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La farsa FIGC: Malagò decade da presidente e diventa commissario di se stesso

Il mancato tesseramento al momento della candidatura mette in discussione la sua elezione. La soluzione approvata all’unanimità dalla Giunta del CONI è affidargli la guida della stessa Federazione per un’altra via. Il voto del Consiglio nazionale poco fa, il paradosso è completo.

Per eleggere Giovanni Malagò presidente della FIGC serviva, secondo i giuristi consultati dal CONI, un requisito che non aveva: il tesseramento federale alla data della candidatura. Per affidargli la FIGC come commissario, invece, Malagò torna a essere la soluzione condivisa. La Giunta del CONI ha votato all’unanimità la proposta di commissariamento indicando proprio lui per l’incarico. La decisione definitiva spetta al Consiglio nazionale.

È difficile trovare una rappresentazione più precisa della farsa. Non perché un presidente e un commissario siano la stessa carica: non lo sono. La candidatura a un organo eletto e una nomina straordinaria seguono procedure diverse. Sostenere che la seconda sia automaticamente illegittima per il vizio contestato alla prima sarebbe una scorciatoia. Ma sarebbe altrettanto comodo fermarsi a questa distinzione e ignorare ciò che sta accadendo.

Il punto è semplice. Se l’assenza del tesseramento era abbastanza grave da giustificare il commissariamento della Federcalcio, come si può presentare la conferma dello stesso uomo al vertice come la risposta più credibile a quella violazione? Si cambia il titolo sulla porta, mentre chi la apre resta identico. Malagò esce da presidente eletto e si prepara a rientrare da commissario nominato.

Lo statuto FIGC prevede il tesseramento alla data di presentazione della candidatura per le cariche a cui si riferisce la norma. Malagò è stato eletto il 22 giugno con il 68,58 per cento dei voti. La questione emersa dopo quell’elezione ha prodotto pareri giuridici opposti: i quattro esperti interpellati dal CONI ritengono il requisito essenziale; i cinque consultati dalla FIGC contestano che la sua mancanza possa travolgere l’elezione e fondare il commissariamento. Non c’è, dunque, una pronuncia definitiva che autorizzi a liquidare la controversia con la sola parola «ineleggibile».

C’è però una responsabilità istituzionale che nessuna disputa tra giuristi cancella. Se quel requisito era indispensabile, perché la candidatura è stata ammessa? Perché si è arrivati a eleggere un presidente prima di chiarire una condizione verificabile sulla carta? E se, al contrario, la sua mancanza non invalida l’elezione, su quale presupposto si chiede di commissariare la Federazione? Sono domande rivolte agli organi che hanno gestito e valutato la procedura, oltre che a Malagò.

La soluzione trovata al CONI sembra voler chiudere contemporaneamente due problemi: riconoscere la gravità del caso senza allontanare chi guida oggi il calcio italiano. Può apparire un compromesso pratico, soprattutto a chi teme mesi di paralisi. Ma un commissariamento non dovrebbe essere soltanto un modo per superare uno scontro tra dirigenti. È una misura eccezionale, che segnala una rottura nella gestione ordinaria e dovrebbe offrire una risposta riconoscibile a quella rottura.

Qui la risposta rischia di somigliare alla sua negazione. L’elezione viene messa in discussione, il mandato cambia natura, ma il potere resta nelle medesime mani. La FIGC dovrebbe tornare al voto entro il 31 gennaio 2027. Nel frattempo il calcio italiano avrà un commissario chiamato a governare le conseguenze di una vicenda che riguarda la sua stessa elezione.

Questo è il capolavoro all’italiana, nella peggiore accezione: applicare una regola con tale severità da arrivare al commissariamento e trovare subito un accordo per conservare il medesimo vertice. Si può persino sostenere che la procedura sia giuridicamente difendibile. Sul piano della credibilità, resta una farsa. E l’unanimità della Giunta non la rende meno evidente.

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