L’Italia torna ufficialmente a progettare un futuro nucleare. Il Senato ha approvato definitivamente la legge delega voluta dal governo Meloni, affidando all’esecutivo il compito di costruire entro dodici mesi il nuovo quadro normativo per produzione, localizzazione, costruzione ed esercizio degli impianti, sicurezza, combustibile e gestione dei rifiuti radioattivi. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin immagina le prime nuove centrali operative tra il 2033 e il 2034. Giorgia Meloni definisce la scelta «coraggiosa e di buon senso». La questione, però, non è soltanto energetica. È anche democratica. Perché l’Italia è uno dei pochi Paesi nei quali sul nucleare i cittadini sono stati chiamati direttamente alle urne. E lo hanno fatto due volte.
Nel 1987, dopo Chernobyl, il 65,1% degli aventi diritto partecipò a tre referendum riguardanti la politica nucleare e i sì all’abrogazione prevalsero nettamente, con percentuali comprese tra circa il 72 e l’80%. È importante ricordare che quei quesiti non chiedevano letteralmente agli italiani se volessero chiudere tutte le centrali nucleari: riguardavano la localizzazione degli impianti, i contributi agli enti locali e la possibilità per Enel di partecipare a centrali all’estero. Furono però politicamente interpretati come una bocciatura del programma atomico e contribuirono alle successive decisioni che portarono alla sua chiusura.
Nel 2011 la scelta fu ancora più esplicita. Il referendum riguardava direttamente le nuove norme che consentivano la produzione di energia elettronucleare sul territorio nazionale. Partecipò circa il 57% degli elettori e oltre il 94% dei voti validi fu favorevole all’abrogazione. Quindici anni dopo, il Parlamento riapre quella porta.
La prima domanda è inevitabile: può farlo?
La risposta costituzionale è meno semplice di quanto sembri
La tentazione sarebbe rispondere che un referendum popolare non può essere cancellato da una normale maggioranza parlamentare. Ma il nostro ordinamento non funziona esattamente così.
Il referendum previsto dall’articolo 75 della Costituzione è abrogativo. I cittadini cancellano una legge o alcune sue disposizioni, ma non approvano una nuova norma destinata a rimanere immutabile per sempre. Se così fosse, una decisione presa dagli elettori in un determinato momento storico potrebbe impedire al Parlamento di intervenire sulla stessa materia per generazioni.
La Corte costituzionale ha però stabilito anche il principio opposto: il legislatore non può semplicemente aspettare che il referendum sia terminato e reintrodurre la stessa disciplina che gli elettori hanno appena cancellato.
La sentenza più importante è la numero 199 del 2012. In quel caso la Consulta dichiarò incostituzionale una norma sui servizi pubblici locali perché riproduceva sostanzialmente una disciplina abrogata dal referendum del 2011 appena 23 giorni prima. La Corte parlò esplicitamente di un «divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare», ricavandolo dall’articolo 75 della Costituzione.
Ma aggiunse un passaggio decisivo: quel vincolo serve a impedire che il voto popolare venga immediatamente vanificato quando non siano cambiati il quadro politico o le circostanze di fatto.
Ed è proprio qui che il caso del nucleare diventa più complesso.
Quindici anni cambiano il problema costituzionale
Dal referendum del 2011 sono trascorsi quindici anni. Nel frattempo è cambiato quasi tutto ciò che circonda la politica energetica europea. La Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scoperto la propria vulnerabilità nei confronti delle importazioni di gas, la crisi in Medio Oriente ha riportato al centro la sicurezza delle forniture, l’Unione europea ha inserito a determinate condizioni il nucleare nella propria tassonomia delle attività sostenibili e la necessità di decarbonizzare il sistema energetico entro il 2050 è diventata molto più urgente.
Sono cambiate anche le tecnologie sulle quali il governo dice di voler puntare. La legge non immagina semplicemente di ricostruire le grandi centrali della precedente stagione nucleare italiana, ma apre alle tecnologie modulari e avanzate, compresi gli Small Modular Reactors, oltre alla ricerca sulla fusione.
Questo non significa che gli SMR abbiano già mantenuto le promesse. Al contrario, la loro diffusione commerciale è ancora limitata e proprio durante l’esame parlamentare è stato sottolineato che in Europa non esiste ancora una dimostrazione industriale su larga scala capace di eliminare le incertezze su costi e tempi.
Significa però che, dal punto di vista costituzionale, sostenere che il Parlamento del 2026 stia semplicemente ripristinando la stessa situazione cancellata nel 2011 sarebbe tutt’altro che scontato.
Il quadro di fatto è oggettivamente cambiato.
Quindi la legge è costituzionale?
