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Fuga dei cervelli, Meloni conosce le cause ma dopo quattro anni manca ancora una politica per fermarla

Giorgia Meloni ha descritto il problema con una precisione difficile da contestare. Per convincere i giovani italiani a restare o a tornare servono stipendi più alti, opportunità professionali migliori, meritocrazia, servizi efficienti, investimenti, competitività e accesso alla casa. È quasi un programma di governo completo e, soprattutto, coincide in larga parte con ciò che economisti e istituzioni ripetono da anni quando cercano di spiegare perché tanti giovani qualificati lascino l’Italia.

Il problema è che Giorgia Meloni non è più all’opposizione. Governa da quasi quattro anni, guida l’esecutivo più longevo della storia repubblicana e dispone di una maggioranza parlamentare stabile. Quando domenica, davanti ai giovani di Fratelli d’Italia, ha ammesso che quanto fatto finora «non basta» e che resta «un lavoro enorme», ha quindi pronunciato una frase politicamente più importante di quanto possa sembrare. Perché le cause della fuga dei talenti sono state individuate, ma le politiche messe in campo non sembrano ancora avere dimensioni comparabili al problema.

Non significa che il governo non abbia fatto nulla. Sono stati introdotti interventi sul lavoro, approvato un piano casa, rafforzata la Zona economica speciale nel Mezzogiorno e finanziati programmi per attrarre ricercatori. Ma manca ancora ciò che dovrebbe rappresentare il vero salto di qualità: una strategia capace di intervenire contemporaneamente su salari, carriere, ricerca, casa e capacità delle imprese italiane di offrire opportunità paragonabili a quelle disponibili nelle maggiori economie europee.

Il problema che Meloni conosce da anni

La fuga dei cervelli non è un tema scoperto recentemente da Palazzo Chigi. Meloni ne parlava frequentemente già quando era all’opposizione, utilizzando anche un’immagine particolarmente efficace: l’Italia spende risorse enormi per formare i propri giovani e poi consegna gratuitamente quel capitale umano a Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera e agli altri Paesi capaci di attrarlo.

Il ragionamento rimane valido. Un bambino frequenta scuole finanziate dallo Stato, può arrivare a un’università pubblica e magari conseguire una laurea specialistica dopo vent’anni di formazione. Quando parte a 25 o 30 anni, il Paese che lo accoglie riceve un lavoratore già formato senza aver sostenuto gran parte del costo della sua istruzione.

Naturalmente non c’è nulla di negativo nella mobilità internazionale. Studiare e lavorare all’estero può essere una straordinaria opportunità individuale e una società aperta non dovrebbe cercare di impedire ai giovani di partire. Il problema nasce quando il flusso diventa prevalentemente unidirezionale: molti italiani qualificati se ne vanno, pochi tornano e l’Italia fatica contemporaneamente ad attrarre un numero equivalente di giovani altamente specializzati dall’estero.

È questa asimmetria, non la mobilità in sé, a impoverire il Paese.

Panetta ha spiegato il problema con due numeri

A gennaio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha fornito una misura particolarmente efficace della questione: negli anni più recenti circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con percentuali particolarmente elevate tra ingegneri e informatici, proprio alcune delle professionalità delle quali le imprese italiane denunciano maggiore scarsità.

Poi Panetta ha indicato una delle spiegazioni più semplici. Un giovane laureato che lavora in Germania guadagna mediamente, a parità di potere d’acquisto secondo i dati utilizzati dalla Banca d’Italia, circa l’80% in più rispetto a un coetaneo in Italia. In Francia il vantaggio è di circa il 30%. E questi divari, invece di ridursi, si sono ampliati nel corso degli anni.

Di fronte a differenze di questa dimensione, spiegare la fuga dei cervelli esclusivamente attraverso una presunta esterofilia dei giovani sarebbe assurdo. Una persona può amare l’Italia, voler vivere vicino alla propria famiglia e apprezzare la qualità della vita del proprio Paese, ma trovarsi davanti a un’offerta professionale che all’estero garantisce stipendio più alto, prospettive di carriera migliori e maggiore riconoscimento delle competenze.

