili da eludere. La questione di chi paga le conseguenze delle crisi internazionali scompare dietro quella di chi ha lanciato una pietra. Quest’ultima va risolta dagli investigatori; la prima resta sul tavolo della politica.
La sicurezza non può diventare un’assoluzione del governo
Proteggere le città è un dovere. Lo è anche verificare gli errori, identificare i responsabili e assicurare che le misure adottate colpiscano le condotte violente.
Un governo, però, non può considerare la condanna dei teppisti una risposta alle contestazioni sul proprio operato. Una vetrina distrutta non dimostra che la politica economica funzioni. Un arresto non aumenta uno stipendio. Un vertice sulla sicurezza non risolve il caro affitti.
Qui sta la possibile convenienza di una lettura tutta concentrata sull’ordine pubblico: chi era chiamato a rendere conto dei risultati può presentarsi soprattutto come garante della normalità.
È una scelta politica da contrastare, senza concedere alcun alibi a chi devasta. Anche perché la normalità che molti manifestanti contestano è proprio quella di lavorare e restare poveri, rinviare una visita medica, non potersi permettere una casa.
Restituire la piazza a chi ha qualcosa da chiedere
Chi vuole difendere la protesta sociale deve essere il primo a impedire che venga sequestrata dai facinorosi. Servono obiettivi riconoscibili, organizzazione e una separazione netta da chi cerca il saccheggio o lo scontro.
Le opposizioni hanno una responsabilità precisa: condannare le violenze e continuare a porre le questioni economiche. Senza cercare attenuanti per chi aggredisce e senza accettare che quei comportamenti diventino il motivo per sospendere ogni altra discussione.
La mano da fermare è anche quella che prende una protesta e la trasforma interamente nel suo momento peggiore. Perché alla fine i violenti avranno una loro visibilità, chi li usa politicamente avrà un argomento in più, mentre le persone che chiedevano risposte saranno rimaste senza voce.
Chi governa deve perseguire i reati e rispondere sul carovita. I teppisti non possono offrirgli un’esenzione dal secondo compito.
Fonti
- Repubblica — Le indagini sulle convocazioni social e le difficoltà degli apparati di prevenzione nell’individuare riferimenti organizzativi.
- Adnkronos — Le violenze a Milano, l’annuncio del vertice di Meloni e il confronto tra Sala e Piantedosi.
- RaiNews Tgr Lombardia — Le posizioni del sindaco di Milano e del ministro dell’Interno sulla gestione dell’ordine pubblico.