La risposta più corretta, allo stato attuale, è che non esiste una evidente incostituzionalità derivante dal solo fatto di tornare a legiferare sul nucleare. Durante l’esame parlamentare le opposizioni hanno sollevato questioni di costituzionalità richiamando, tra gli altri, gli articoli 9, 32, 41, 75, 76, 81, 117 e 118 della Costituzione, ma le pregiudiziali sono state respinte dal Parlamento.
Naturalmente questo non equivale a una sentenza della Corte costituzionale. Saranno i decreti legislativi, le successive norme attuative e gli eventuali contenziosi a permettere di valutare concretamente se singole disposizioni rispettino la Costituzione, le competenze delle Regioni, la tutela della salute e dell’ambiente e i principi stabiliti dalla giurisprudenza sui referendum.
Ma sostenere oggi che la legge sia automaticamente incostituzionale perché nel 2011 gli italiani votarono contro sarebbe una semplificazione.
Rimane però una domanda diversa, che la Costituzione da sola non può risolvere: è politicamente opportuno riaprire una scelta così importante senza chiedere nuovamente ai cittadini che cosa ne pensano?
Il voto del 2011 non può essere trattato come se non fosse mai esistito
Quindici anni sono sufficienti perché un Parlamento possa legittimamente riesaminare una politica pubblica. Ma non cancellano il significato di un referendum al quale parteciparono decine di milioni di persone.
Nel 2011 il messaggio fu difficilmente equivocabile. Il quesito riguardava la possibilità di costruire nuove centrali nucleari e oltre nove votanti su dieci scelsero l’abrogazione.
Certo, quel voto arrivò pochi mesi dopo Fukushima. Così come quello del 1987 arrivò dopo Chernobyl. Il contesto emotivo fu fortissimo e sarebbe ingenuo negarlo. Ma anche le elezioni politiche si svolgono dentro un contesto storico e nessuno considera per questo meno legittimo il risultato.
Il punto non è sostenere che una generazione debba poter vincolare per sempre quelle successive. Sarebbe contrario alla stessa logica democratica. Il punto è domandarsi quale sia il modo migliore per verificare se quella volontà sia realmente cambiata.
Ed è qui che arrivano i sondaggi.
Gli italiani oggi non sono più quelli del 2011
I dati più recenti obbligano a correggere una narrazione molto diffusa: non è vero che oggi una netta maggioranza degli italiani continui a rifiutare il nucleare in qualsiasi forma.
Le rilevazioni del 2026 mostrano anzi un cambiamento significativo. Ixè ad aprile ha registrato il 60% di favorevoli al ritorno dell’energia nucleare e il 36% di contrari. YouTrend, in un sondaggio di giugno per Sky TG24, ha rilevato un giudizio positivo sull’iniziativa del governo nel 57% degli intervistati e negativo nel 31%. In settembre un’altra rilevazione YouTrend ha trovato il 51% favorevole al nucleare contro il 34% contrario.
Non tutti gli istituti restituiscono però la stessa fotografia. L’Energy Transition Barometer di Ipsos colloca il sostegno italiano allo sviluppo del nucleare al 41%.
È precisamente questa variabilità a suggerire prudenza.
La risposta cambia molto in funzione della domanda che viene posta, della tecnologia alla quale si fa riferimento e soprattutto di quanto la scelta diventi concreta.
Tutti favorevoli, finché la centrale è lontana
È probabilmente il dato più interessante dell’intero dibattito. Demopolis ha chiesto agli italiani non semplicemente se siano favorevoli al nucleare, ma se accetterebbero una centrale nella provincia in cui vivono.
Soltanto il 35% ha risposto sì.
La contrarietà sfiora il 60%.
È la distanza tra il principio e la realtà. Possiamo considerare utile il nucleare quando immaginiamo una centrale astratta capace di produrre energia stabile e ridurre le importazioni. Il giudizio cambia quando dobbiamo decidere dove costruirla.
Lo stesso accade con i rischi. Una ricerca YouTrend presentata nel giugno scorso ha rilevato che il 46% degli italiani vede nell’atomo un possibile contributo all’indipendenza energetica e il 36% al contenimento dei costi. Contemporaneamente, però, il 47% teme la gestione delle scorie e il 42% il rischio di incidenti.
Non siamo quindi davanti a un Paese semplicemente favorevole o contrario.
Siamo davanti a un Paese che sembra molto più aperto rispetto al passato, ma che continua a chiedere garanzie enormi quando la discussione passa dalla teoria alla propria sicurezza.
Ed è qui che un nuovo referendum avrebbe un senso politico
Non perché sia necessariamente imposto dalla Costituzione. Non lo è.
Ma perché consentirebbe di rispondere alla domanda che i sondaggi non possono risolvere: gli italiani sono davvero disponibili ad accettare concretamente il ritorno delle centrali nucleari sul territorio nazionale?