La vera concorrenza europea si combatte anche su questo terreno.

Non sono soltanto gli stipendi

Meloni ha ragione anche quando allarga il problema oltre la retribuzione. Un giovane professionista non decide dove vivere guardando soltanto la cifra scritta sulla busta paga. Guarda il costo dell’abitazione, i trasporti, la qualità dei servizi, la possibilità di costruire una famiglia, la stabilità del contratto e soprattutto le prospettive di crescita professionale.

Qui emerge uno dei problemi più difficili da correggere con una singola legge. Una parte rilevante del tessuto produttivo italiano è costituita da imprese piccole e piccolissime, spesso meno capaci di offrire percorsi professionali, ricerca interna e retribuzioni paragonabili a quelle delle grandi aziende internazionali. A questo si aggiungono una produttività stagnante da decenni e un sistema nel quale, in molti settori, l’avanzamento professionale continua a essere percepito come troppo lento e poco legato al merito.

Non basta quindi introdurre un bonus per convincere una persona a tornare.

Bisogna creare un ecosistema nel quale abbia interesse a restare anche quando il bonus finisce.

Il picco del 2024

I dati dell’Istat mostrano quanto il problema sia diventato rilevante. Nel 2024 gli espatri di cittadini italiani hanno raggiunto 156 mila unità, il 36,5% in più rispetto all’anno precedente. I rimpatri sono stati invece circa 53 mila, in diminuzione del 14,3%. Il saldo è quindi risultato negativo per oltre 100 mila cittadini italiani.

Il dato del 2024 deve però essere interpretato con cautela. L’Istat sottolinea che una parte dell’aumento è collegata all’introduzione delle sanzioni per chi vive stabilmente all’estero senza iscriversi all’AIRE. Una quota dell’impennata statistica potrebbe quindi riflettere l’emersione amministrativa di persone già trasferite, non esclusivamente nuove partenze avvenute durante quell’anno.

È una precisazione importante, soprattutto quando si utilizza il dato nel dibattito politico. Sarebbe scorretto attribuire automaticamente tutte le 156 mila partenze alle condizioni economiche prodotte dall’attuale governo.

Ma anche eliminando questa distorsione statistica, la tendenza di lungo periodo rimane evidente.

Nel 2025 gli espatri sono diminuiti, ma il saldo resta negativo

Disponiamo ora anche di dati più recenti, pubblicati dall’Istat nell’agosto 2026. Nel 2025 gli espatri dei cittadini italiani sono scesi a 109 mila, con una riduzione del 22,7% rispetto al picco dell’anno precedente. Anche il saldo negativo degli italiani con l’estero si è ridotto, passando a circa 53 mila persone. :contentReference[oaicite:5]{index=5}

È un miglioramento e va riconosciuto come tale. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che il fenomeno abbia continuato semplicemente ad aggravarsi anche nell’ultimo anno disponibile.

Ma 53 mila cittadini persi in un solo anno continuano a rappresentare un saldo significativo, soprattutto in un Paese caratterizzato contemporaneamente da denatalità, invecchiamento della popolazione e carenza di alcune competenze professionali.

La fotografia corretta è quindi più complessa: dopo l’anomalo picco del 2024 la pressione si è ridotta, ma l’Italia continua a perdere più cittadini di quanti ne riesca a far rientrare.

Quasi centomila giovani laureati persi in dieci anni

Il problema emerge ancora più chiaramente restringendo l’osservazione ai giovani qualificati. Nel decennio 2014-2023 oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero e più di un terzo erano giovani tra i 25 e i 34 anni. Tra questi, circa 146 mila erano laureati.

Nello stesso periodo i rientri di giovani laureati sono stati poco più di 49 mila. Il saldo netto è quindi negativo per circa 97 mila giovani con una laurea.

Nel solo 2023 erano espatriati circa 21 mila laureati italiani tra 25 e 34 anni, mentre ne erano rientrati circa 6 mila. Non stiamo quindi osservando un episodio eccezionale legato a una singola recessione, ma un processo strutturale che attraversa governi di orientamento politico differente.

