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La BCE combatte lo shock energetico stringendo il collo all’Europa: una cura che rischia di fare più male della malattia

La Banca centrale europea alza ancora i tassi di interesse. Venticinque punti base in più, con il tasso sui depositi che sale dal 2,25 al 2,50%. È il secondo rialzo del 2026 dopo quello di giugno e la motivazione è sempre la stessa: l’inflazione è tornata troppo alta e bisogna impedire che si stabilizzi sopra l’obiettivo del 2%.

La spiegazione sembra lineare. Se i prezzi aumentano troppo, si rende il denaro più costoso. Mutui e prestiti diventano più onerosi, famiglie e imprese spendono e investono meno, la domanda rallenta e le aziende hanno meno possibilità di aumentare i prezzi. Si raffredda l’economia per raffreddare l’inflazione.

Il problema è che l’economia europea del settembre 2026 non sembra affatto un’economia surriscaldata da consumi e salari fuori controllo. L’inflazione dell’area euro è salita in agosto al 3,3%, ma il dato che dovrebbe guidare qualsiasi discussione seria viene subito dopo: secondo Eurostat, i prezzi dell’energia sono aumentati del 14,3% su base annua, contro il 10,3% di luglio.

Tolto l’effetto dell’energia, l’inflazione era appena al 2,2%. Escludendo anche gli alimentari non lavorati, scendeva al 2,1%, praticamente attorno all’obiettivo della BCE.

E allora la domanda diventa inevitabile: davvero il problema europeo di oggi sono famiglie e imprese che spendono troppo?

La BCE ha un martello e continua a vedere chiodi

La politica monetaria dispone di strumenti potenti, ma limitati. Il principale è proprio il tasso d’interesse.

Quando l’inflazione nasce da una domanda eccessiva, aumentare i tassi ha una logica evidente. Se famiglie, imprese e Stato spendono molto più di quanto l’economia riesca a produrre, frenare il credito può ridurre la pressione sui prezzi.

Ma un rialzo dei tassi non produce un barile di petrolio in più, non riempie i depositi europei di gas, non riapre una rotta commerciale interrotta da una guerra e non fa diminuire la temperatura durante un’ondata di calore.

Oggi il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile e il gas europeo è risalito sui massimi da anni, mentre il conflitto in Medio Oriente continua a minacciare le forniture energetiche e le rotte che attraversano il Golfo.

È da lì che arriva una parte decisiva della nuova fiammata inflazionistica. E questo lo riconosce la stessa BCE.

Già a giugno l’istituto di Francoforte spiegava che la revisione al rialzo dell’inflazione era dovuta soprattutto alla traiettoria più elevata dei prezzi dell’energia, destinata successivamente a trasferirsi anche sui prezzi degli alimentari, dei beni e dei servizi.

Tre mesi dopo il problema non è scomparso. Si è aggravato. Ma la risposta rimane la stessa: aumentare il costo del denaro.

Perché far pagare a un mutuatario italiano il prezzo della guerra in Medio Oriente?

È qui che la politica monetaria mostra tutta la sua brutalità. Un aumento dei tassi non colpisce un’entità astratta chiamata “domanda aggregata”. Colpisce persone e imprese precise.

Colpisce chi deve comprare una casa con un mutuo, chi ha finanziamenti a tasso variabile, chi deve rinnovare un prestito, l’impresa che vuole acquistare un macchinario, il commerciante che ha bisogno di credito, il costruttore che deve finanziare un nuovo progetto.

L’obiettivo è esattamente questo: rendere più costoso spendere e investire. È il meccanismo attraverso cui la politica monetaria funziona.

Ma se la causa iniziale dell’inflazione è un barile di petrolio che costa di più perché una guerra mette a rischio le forniture mondiali, il mutuo più caro di una famiglia italiana non farà diminuire il prezzo del petrolio.

Potrà però convincere quella famiglia a comprare meno mobili, cambiare automobile più tardi, rinunciare a una vacanza o ridurre altre spese.