Una cosa è rispondere a un sondaggio che il nucleare può essere utile. Un’altra è approvare un programma che comporterà la scelta dei siti, investimenti per miliardi, gestione delle scorie per tempi lunghissimi e la presenza di nuovi impianti sul territorio.
È precisamente su questo passaggio che la politica dovrebbe evitare scorciatoie.
Se davvero il governo ritiene che il Paese abbia cambiato idea rispetto al 2011, una nuova consultazione popolare potrebbe perfino trasformarsi in una legittimazione politica del programma nucleare.
Perché tornare al nucleare
D’altra parte sarebbe sbagliato liquidare il progetto come un capriccio ideologico. Esistono argomenti seri a favore del nucleare e meritano di essere valutati.
Il primo è la programmabilità. Solare ed eolico dipendono dalle condizioni meteorologiche. Accumuli, reti più intelligenti, interconnessioni e gestione della domanda possono compensare sempre meglio questa variabilità, ma una fonte capace di produrre elettricità in maniera continuativa può contribuire alla stabilità del sistema.
Il secondo è la decarbonizzazione. Durante il funzionamento una centrale nucleare produce quantità molto basse di emissioni di CO2 rispetto alle fonti fossili. Per un sistema che dovrà diventare climaticamente neutrale entro il 2050, disporre di una fonte programmabile a basse emissioni può avere un valore importante.
Il terzo è la sicurezza energetica. L’Italia importa una parte rilevante dell’energia che consuma e le crisi degli ultimi anni hanno mostrato quanto questa dipendenza possa diventare costosa quando esplode una guerra o viene interrotta una rotta commerciale.
Il governo ha inserito espressamente nella legge questi obiettivi: sicurezza e indipendenza energetica, decarbonizzazione e contenimento dei costi per famiglie e imprese.
Sono obiettivi difficilmente contestabili. Resta da dimostrare se il nucleare sia lo strumento più efficiente per raggiungerli.
Il nucleare abbasserà davvero le bollette?
È probabilmente la promessa sulla quale occorre essere più prudenti.
Lo stesso Pichetto Fratin ha riconosciuto che il nucleare non abbasserà le bollette oggi. Il governo ragiona su un orizzonte che porta le prime centrali intorno al 2033-2034.
Uno studio EY pubblicato quest’anno ha simulato uno SMR da 100 megawatt stimando un investimento di circa 610 milioni di euro e un costo medio dell’elettricità intorno a 107 euro per megawattora. Secondo questa simulazione, un impianto potrebbe produrre oltre 700mila MWh l’anno, sufficienti per una città di circa 150mila abitanti o un grande data center.
Sono numeri interessanti, ma sono appunto una simulazione. Gli SMR non dispongono ancora in Europa di una storia industriale sufficientemente lunga da consentire di sapere con certezza quali saranno i costi reali di una flotta costruita su larga scala.
Ed è questo il principale punto debole economico del progetto.
Il problema dei tempi
Il governo indica il 2033-2034 come possibile momento di ritorno alla produzione elettronucleare. È un orizzonte relativamente vicino rispetto ai tempi storici delle grandi centrali, proprio perché la scommessa è sulle nuove tecnologie modulari.
Ma la storia recente del nucleare europeo invita alla prudenza.
Grandi progetti come Flamanville in Francia e Olkiluoto in Finlandia hanno accumulato ritardi ed extracosti enormi. Gli SMR promettono di ridurre entrambi grazie alla standardizzazione e alla produzione modulare, ma la promessa deve ancora essere dimostrata su scala commerciale europea.
Questo non è un argomento sufficiente per scartare la tecnologia. È però sufficiente per evitare di costruire la politica energetica nazionale su previsioni considerate certe.
E poi ci sono le scorie
L’Italia possiede già rifiuti radioattivi derivanti dalla precedente stagione nucleare, dalle attività sanitarie, industriali e di ricerca. E ancora non dispone del deposito nazionale definitivo che dovrebbe raccoglierne una parte.
Riavviare la produzione elettronucleare significa quindi affrontare contemporaneamente un problema vecchio e uno nuovo.
La legge delega comprende espressamente stoccaggio temporaneo, smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, insieme alla disciplina dell’intero ciclo di vita degli impianti. Ed è proprio qui che il dibattito smette di essere soltanto tecnologico e diventa inevitabilmente politico e sociale.
Perché una centrale nucleare può essere costruita soltanto se esiste anche una risposta credibile alla domanda che accompagna questa tecnologia da sempre: dove mettiamo le scorie?
L’Italia deve già risolvere il problema dei rifiuti radioattivi prodotti in passato e di quelli generati dalle attività mediche, industriali e di ricerca. Il progetto del Deposito nazionale è in discussione da anni e la localizzazione continua a incontrare fortissime resistenze nei territori potenzialmente interessati. Tornare alla produzione elettronucleare significherebbe aggiungere a questo problema anche la gestione futura del combustibile esaurito e degli altri materiali derivanti dall’attività delle nuove centrali.