Questo è importante anche per attribuire correttamente le responsabilità. La fuga dei cervelli non nasce con Giorgia Meloni e sarebbe scorretto presentarla come un fenomeno provocato dal suo governo. Il problema politico dell’esecutivo attuale è differente: dopo quasi quattro anni non si vede ancora una discontinuità strutturale proporzionata alla gravità che la stessa premier attribuisce al fenomeno.

Il Mezzogiorno perde i giovani due volte

I dati più recenti mostrano inoltre una dinamica particolarmente pesante per il Sud. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila giovani laureati italiani tra 25 e 34 anni. La maggior parte non è andata direttamente all’estero: 122 mila si sono trasferiti verso il Centro-Nord, mentre il saldo negativo con l’estero è stato di altre 28 mila persone. :contentReference[oaicite:6]{index=6}

È una fuga dei cervelli interna prima ancora che internazionale.

Un giovane formato a Palermo, Napoli, Bari o Cosenza può trasferirsi a Milano, Bologna o Torino e rimanere statisticamente in Italia, ma per il territorio dal quale parte l’effetto è simile: la comunità sostiene parte del costo della sua formazione e perde proprio la persona nel momento in cui potrebbe contribuire alla crescita economica locale.

La ZES unica per il Mezzogiorno cerca di affrontare una parte del problema favorendo investimenti e attività produttive. Ma per invertire una dinamica demografica di questa portata servono anni e soprattutto imprese capaci di creare lavoro qualificato e ben retribuito.

Cosa ha fatto il governo

Dire che in quattro anni non sia stato fatto letteralmente nulla sarebbe quindi eccessivo. Esistono interventi che possono contribuire, direttamente o indirettamente, a rendere l’Italia più attrattiva.

Nel 2025 il ministero dell’Università e della Ricerca ha stanziato 50 milioni di euro attraverso risorse PNRR per attrarre in Italia giovani ricercatori vincitori di ERC Starting Grants o Consolidator Grants che lavoravano all’estero. Ogni progetto poteva ricevere fino a un milione di euro e il 40% delle risorse era riservato al Mezzogiorno.

Nell’agosto 2026 il MUR ha inoltre pubblicato la graduatoria del programma Rita Levi Montalcini: 54 giovani ricercatori e 25,5 milioni di euro per favorire l’arrivo o il rientro nelle università italiane di studiosi impegnati all’estero.

Sono interventi reali e utili. Ma mostrano contemporaneamente la dimensione del problema.

Cinquanta milioni contro un fenomeno nazionale

Un programma da 50 milioni può cambiare la vita professionale di decine o centinaia di ricercatori e rafforzare alcuni dipartimenti universitari. Non può modificare da solo una dinamica che coinvolge decine di migliaia di giovani ogni anno e non riguarda soltanto la ricerca accademica.

La maggior parte dei laureati che lascia l’Italia non è infatti necessariamente un ricercatore universitario. Sono ingegneri, informatici, medici, professionisti, manager, tecnici specializzati e persone impiegate nei settori più diversi.

Per questo la risposta non può essere esclusivamente un programma ministeriale di rientro. Serve qualcosa di molto più difficile: rendere competitivo il mercato del lavoro italiano.

Il paradosso degli incentivi per chi rientra

C’è poi una scelta compiuta all’inizio della legislatura che merita di essere ricordata. Con la riforma della fiscalità internazionale entrata in vigore dal 2024, il governo ha modificato il regime agevolato per i lavoratori impatriati, restringendo rispetto alla disciplina precedente l’accesso e la portata di alcune agevolazioni.

Il nuovo regime prevede, a determinate condizioni, che i redditi da lavoro prodotti in Italia dai lavoratori che trasferiscono qui la propria residenza concorrano alla formazione del reddito per il 50% del loro ammontare, entro il limite annuale previsto dalla legge e con requisiti più stringenti sulla precedente permanenza all’estero.

