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La sinistra vuole il potere, ma non sa cosa farsene

C’è un paradosso che attraversa la politica italiana: tutti vogliono vincere le elezioni, pochi sembrano preoccuparsi di che cosa fare il giorno dopo. Le coalizioni discutono di leadership, candidature, alleanze, formule elettorali. Ma la domanda fondamentale, quella che dovrebbe precedere ogni altra, resta sullo sfondo: per governare il Paese, con quale progetto?

Il problema riguarda entrambi gli schieramenti, sebbene con caratteristiche diverse. Il centrodestra dispone di una guida riconoscibile, Giorgia Meloni, attorno alla quale si organizza la maggioranza. Questo non significa che sia privo di contraddizioni, né che la durata del governo coincida automaticamente con la capacità di riformare il Paese. Ma almeno la questione della leadership non è, al momento, il suo principale fattore di instabilità.

Nel centrosinistra, invece, la competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte rischia di trasformarsi in una questione identitaria prima ancora che politica. Chi guiderà la coalizione? Chi avrà il diritto di parlare a nome di tutti? Chi potrà rivendicare la candidatura a Palazzo Chigi? Sono interrogativi legittimi, ma diventano sterili quando precedono la definizione degli obiettivi comuni.

Le primarie, in questo scenario, non rappresentano necessariamente una soluzione. Possono mobilitare gli elettori, dare visibilità a una leadership e rendere contendibile una candidatura. Ma non producono, per virtù propria, una linea politica condivisa. Anzi, se diventano uno scontro tra gruppi dirigenti, possono lasciare ferite difficili da rimarginare. Una vittoria ottenuta contro una parte decisiva della propria coalizione rischia di essere una vittoria dimezzata; una sconfitta può riaprire regolamenti di conti mai davvero conclusi.

Il punto, dunque, non è scegliere prima il candidato e poi costruirgli intorno un programma. È fare esattamente il contrario: stabilire che cosa si vuole fare, indicare le priorità, spiegare come realizzarle e soltanto dopo individuare la persona più credibile per attuarle. Se Schlein, Conte o un’altra figura saranno in grado di interpretare quel progetto, dovrà dirlo la loro capacità politica, non una competizione di popolarità interna. Per riuscirci, il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio di affrontare almeno due questioni sulle quali le differenze interne non possono essere nascoste dietro formule generiche.

La prima è la politica estera. Pace, sicurezza europea, sostegno all’Ucraina, rapporti con gli Stati Uniti e autonomia strategica dell’Europa non possono essere temi da rinviare a dopo le elezioni. Occorre una posizione riconoscibile, capace di tenere insieme la ricerca di una soluzione negoziale ai conflitti, la difesa del diritto internazionale e la consapevolezza che una pace duratura non può essere semplicemente proclamata. Le divergenze tra le forze della coalizione devono diventare oggetto di una scelta politica esplicita, non rimanere una contraddizione pronta a esplodere al primo voto parlamentare.

La seconda questione è economica e sociale. Non basta promettere salari più alti, una sanità pubblica più efficiente, una scuola migliore e una riduzione delle disuguaglianze. Bisogna chiarire quali risorse si intendano mobilitare, quali priorità finanziare e su chi debba ricadere il peso delle scelte. In un Paese gravato da un debito pubblico elevato, ogni promessa ha un costo e ogni rinvio presenta il conto. La progressività fiscale, la qualità della spesa pubblica e la distribuzione delle opportunità dovrebbero essere al centro di un confronto concreto, non di una gara a chi formula gli slogan più rassicuranti.

È qui che si misura la serietà di una proposta di governo: nella capacità di indicare non soltanto ciò che si vuole cambiare, ma anche come, con quali mezzi e a quale prezzo. Un programma non deve essere un catalogo di buone intenzioni. Deve contenere decisioni, priorità e responsabilità.

C’è poi una questione ancora più profonda, che riguarda l’intero sistema politico: l’astensione. Mentre i partiti misurano le rispettive possibilità di vittoria, una parte dei cittadini si allontana dalle urne. Eppure, una maggioranza parlamentare può essere formalmente legittima e, nello stesso tempo, poggiare su una partecipazione elettorale sempre più debole. La vittoria assegna il potere di governare; non cancella il problema di una democrazia nella quale tanti non riconoscono più una ragione per partecipare.

Non si recuperano gli astenuti con una nuova competizione tra leader, né con una legge elettorale presentata come la soluzione di ogni problema. Si recuperano quando la politica torna a parlare di lavoro, stipendi, servizi, sicurezza sociale, prospettive per i giovani e qualità della vita. Soprattutto, quando smette di promettere tutto a tutti e comincia a spiegare quali scelte intende compiere davvero.

Anche il centrodestra dovrebbe interrogarsi su questo punto. La stabilità è una condizione utile per governare, non un risultato sufficiente da esibire come bilancio definitivo. Restare in carica a lungo non equivale necessariamente a cambiare in profondità il Paese. Allo stesso modo, per il centrosinistra, la possibilità aritmetica di costruire una maggioranza non dimostra di per sé l’esistenza di un’alternativa credibile.

La nuova legge elettorale, con i suoi meccanismi e i suoi eventuali effetti sugli equilibri parlamentari, renderà ancora più importante il rapporto tra alleanze, programmi e leadership. Ma nessuna architettura elettorale può sostituire la politica. E nessun candidato, per quanto competitivo, può compensare indefinitamente l’assenza di una visione comune.

Il centrosinistra ha quindi davanti una scelta che viene prima delle primarie: decidere se vuole essere una somma di partiti impegnati a contendersi la guida oppure una coalizione disposta a definire un progetto e ad assumersene le conseguenze. Nel primo caso, la competizione per la leadership rischia di diventare il centro della campagna elettorale e il principio della crisi successiva. Nel secondo, anche la scelta del candidato potrebbe trovare una soluzione meno traumatica, perché subordinata a un obiettivo condiviso.

La questione, in fondo, è semplice. Gli elettori non hanno bisogno di assistere all’ennesimo confronto tra gruppi dirigenti che rivendicano il diritto di guidare il Paese. Hanno bisogno di capire quale Paese ciascuno di quei gruppi intenda costruire.

Prima delle primarie vengono le idee. Prima della candidatura viene il progetto. E prima della vittoria elettorale dovrebbe esserci una ragione convincente per andare a votare. Tutto il resto è competizione per il potere. La politica comincia quando si spiega che cosa si vuole fare con quel potere.