È possibile tecnicamente. Diversi Paesi lo fanno. Ma sostenere che il problema sia risolto semplicemente perché esistono tecnologie per gestirlo sarebbe altrettanto superficiale quanto sostenere che le scorie rendano il nucleare automaticamente impossibile.
Il problema non è soltanto come conservarle. È decidere dove, per quanto tempo e con quale consenso delle comunità interessate.
Ma allora il ritorno al nucleare è costituzionale?
Qui bisogna separare nettamente il giudizio politico dalla questione giuridica. Non esiste nella Costituzione italiana un divieto del nucleare civile e i referendum del 1987 e del 2011 non hanno inserito un simile divieto nella Carta.
Il referendum abrogativo disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione cancella, in tutto o in parte, norme legislative esistenti. Non produce invece una disposizione costituzionale immutabile per il futuro.
Questo significa che il Parlamento può successivamente tornare a legiferare sulla stessa materia. Ma non dispone di una libertà assoluta di ripristinare immediatamente e semplicemente la stessa normativa appena cancellata dagli elettori.
La Corte costituzionale ha affermato un principio importante: il legislatore non può far rivivere una disciplina abrogata dal referendum in modo tale da vanificare la volontà popolare espressa con il voto. Il divieto, tuttavia, non è eterno.
Ed è proprio il trascorrere del tempo uno degli elementi che rendono la situazione attuale molto diversa.
Sono passati quindici anni dall’ultimo referendum
Il referendum più recente sul nucleare si svolse il 12 e 13 giugno 2011. Partecipò circa il 54% degli aventi diritto e oltre il 94% dei voti validi fu favorevole all’abrogazione delle norme che avrebbero consentito di tornare alla produzione di energia nucleare in Italia.
Il messaggio politico fu inequivocabile.
Ma da allora sono trascorsi quindici anni.
Nel frattempo sono cambiate le tecnologie, è cambiato il sistema energetico europeo, è esplosa la crisi del gas seguita all’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha accelerato sulla decarbonizzazione e il tema della sicurezza energetica è diventato una questione strategica.
Dal punto di vista costituzionale, quindi, sarebbe molto difficile sostenere che il Parlamento del 2026 non possa mai più disciplinare il nucleare perché gli italiani votarono nel 2011.
Il referendum non ha prodotto un divieto perpetuo.
Questo, però, risponde soltanto alla domanda giuridica.
Non risponde a quella politica.
Ciò che è costituzionalmente possibile è anche democraticamente opportuno?
È qui che nasce la questione più delicata.
Gli italiani si sono pronunciati sul nucleare due volte.
Nel 1987, dopo Chernobyl, tre referendum produssero l’abrogazione di norme connesse al programma nucleare italiano. Non venne formalmente votata una domanda del tipo “volete chiudere tutte le centrali?”, ma l’esito contribuì politicamente all’abbandono del nucleare.
Nel 2011 la questione fu ancora più esplicita perché il referendum intervenne sulle norme con le quali il governo Berlusconi stava preparando il ritorno alla produzione elettronucleare.
Anche quella volta il risultato fu nettissimo.
Quindi il governo Meloni può sostenere, con solide ragioni giuridiche, che oggi il Parlamento abbia il potere di riaprire il dossier nucleare.
Ma resta una domanda che nessuna sentenza può risolvere: dopo due consultazioni popolari di segno contrario, è sufficiente una normale maggioranza parlamentare per cambiare nuovamente una scelta così importante?
Formalmente sì.
Politicamente è molto più discutibile.
Il paradosso: proprio chi invoca la sovranità popolare dovrebbe porsi il problema
La questione diventa ancora più interessante considerando la cultura politica della maggioranza.
Fratelli d’Italia e più in generale il centrodestra hanno spesso insistito sul principio della sovranità popolare, sulla necessità di avvicinare le decisioni ai cittadini e sulla critica alle scelte compiute dalle élite senza un sufficiente consenso democratico.
E allora proprio su una decisione strategica destinata a produrre conseguenze per decenni sarebbe legittimo aspettarsi una particolare attenzione al consenso dei cittadini.
Non significa necessariamente indire un terzo referendum. La Costituzione attribuisce al Parlamento il potere legislativo e non impone una consultazione popolare preventiva sul nucleare.
Significa però riconoscere che il precedente referendario esiste e politicamente pesa.
Liquidarlo con l’argomento secondo cui “sono passati molti anni” non basta. Perché proprio il tempo trascorso rende possibile fare una cosa molto semplice: chiedere nuovamente agli italiani che cosa ne pensano oggi.
E gli italiani oggi cosa pensano?