L’inflazione potrà così essere frenata indirettamente perché l’economia diventa più debole. In termini tecnici si chiama “raffreddamento della domanda”.

In termini molto più concreti significa ridurre il potere di spesa delle persone per compensare un aumento dei prezzi che quelle stesse persone non hanno provocato.

Il precedente del 2022 racconta una storia molto più complicata

Sostenere che i rialzi dei tassi non abbiano alcun effetto sull’inflazione sarebbe sbagliato.

La stretta monetaria iniziata nel 2022 contribuì effettivamente a frenare la domanda, il credito e gli investimenti e soprattutto impedì che le aspettative di inflazione si disancorassero completamente. È uno dei motivi per cui la BCE considera quella strategia efficace.

Ma attribuire ai tassi il merito principale della grande discesa dell’inflazione successiva sarebbe altrettanto fuorviante.

Lo riconoscono gli stessi studi della Banca centrale europea.

L’esplosione dei prezzi del 2021-2022 fu provocata in larga parte da shock dell’offerta: strozzature nelle catene produttive dopo la pandemia, aumento delle materie prime e soprattutto impennata di petrolio e gas dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Quando quelle strozzature si attenuarono e il prezzo dell’energia diminuì, una parte enorme della pressione inflazionistica semplicemente scomparve.

Una successiva analisi della BCE ha concluso che gran parte della disinflazione seguita al picco del 2022 è riconducibile proprio al venir meno degli shock energetici, alimentari e delle catene di approvvigionamento.

La politica monetaria contribuì.

Ma non fece tutto.

Nel frattempo, però, la stretta ebbe un effetto chiarissimo sull’economia: investimenti più deboli, consumi frenati e crescita stagnante tra la fine del 2022 e il 2023.

Insomma, il prezzo della disinflazione venne pagato anche attraverso una domanda più debole.

Oggi rischiamo di ripetere lo stesso errore

La differenza è che l’Europa del 2026 parte già da una posizione estremamente fragile.

La stessa BCE, pur avendo rivisto leggermente al rialzo le proprie stime, prevede per l’area euro una crescita di appena 0,9% nel 2026. Per il 2027 la previsione sale all’1,4%.

Non siamo davanti a un’economia che corre troppo.

Siamo davanti a un’economia che cresce poco e che deve contemporaneamente affrontare costi energetici elevati, tensioni geopolitiche, rischi sulle rotte commerciali, enormi esigenze di investimento nella difesa, nella transizione energetica e nelle infrastrutture.

Aumentare i tassi significa rendere più costosi proprio quegli investimenti.

La contraddizione europea diventa quasi surreale.

Da una parte si sostiene che servano centinaia di miliardi per aumentare la competitività industriale, costruire reti energetiche, accelerare sulle rinnovabili, riconvertire le imprese e ridurre la dipendenza dall’estero.

Dall’altra si aumenta il costo del capitale necessario per farlo.

E poi c’è il clima, l’altra fabbrica di inflazione che i tassi non possono fermare

C’è un’altra componente che rende ancora più fragile l’impostazione tradizionale: il cambiamento climatico sta diventando esso stesso una fonte di inflazione. Non lo sostengono soltanto gli ambientalisti. Lo dice la BCE.

Secondo una sua analisi, l’ondata di calore europea dell’estate 2025 potrebbe avere aumentato i prezzi degli alimenti non lavorati nell’area euro di 0,4-0,7 punti percentuali nell’arco di dodici mesi.

Siccità, temperature estreme e alluvioni riducono i raccolti, aumentano il costo dell’irrigazione e delle assicurazioni, danneggiano le infrastrutture e rendono più costosa la produzione agricola.

Negli ultimi anni cacao, caffè e olio d’oliva hanno mostrato in maniera molto concreta cosa possa significare.

Anche in questo caso il tasso della BCE può fare pochissimo sulla causa del problema.