Esistono ragioni fiscali legittime per evitare che un’agevolazione diventi eccessivamente costosa o venga utilizzata in maniera opportunistica. Ma politicamente emerge una contraddizione: mentre il governo denuncia la difficoltà di riportare in Italia i talenti, una delle sue prime riforme ha reso meno generoso uno degli strumenti utilizzati proprio per incentivarne il rientro.

Questo non significa che il vecchio regime fosse necessariamente ottimale. Significa che, se lo si restringe, sarebbe necessario sostituirne almeno una parte dell’effetto attrattivo attraverso salari, opportunità e servizi migliori.

Ed è precisamente qui che il percorso appare ancora incompleto.

Il lavoro è aumentato, ma non basta contare gli occupati

Meloni rivendica correttamente il miglioramento di diversi indicatori del mercato del lavoro. Ma il problema della fuga dei cervelli dimostra perché il numero degli occupati non racconti da solo la qualità di un sistema economico.

Un giovane laureato non confronta semplicemente la possibilità di avere un lavoro in Italia con quella di essere disoccupato in Germania. Confronta due lavori. Guarda la retribuzione, le prospettive di carriera, il tipo di contratto, l’ambiente professionale, la capacità dell’impresa di investire nelle sue competenze e ciò che rimane dello stipendio dopo avere pagato l’abitazione.

Se l’Italia crea più occupazione ma continua a offrire a molte professionalità qualificate salari significativamente inferiori a quelli delle principali economie concorrenti, il miglioramento quantitativo può convivere con l’emigrazione dei talenti.

Non è una contraddizione. È il segnale che la prossima battaglia deve essere sulla qualità e sulla produttività del lavoro.

Il problema dei salari non si risolve per decreto

Qui bisogna evitare anche l’errore opposto. Non basta chiedere genericamente al governo di “alzare gli stipendi”. Le retribuzioni private dipendono dalla produttività, dalla struttura delle imprese, dalla contrattazione, dalla fiscalità e dalla capacità dell’economia di produrre valore.

Lo Stato può ridurre il cuneo fiscale, incentivare investimenti, migliorare istruzione e infrastrutture, rendere più efficiente la pubblica amministrazione e favorire la crescita dimensionale delle imprese. Può intervenire sui propri dipendenti e creare un ambiente più favorevole alla ricerca e all’innovazione.

Ma nel lungo periodo un Paese non può pagare stabilmente salari tedeschi con una produttività molto inferiore a quella tedesca. È qui che il problema della fuga dei cervelli smette di essere una questione di incentivi fiscali e diventa una questione di struttura economica. Per trattenere un ingegnere, un informatico, un ricercatore o un professionista altamente qualificato non basta ridurgli temporaneamente le tasse: bisogna creare imprese e organizzazioni capaci di utilizzare quelle competenze, aumentarne la produttività e quindi remunerarle adeguatamente.

È anche per questo che la questione riguarda direttamente la politica industriale. Un’economia nella quale una parte molto ampia dell’occupazione è concentrata in imprese piccole, settori a bassa intensità tecnologica e attività con margini ridotti fatica strutturalmente a offrire le stesse opportunità delle economie nelle quali hanno un peso maggiore grandi imprese, ricerca privata, tecnologia e servizi avanzati. Il problema dei salari italiani non nasce soltanto dalle buste paga: nasce dal tipo di economia che quelle buste paga deve finanziarle.

L’Italia forma talenti che poi regalano produttività agli altri

È qui che la vecchia metafora utilizzata dalla stessa Meloni quando era all’opposizione conserva una sua efficacia. Lo Stato e le famiglie italiane investono per anni nella formazione di un ragazzo o di una ragazza: scuola, università, servizi pubblici, sostegno familiare. Quando quella persona, una volta laureata, si trasferisce stabilmente all’estero, una parte del rendimento economico di quell’investimento viene raccolta da un altro Paese.