Qui il quadro è molto meno netto di quanto suggeriscano talvolta sia i sostenitori sia gli oppositori del nucleare.
I sondaggi degli ultimi anni mostrano infatti un’opinione pubblica divisa, con risultati che cambiano sensibilmente in base alla formulazione della domanda. Quando si parla genericamente di nucleare di nuova generazione o della possibilità di includerlo nel mix energetico, alcune rilevazioni registrano maggioranze favorevoli o una sostanziale parità tra favorevoli e contrari. Quando invece la domanda riguarda la costruzione concreta di una centrale vicino al luogo in cui vive l’intervistato, il consenso tende a diminuire.
È un fenomeno tutt’altro che sorprendente.
Si può essere favorevoli teoricamente all’energia nucleare e contemporaneamente non volere una centrale a pochi chilometri da casa. Lo stesso vale per il deposito dei rifiuti radioattivi.
Ed è proprio questa differenza tra consenso astratto e accettazione territoriale che il governo dovrà affrontare se il programma passerà dalla legge alle centrali reali.
Il nucleare non si costruisce a Palazzo Chigi
Una legge può stabilire che l’Italia torni a utilizzare l’energia nucleare.
Non può stabilire per decreto che una comunità locale si fidi di una centrale.
Prima o poi bisognerà scegliere i siti. E in quel momento il dibattito cambierà completamente.
Non parleremo più genericamente di piccoli reattori modulari, sicurezza energetica o neutralità tecnologica. Parleremo di un comune preciso, una provincia precisa e cittadini precisi ai quali verrà chiesto di vivere vicino a un impianto nucleare.
Lo stesso problema si presenterà per i depositi.
Ed è qui che l’opinione pubblica diventerà decisiva non soltanto politicamente, ma operativamente. Un programma nucleare osteggiato sistematicamente dai territori rischierebbe infatti di accumulare ricorsi, proteste, ritardi e costi tali da compromettere una parte dei benefici economici attesi.
Quali sarebbero davvero i vantaggi?
Sarebbe però sbagliato liquidare il ritorno al nucleare come una scelta priva di razionalità economica o energetica.
Il primo vantaggio è evidente: il nucleare produce elettricità con emissioni di CO2 molto basse durante il ciclo operativo e può contribuire alla decarbonizzazione del sistema elettrico.
Il secondo riguarda la continuità della produzione. Una centrale nucleare può produrre energia per moltissime ore all’anno indipendentemente dal sole e dal vento. In un sistema con una quota crescente di rinnovabili intermittenti, una fonte programmabile a basse emissioni può avere un valore importante.
Il terzo vantaggio è geopolitico. L’Italia importa una quota rilevante dell’energia che consuma e continua a dipendere dal gas naturale anche per la produzione elettrica. Ridurre la dipendenza dal gas significa ridurre l’esposizione alle crisi internazionali e alle oscillazioni dei prezzi dei combustibili fossili.
È un argomento diventato molto più forte dopo la crisi energetica europea iniziata nel 2022 e tornato centrale con le nuove tensioni internazionali.
Ma il nucleare non rende automaticamente indipendenti
Anche l’argomento dell’indipendenza energetica va però maneggiato con cautela.
L’Italia non possiede una filiera nazionale completa del combustibile nucleare e dovrebbe comunque inserirsi in mercati internazionali per l’approvvigionamento dell’uranio e per diverse fasi della lavorazione.
La differenza rispetto al gas è importante: il combustibile nucleare occupa volumi molto inferiori, può essere stoccato per periodi lunghi e il suo costo rappresenta una quota relativamente limitata del costo complessivo dell’elettricità prodotta.
Questo rende il nucleare meno vulnerabile a shock improvvisi sulle forniture rispetto a un sistema fortemente dipendente dal gas.
Ma “maggiore sicurezza energetica” e “indipendenza energetica” non sono sinonimi.
Il nucleare potrebbe ridurre alcune dipendenze.
Non le eliminerebbe.
Il grande problema sono i tempi
C’è poi una questione che spesso scompare dal dibattito politico: quando arriverebbe davvero questa energia?
Una centrale nucleare tradizionale richiede tempi molto lunghi tra autorizzazioni, progettazione, scelta del sito e costruzione. Il governo punta molto sui piccoli reattori modulari, gli SMR, e sulle tecnologie nucleari avanzate, nella speranza che possano ridurre tempi e costi.
Ma molte di queste soluzioni non sono ancora disponibili su larga scala commerciale.
Questo significa che il nucleare non può essere presentato come una risposta immediata alle bollette di oggi o alla crisi energetica del prossimo inverno.
Anche nello scenario più favorevole, la scelta compiuta nel 2026 produrrebbe i suoi effetti principali negli anni successivi e probabilmente soprattutto nel prossimo decennio.
È quindi una decisione strategica, non una misura emergenziale.