Aumentare il costo di un mutuo non farà piovere sui campi.

Può soltanto ridurre altri consumi abbastanza da controbilanciare statisticamente l’aumento dei prezzi degli alimenti.

È una differenza enorme.

Il caso italiano rende questa politica ancora più difficile da accettare

Se esiste un Paese nel quale la nuova stretta rischia di pesare più che altrove, è proprio l’Italia.

La Commissione europea prevede per il nostro Paese una crescita reale del PIL di appena 0,5% nel 2026, dopo lo stesso 0,5% del 2025. Per il 2027 la stima è soltanto dello 0,6%.

Sono numeri che descrivono sostanzialmente un’economia ferma.

Ancora più impressionante è la situazione dei salari. Secondo l’OECD Employment Outlook 2026, nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano ancora del 6,1% inferiori rispetto al primo trimestre del 2021.

È una delle perdite più pesanti tra le grandi economie avanzate.

E dopo un breve recupero, l’organizzazione prevede che i salari reali italiani possano diminuire ancora dello 0,9% nel 2026, proprio a causa del nuovo aumento dell’inflazione energetica.

Questo è il Paese sul quale arriva un’altra stretta monetaria.

Famiglie che non hanno recuperato il potere d’acquisto perduto devono ora affrontare contemporaneamente energia più cara e denaro più caro.

L’inflazione sottrae reddito attraverso i prezzi.

La risposta all’inflazione sottrae altro reddito attraverso il costo del credito.

Non sono stati i salari italiani a provocare l’inflazione

C’è poi un elemento quasi paradossale.

Le banche centrali temono da sempre i cosiddetti effetti di secondo impatto: i prezzi aumentano, i lavoratori chiedono salari più alti, le aziende aumentano nuovamente i prezzi per compensare il costo del lavoro e nasce una spirale salari-prezzi.

È un rischio teoricamente reale.

Ma oggi in Italia è difficile sostenere che ci troviamo dentro una spirale salariale.

I lavoratori italiani stanno ancora cercando di recuperare il potere d’acquisto perso negli anni dell’inflazione.

Lo stesso rapporto OCSE segnala che la ripresa dei salari reali sta rallentando, non accelerando.

Anche a livello europeo la BCE osserva una moderazione della dinamica salariale.

Ciononostante, il lavoratore diventa ancora una volta il soggetto attraverso cui passa la cura.

Deve spendere meno oggi affinché le imprese abbiano meno possibilità di aumentare i prezzi domani.

La stessa Commissione europea invita alla cautela con gli shock energetici

Il punto non è sostenere che una banca centrale debba ignorare l’inflazione energetica.

Sarebbe irresponsabile.

Uno shock inizialmente limitato al petrolio può diffondersi. L’energia entra nei costi di trasporto, nella produzione industriale, nei fertilizzanti, negli alimenti. Può modificare le aspettative e, se dura abbastanza, trasformarsi in inflazione generalizzata.

La BCE deve impedire che accada.

Ma tra ignorare l’inflazione e reagire automaticamente alzando i tassi esiste uno spazio enorme.

Persino la Commissione europea, analizzando nel 2026 gli strumenti più adatti per rispondere agli shock energetici, ha sottolineato che quando le aspettative di inflazione restano ben ancorate una banca centrale può tollerare almeno in parte deviazioni temporanee dall’obiettivo, evitando una politica eccessivamente restrittiva che, anche a causa dei ritardi con cui i tassi producono i loro effetti, rischia di soffocare la ripresa.

È esattamente il rischio che l’Europa corre oggi.

L’inflazione al 3,3%, ma quella senza energia è al 2,2%

Alla fine basta tornare ai numeri.

Inflazione complessiva: 3,3%.

Inflazione energetica: 14,3%.

Inflazione esclusa l’energia: 2,2%.

Sono tre numeri che raccontano molto più di qualsiasi dichiarazione.