Non significa che emigrare sia qualcosa di negativo. La possibilità di studiare e lavorare all’estero è una delle grandi opportunità offerte dall’integrazione europea e dalla globalizzazione, e un periodo trascorso fuori dall’Italia può aumentare competenze, reddito e capacità professionali. Il problema nasce quando il movimento diventa prevalentemente unidirezionale: molti giovani qualificati partono, pochi tornano e contemporaneamente l’Italia non riesce ad attrarre dall’estero un numero sufficiente di lavoratori altamente specializzati per compensare la perdita.

È questa la differenza tra mobilità e impoverimento del capitale umano. Un Paese aperto non deve impedire ai propri giovani di partire; deve diventare abbastanza attrattivo perché una parte torni e perché altri giovani qualificati decidano di arrivare.

Il saldo dei laureati resta negativo

I dati Istat aiutano a capire le dimensioni del fenomeno. Nel decennio 2014-2023 oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero e più di un terzo, circa 367mila persone, aveva tra 25 e 34 anni. Tra questi giovani quasi 146mila erano laureati. Nello stesso periodo i rimpatri nella medesima fascia d’età sono stati circa 113mila, dei quali poco più di 49mila laureati.

Il risultato è una perdita netta di circa 97mila giovani laureati in dieci anni. Il 2023 ha segnato inoltre un’accelerazione: circa 21mila laureati italiani tra 25 e 34 anni sono emigrati, il 21,2% in più rispetto all’anno precedente, mentre i rientri si sono fermati a circa 6mila, in diminuzione del 4,1%.

Il fenomeno precede largamente il governo Meloni e sarebbe scorretto attribuirgliene l’origine. Ma dopo quasi quattro anni di governo diventa altrettanto difficile sostenere che si tratti semplicemente di un’eredità sulla quale l’esecutivo non abbia avuto tempo di intervenire.

Nel 2024 gli espatri sono aumentati ancora

Il quadro generale delle migrazioni italiane si è ulteriormente deteriorato nel 2024. Secondo l’Istat, gli espatri di cittadini italiani sono arrivati a circa 156mila, con un aumento del 36,5% rispetto all’anno precedente. Una parte della crescita è collegata agli effetti delle nuove regole che hanno spinto persone già residenti all’estero a regolarizzare la propria iscrizione all’AIRE, quindi il confronto annuale deve essere interpretato con cautela.

Resta però un dato significativo: nello stesso anno i rimpatri degli italiani sono stati circa 53mila, il 14,3% in meno rispetto al 2023. Anche tenendo conto delle discontinuità statistiche, la differenza tra chi parte e chi ritorna rimane molto ampia.

Non tutti gli emigrati sono laureati e non tutti possono essere definiti “cervelli in fuga”. Ma dentro quel flusso continua a esserci una componente consistente di giovani qualificati che il sistema produttivo italiano fatica a trattenere.

Il governo qualcosa ha fatto, ma non una politica strutturale

Dire che il governo non abbia fatto letteralmente nulla sarebbe eccessivo. Nell’aprile 2025 il ministero dell’Università e della Ricerca ha destinato 50 milioni di euro del PNRR a un programma per favorire il rientro in Italia di giovani ricercatori che lavoravano all’estero. È una misura concreta, ma limitata nelle dimensioni e soprattutto non strutturale.

Può riportare in Italia alcune centinaia di persone. Non può modificare un fenomeno che coinvolge decine di migliaia di giovani e che nasce da salari, opportunità professionali, carriera accademica, meritocrazia, accesso alla casa e qualità dei servizi.

Il punto non è quindi negare ciò che è stato fatto. È confrontarne la scala con la dimensione del problema. Ed è difficile sostenere che, finora, le due grandezze siano comparabili.

Il paradosso degli incentivi al rientro

C’è poi una decisione del governo che rende la vicenda politicamente ancora più interessante. A partire dal 2024 sono state ridimensionate le agevolazioni fiscali per i cosiddetti lavoratori impatriati, cioè le persone che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia dopo un periodo trascorso all’estero.

Il precedente regime era stato criticato perché molto generoso, costoso per lo Stato e non sempre ben mirato. Una revisione poteva quindi avere motivazioni comprensibili. Ma il risultato politico resta paradossale: mentre Meloni indicava la fuga dei cervelli come un’emergenza, il suo governo restringeva uno dei principali strumenti utilizzati proprio per rendere economicamente più conveniente il ritorno in Italia.