E poi ci sono i costi
Il nucleare presenta una caratteristica economica particolare: una volta operativo può produrre grandi quantità di elettricità per molti anni, ma richiede investimenti iniziali enormi.
Le esperienze europee più recenti mostrano quanto il rischio di ritardi e aumento dei costi sia concreto nei grandi impianti tradizionali. I sostenitori degli SMR ritengono che la standardizzazione e la produzione modulare possano ridurre questi problemi, ma sarà necessario verificarlo attraverso progetti commerciali realmente operativi.
Anche qui sarebbe sbagliato trasformare il dibattito in una guerra di slogan.
Non è vero che il nucleare sia necessariamente “energia a basso costo”.
Non è neppure vero che sia necessariamente economicamente insostenibile.
Dipende dalla tecnologia, dal costo del capitale, dai tempi di costruzione, dal modello di finanziamento, dalla durata degli impianti e dal costo delle alternative necessarie per garantire stabilità a un sistema basato prevalentemente sulle rinnovabili.
Il confronto corretto non è nucleare contro rinnovabili
Forse una parte del dibattito italiano parte dalla domanda sbagliata.
Nucleare e rinnovabili non sono necessariamente alternativi.
Un sistema elettrico a basse emissioni può utilizzare contemporaneamente solare, eolico, idroelettrico, accumuli, interconnessioni e una quota di produzione nucleare programmabile.
La vera domanda è quale combinazione permetta all’Italia di ottenere energia sufficientemente economica, sicura e decarbonizzata.
E qui entrano in gioco caratteristiche specifiche del nostro Paese: disponibilità di sole, rete elettrica, capacità di accumulo, interconnessioni europee, struttura industriale e densità territoriale.
La scelta dovrebbe quindi derivare da un confronto trasparente tra costi complessivi dei diversi sistemi, non dalla contrapposizione ideologica tra “nuclearisti” e “ambientalisti”.
E la sicurezza?
È inevitabilmente il punto sul quale il dibattito diventa più emotivo.
L’industria nucleare sostiene che i reattori moderni dispongano di sistemi di sicurezza enormemente più avanzati rispetto alle centrali costruite nella seconda metà del Novecento. È vero che la tecnologia si è evoluta e che i nuovi progetti incorporano sistemi passivi progettati per ridurre la probabilità di incidenti gravi.
Ma sarebbe scorretto dire ai cittadini che il rischio è zero.
Nessuna grande infrastruttura industriale è priva di rischio.
La domanda razionale è differente: qual è la probabilità di un incidente grave, quali sarebbero le conseguenze e come si confronta quel rischio con quelli prodotti dalle altre fonti energetiche?
Anche carbone, petrolio e gas provocano danni alla salute, incidenti, inquinamento e cambiamento climatico. La sicurezza energetica va quindi valutata comparativamente, non isolando una singola tecnologia.
Ma la percezione del rischio conta
Esiste però una dimensione che non può essere liquidata con le statistiche.
Milioni di italiani hanno paura del nucleare.
Una parte di quella paura può essere alimentata da informazioni incomplete o dall’associazione immediata con Chernobyl e Fukushima. Ma in democrazia la percezione del rischio non è un fastidio da eliminare attraverso una campagna di comunicazione.
È un fatto politico.
Una tecnologia che richiede investimenti per decenni, siti territorialmente definiti, piani di emergenza e gestione di materiali radioattivi ha bisogno di un livello elevato di fiducia nelle istituzioni.
Ed è proprio qui che ignorare completamente la storia referendaria italiana potrebbe diventare controproducente.
Se il nucleare è davvero cambiato, perché non convincere gli italiani?
È forse questa la domanda centrale.
Il governo sostiene che il nucleare del quale si discute oggi sia profondamente diverso da quello sul quale gli italiani votarono in passato. I sostenitori ricordano i progressi tecnologici, gli SMR, i sistemi passivi di sicurezza e la necessità di decarbonizzare l’economia.
Può essere vero.
Ma se le condizioni sono cambiate così radicalmente, perché temere un nuovo pronunciamento popolare?
Un referendum non è necessariamente l’unico strumento possibile e non può essere convocato preventivamente secondo il modello dell’articolo 75, che disciplina referendum abrogativi su leggi già approvate. Ma il punto politico resta.
Il governo potrebbe costruire un percorso di consultazione molto più ampio, coinvolgere territori, Parlamento, comunità scientifica e cittadini e, una volta definito concretamente il nuovo quadro legislativo, accettare che gli strumenti costituzionali disponibili consentano nuovamente agli elettori di esprimersi.
Se il Paese ha davvero cambiato idea, emergerà.
Il Parlamento può farlo. Ma può bastare?
Alla domanda iniziale possiamo quindi dare una risposta abbastanza chiara.