Non dimostrano che la BCE debba restare immobile. Ma dimostrano che l’attuale impennata dei prezzi ha una componente esterna enorme.

Il rischio della banca centrale è che il caro energia si trasferisca al resto dell’economia.

La risposta scelta è rendere più costoso il credito prima che questo avvenga.

È una scelta prudenziale dal punto di vista monetario.

Ma la prudenza della banca centrale diventa un costo molto concreto per chi vive nell’economia reale.

La BCE protegge il 2%, ma chi protegge la crescita?

È qui che emerge il grande limite dell’architettura europea.

Il mandato principale della BCE è la stabilità dei prezzi. Non può risolvere una crisi energetica, negoziare una tregua, costruire infrastrutture energetiche, aumentare la produzione europea di energia o adattare l’agricoltura al cambiamento climatico.

E non si può pretendere che lo faccia.

Ma proprio per questo bisognerebbe domandarsi quanto sia razionale affidare prevalentemente alla politica monetaria la risposta a un’inflazione generata da fenomeni sui quali la politica monetaria non ha quasi alcun controllo diretto.

Servirebbero politiche energetiche comuni, investimenti nelle reti e nelle rinnovabili, diversificazione delle forniture, interventi mirati sulle famiglie più esposte, una politica industriale europea e strategie di adattamento climatico.

Sono risposte difficili.

Alzare un tasso è molto più semplice.

Il pericolo è curare il termometro invece della febbre

La BCE potrà anche riuscire a riportare l’inflazione verso il 2%.

Ma la domanda è a quale prezzo.

Se per compensare petrolio e gas più costosi si deprimono investimenti e consumi; se per evitare una possibile spirale salariale si agisce mentre i salari reali italiani sono ancora più bassi del 2021; se si combatte l’inflazione climatica rendendo più caro finanziare proprio gli investimenti necessari alla transizione energetica, allora qualcosa nella strategia merita almeno di essere rimesso in discussione.

La politica dei tassi funziona perché toglie ossigeno alla domanda.

Ed è precisamente questo il problema.

Quando l’inflazione nasce da un’economia troppo vivace, può essere la medicina necessaria. Quando nasce da guerre, petrolio, gas, siccità e catene di approvvigionamento fragili, quella stessa medicina rischia di diventare un trattamento brutale somministrato al paziente sbagliato.

L’Europa non sta crescendo troppo.

Sta crescendo troppo poco.

L’Italia ancora meno.

E mentre famiglie e lavoratori devono ancora recuperare ciò che l’inflazione degli ultimi anni ha sottratto, la risposta è ancora una volta chiedere loro di consumare meno, indebitarsi a costi maggiori e rinviare investimenti.

Forse l’inflazione rallenterà.

Ma se per abbassare il termometro continuiamo a stringere il collo all’economia europea, potremmo scoprire di avere salvato il numero del 2% sacrificando nel frattempo crescita, investimenti e potere d’acquisto.

E difficilmente potremo chiamarlo un successo.

Fonti

  • Banca centrale europea (BCE) – decisione di politica monetaria del 10 settembre 2026; documentazione sulle prospettive di inflazione e sulla trasmissione della politica monetaria.
  • Eurostat – stima flash dell’inflazione nell’area euro, agosto 2026: inflazione complessiva al 3,3%, energia al +14,3%.
  • Banca centrale europea – analisi sulle cause della disinflazione successiva al picco del 2022 e sul ruolo degli shock energetici e dell’offerta.
  • BCE, analisi su clima e inflazione – valutazioni sull’impatto delle ondate di calore sui prezzi alimentari nell’area euro.
  • Commissione europea – previsioni economiche 2026 e analisi sulle possibili risposte di politica economica agli shock energetici.
  • OCSE, Employment Outlook 2026 – Italy – dati sui salari reali italiani e sulla perdita di potere d’acquisto rispetto al 2021.
  • Reuters e Il Sole 24 Ore – cronaca della decisione BCE e andamento dei mercati energetici.