Questo non significa che la vecchia agevolazione dovesse essere mantenuta identica. Significa che, se la si riduce, sarebbe ragionevole sostituirla con una strategia più selettiva ed efficace. È questo secondo passaggio che finora appare molto meno evidente.

Non bastano gli sgravi per convincere qualcuno a tornare

Anche il regime fiscale più generoso, del resto, può risolvere soltanto una parte del problema. Un professionista può essere attratto da cinque anni di tassazione favorevole, ma se alla fine del beneficio continua a trovare salari più bassi, prospettive di carriera limitate, servizi insufficienti e un mercato del lavoro meno dinamico, il rischio è semplicemente rinviare una nuova partenza.

La politica del rientro dovrebbe quindi essere costruita intorno a una domanda diversa: perché una persona altamente qualificata dovrebbe scegliere l’Italia anche senza un trattamento fiscale eccezionale?

La risposta dovrebbe comprendere salari competitivi, ricerca finanziata stabilmente, università capaci di reclutare sulla base del merito, imprese innovative, procedure amministrative più semplici, accesso alla casa nelle grandi città e servizi adeguati per chi decide di costruire qui una famiglia.

È molto più difficile di concedere un bonus. Ma è anche l’unico modo per trasformare un rientro temporaneo in una scelta permanente.

La casa è diventata parte del problema

Meloni ha ragione quando include il diritto alla casa tra le cause che possono spingere un giovane a lasciare l’Italia. È un tema diventato particolarmente grave nelle città che offrono le maggiori opportunità professionali. Milano, Roma, Bologna e altri grandi centri presentano costi degli affitti che possono assorbire una quota enorme dello stipendio di un giovane lavoratore.

Questo produce un paradosso. Le città nelle quali esistono le migliori opportunità sono spesso anche quelle nelle quali è più difficile permettersi di vivere con uno stipendio iniziale italiano. La differenza rispetto all’estero non è quindi soltanto salariale: riguarda il rapporto tra reddito, costo dell’abitazione e qualità dei servizi.

Un piano casa può contribuire alla soluzione, ma i suoi effetti richiedono anni. E proprio questo dimostra perché il problema avrebbe avuto bisogno di essere affrontato molto prima con una strategia stabile.

Anche la meritocrazia ha un valore economico

C’è un’altra parola utilizzata dalla premier che merita attenzione: meritocrazia. Per una persona qualificata la retribuzione è fondamentale, ma non è l’unica variabile. Contano la possibilità di fare carriera, la trasparenza dei concorsi, il riconoscimento delle competenze e la percezione che l’impegno possa produrre avanzamento professionale.

Quando un giovane ritiene che all’estero esistano non soltanto stipendi maggiori ma anche percorsi di carriera più trasparenti e opportunità più legate alle capacità, la differenza economica si somma a quella culturale e organizzativa.

Anche questo è un problema che non può essere risolto con un singolo decreto. Ma proprio per questo richiede una politica di lungo periodo.

Non possiamo chiedere ai giovani di restare per patriottismo

Ogni tanto il dibattito sulla fuga dei cervelli assume una sfumatura quasi morale: l’Italia investe nella formazione dei giovani e questi, una volta laureati, se ne vanno. Ma sarebbe profondamente sbagliato trasformare il problema in un rimprovero verso chi parte.

Un ragazzo che riceve un’offerta da 2.000 euro in Italia e una da 3.500 o 4.000 euro in un altro Paese europeo non sta tradendo la propria nazione se sceglie la seconda. Sta facendo una valutazione razionale sul proprio futuro.

È lo Stato che deve chiedersi perché non riesce a offrirgli condizioni comparabili, non il giovane che deve giustificarsi per averle cercate altrove.

Lo stesso vale per ricercatori costretti a concatenare contratti precari, medici che trovano condizioni di lavoro migliori fuori dall’Italia, ingegneri e informatici ai quali aziende straniere offrono salari e carriere difficilmente replicabili nel nostro mercato.