Sì, in linea generale il Parlamento può tornare a legiferare sul nucleare senza violare automaticamente la Costituzione. I referendum del 1987 e del 2011 non hanno introdotto un divieto costituzionale eterno e il tempo trascorso, insieme al mutamento del quadro normativo e tecnologico, rende molto difficile sostenere che il legislatore sia ancora vincolato integralmente alla disciplina risultante da quelle consultazioni.
Ma la risposta giuridica non chiude la discussione.
Perché una democrazia non vive soltanto di ciò che una maggioranza parlamentare può formalmente fare.
Vive anche della legittimazione delle decisioni, soprattutto quando quelle decisioni hanno conseguenze destinate a durare molto più di una legislatura.
Il governo ha il diritto di riaprire il dossier. Gli italiani hanno il diritto di essere convinti
Non considero quindi convincente l’argomento secondo cui i referendum avrebbero vietato per sempre all’Italia di discutere di nucleare. Una generazione non può necessariamente impedire a tutte quelle successive di rivalutare una tecnologia in condizioni completamente differenti.
Ma considero altrettanto debole l’argomento opposto: sono passati quarant’anni dal 1987 e quindici dal 2011, quindi possiamo semplicemente comportarci come se quelle consultazioni non fossero mai esistite.
Sono esistite.
Hanno prodotto risultati chiarissimi.
E fanno parte della storia democratica del Paese.
Se oggi il governo ritiene che tecnologia, clima, geopolitica e sicurezza energetica abbiano cambiato abbastanza il quadro da giustificare una scelta diversa, ha tutto il diritto di provarlo.
Ma dovrebbe farlo con dati, costi, localizzazioni, tempi, modalità di finanziamento, piani per le scorie e analisi dei rischi davanti agli italiani.
Non limitandosi a dire che il nuovo nucleare sarà più sicuro.
Prima delle centrali serve una cosa più difficile: la fiducia
La vera sfida del ritorno italiano al nucleare potrebbe quindi non essere tecnologica.
Potremmo riuscire a costruire reattori più sicuri. Potremmo disporre tra alcuni anni di piccoli reattori modulari commercialmente maturi. Potremmo dimostrare che una quota di nucleare rende il sistema elettrico più stabile e riduce la dipendenza dal gas. Potremmo perfino scoprire, numeri alla mano, che in determinate condizioni il costo complessivo è competitivo con quello di un sistema basato esclusivamente su rinnovabili, accumuli e capacità di riserva.
Ma prima bisogna convincere un Paese che sul nucleare si è già espresso due volte.
Non significa attribuire ai referendum del 1987 e del 2011 il valore di un divieto costituzionale perpetuo. Non lo hanno. Significa riconoscere che quelle consultazioni hanno lasciato un’eredità politica che una nuova maggioranza parlamentare può giuridicamente superare, ma che sarebbe imprudente fingere non esista.
Il problema diventerà ancora più concreto quando dal dibattito nazionale si passerà alla scelta dei siti. È relativamente facile dichiararsi favorevoli a un reattore di nuova generazione in astratto. Sarà molto più difficile convincere una comunità ad accettarlo nel proprio territorio, così come l’esperienza del Deposito nazionale dimostra quanto sia complesso individuare un luogo nel quale concentrare i rifiuti radioattivi.
Per questo il governo dovrebbe evitare l’errore peggiore: presentare il ritorno al nucleare come una decisione ormai presa alla quale gli italiani dovranno semplicemente abituarsi. Se davvero le tecnologie sono cambiate, se davvero i nuovi impianti possono garantire standard di sicurezza radicalmente superiori e se davvero il nucleare è necessario per rendere l’Italia energeticamente più sicura, allora esistono argomenti con i quali provare a conquistare un nuovo consenso.
La fiducia, però, non si costruisce con gli slogan. Servono costi realistici, tempi credibili, tecnologie effettivamente disponibili, responsabilità definite in caso di incidente, un piano per le scorie e soprattutto la risposta alla domanda che prima o poi diventerà inevitabile: dove verranno costruiti gli impianti?
La domanda non è soltanto se possiamo farlo
Il ritorno al nucleare pone quindi almeno tre questioni differenti che non dovrebbero essere confuse.
La prima è costituzionale: può il Parlamento tornare a legiferare sul nucleare dopo i referendum? In linea generale sì. La Costituzione non vieta l’energia nucleare e il risultato di un referendum abrogativo non produce un vincolo legislativo eterno. Resta naturalmente possibile un controllo della Corte costituzionale sulle singole disposizioni della nuova normativa e sul rispetto dei principi costituzionali applicabili.
La seconda domanda è energetica: il nucleare può essere utile all’Italia? Anche qui la risposta non può essere liquidata ideologicamente. Una fonte programmabile e a basse emissioni può contribuire alla decarbonizzazione, ridurre la dipendenza dal gas e affiancare le rinnovabili. Ma benefici, costi e tempi dipenderanno dalle tecnologie concretamente adottate e non dalle promesse fatte oggi.
La terza domanda è politica: è opportuno compiere una scelta così duratura senza ricostruire un consenso esplicito nel Paese?
Ed è probabilmente questa la domanda alla quale il governo dovrà rispondere più seriamente.
Perché si può sostenere che gli italiani del 2026 non debbano essere vincolati per sempre da ciò che decisero gli italiani del 1987. È un argomento ragionevole. Ma allora bisogna accettarne anche la conseguenza: devono essere gli italiani di oggi a essere convinti che le condizioni siano cambiate abbastanza da giustificare una scelta diversa.
Il nucleare merita un dibattito migliore
Su una questione così importante sarebbe un errore dividersi ancora una volta tra due tifoserie. Da una parte chi considera il nucleare la soluzione quasi miracolosa ai problemi energetici italiani; dall’altra chi lo considera una tecnologia che nessuna evoluzione scientifica potrebbe mai rendere accettabile.
Entrambe le posizioni rischiano di impedire la discussione che serve davvero.
Dobbiamo sapere quanto costerà l’energia prodotta, quando potrà arrivare nella rete, chi finanzierà gli impianti, quale tecnologia verrà utilizzata, dove saranno costruiti i reattori, dove finiranno i rifiuti, quali assicurazioni copriranno i rischi, quanto dipenderemo dall’estero per combustibile e tecnologia e quale alternativa avremmo investendo le stesse risorse in rinnovabili, accumuli, reti e interconnessioni.
Soltanto dopo potremo confrontare seriamente costi e benefici.
Perché la questione non dovrebbe essere stabilire se si è “pro” o “contro” il nucleare come se fosse un’identità politica.
La questione è capire se il nucleare del XXI secolo possa offrire all’Italia abbastanza vantaggi da giustificarne costi, tempi, rischi e conseguenze.
E soprattutto se quei vantaggi valgano il prezzo dell’insicurezza percepita da una parte consistente della popolazione. Anche la paura può essere irrazionale o sproporzionata rispetto al rischio statistico, ma non per questo può essere cancellata per decreto. Va affrontata con trasparenza, informazione e istituzioni credibili.
Quarant’anni dopo, la parola dovrebbe tornare agli italiani
Nel 1987 l’Italia scelse dopo Chernobyl. Nel 2011 votò pochi mesi dopo Fukushima. Entrambe le consultazioni si svolsero quindi in momenti nei quali il tema della sicurezza nucleare aveva un peso enorme nell’opinione pubblica. Questo contesto storico deve essere ricordato quando se ne interpreta il risultato.
Ma proprio perché sono trascorsi tanti anni, il governo ha oggi un’occasione migliore di quella che avrebbe avuto allora: discutere del nucleare senza un incidente appena avvenuto davanti agli occhi degli elettori, confrontando tecnologie, costi e alternative con maggiore freddezza.
Se al termine di questo confronto una maggioranza degli italiani considerasse il nuovo nucleare utile e sufficientemente sicuro, il Paese avrebbe una legittimazione politica molto più forte per affrontare un programma destinato a durare decenni.
Se invece la maggioranza continuasse a essere contraria, sarebbe difficile sostenere che una trasformazione di questa portata possa essere imposta semplicemente perché una maggioranza parlamentare dispone dei numeri necessari.
Non è una questione di legalità.
È una questione di fiducia democratica.
Il Parlamento può riaprire la porta che i referendum avevano politicamente chiuso. Ma prima di costruire una centrale dietro quella porta, sarebbe saggio sapere se gli italiani vogliono davvero attraversarla.
Fonti
Eurobarometro e principali istituti demoscopici italiani – Rilevazioni sull’atteggiamento dell’opinione pubblica verso il ritorno all’energia nucleare, da interpretare tenendo conto delle differenti formulazioni delle domande.
Camera dei deputati e Senato della Repubblica – Testo e iter della legge delega sul nucleare sostenibile e sulla disciplina del nuovo programma elettronucleare italiano.
Corte costituzionale – Giurisprudenza sugli effetti del referendum abrogativo e sui limiti alla successiva riproduzione legislativa della disciplina cancellata dal voto popolare.
Ministero dell’Interno – Risultati ufficiali dei referendum sul nucleare del 1987 e del referendum del 12-13 giugno 2011.
Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – Documentazione sulla strategia energetica nazionale, sul nucleare sostenibile e sulla gestione dei rifiuti radioattivi.
Agenzia internazionale per l’energia (IEA) e Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) – Analisi sul ruolo del nucleare nei sistemi elettrici a basse emissioni, sicurezza degli impianti e prospettive delle nuove tecnologie.