La fuga dei cervelli è anche un problema demografico

La perdita di giovani qualificati si inserisce inoltre dentro una crisi demografica già molto grave. Chi parte tra i 25 e i 34 anni appartiene proprio alla fascia d’età nella quale normalmente si costruiscono carriere, famiglie e progetti di lungo periodo.

Quando una persona si stabilisce definitivamente all’estero, l’Italia non perde soltanto un lavoratore qualificato. Può perdere anche futuri contribuenti, consumatori, genitori e competenze che avrebbero potuto generare altra occupazione.

In un Paese che invecchia rapidamente e nel quale diminuisce la popolazione in età lavorativa, questo effetto moltiplica il costo della migrazione qualificata.

La fuga dei cervelli non è quindi soltanto una questione universitaria o occupazionale. È parte della sostenibilità futura del sistema economico e previdenziale.

Il problema non è che gli italiani partano, ma che pochi vogliano arrivare

Esiste infine una dimensione spesso trascurata. Le economie più dinamiche perdono anch’esse giovani qualificati: americani, tedeschi, francesi e britannici lavorano continuamente in altri Paesi. La differenza è che quelle economie riescono contemporaneamente ad attrarre talenti dall’estero.

Il vero obiettivo italiano non dovrebbe quindi essere fermare l’emigrazione, operazione impossibile e persino indesiderabile in un’Europa fondata sulla libera circolazione. Dovrebbe essere costruire un sistema nel quale il saldo delle competenze non sia permanentemente negativo.

Un giovane italiano può andare a Berlino se contemporaneamente un ingegnere spagnolo, un ricercatore francese, un programmatore indiano o una biologa americana considerano Milano, Torino, Bologna, Roma o Napoli luoghi nei quali valga la pena costruire una carriera.

Il problema dell’Italia è che questa seconda parte del movimento continua a essere troppo debole.

Quattro anni sono abbastanza per giudicare una priorità

Nessun governo avrebbe potuto eliminare la fuga dei cervelli in quattro anni. Sarebbe scorretto attribuire a Meloni la responsabilità di un fenomeno che attraversa almeno gli ultimi due decenni e deriva da debolezze accumulate molto prima del suo arrivo a Palazzo Chigi.

Ma quattro anni sono abbastanza per giudicare quanto una questione sia stata realmente prioritaria.

Se un governo considera un problema strategico, normalmente costruisce strumenti, assegna risorse, stabilisce obiettivi misurabili e verifica i risultati. Sul rientro dei giovani qualificati è difficile individuare finora una politica di dimensioni comparabili alla gravità con cui la stessa premier descrive il fenomeno.

Ed è questa la contraddizione politicamente interessante.

Meloni non sbaglia diagnosi. Al contrario, individua molti dei problemi reali: salari, meritocrazia, opportunità, investimenti, servizi e casa.

È la terapia che continua a mancare.

Il prossimo passo non può essere un altro bonus

Se il governo vuole davvero affrontare il problema nell’ultima parte della legislatura, dovrebbe evitare la tentazione di rispondere con l’ennesimo incentivo temporaneo da presentare come “piano per i giovani”.

Servirebbe una strategia con obiettivi verificabili: ridurre il saldo negativo dei laureati, aumentare i rientri, attrarre lavoratori qualificati stranieri, rendere più competitivo il sistema della ricerca e favorire la crescita dei salari nei settori ad alta produttività.

Alcune misure potrebbero produrre risultati relativamente rapidamente. Altre richiederebbero anni e più governi. Ma proprio per questo sarebbe necessario iniziare.

Il successo non dovrebbe essere misurato dal numero di milioni stanziati o dai bonus approvati, ma da una domanda molto più semplice: tra cinque anni partiranno ancora molti più giovani laureati di quanti ne torneranno o arriveranno?

Se la risposta resterà sì, la politica avrà fallito indipendentemente dal numero di programmi annunciati.

Meloni ha individuato il problema. Ora deve affrontarne le cause

C’è qualcosa di insolito nel discorso pronunciato dalla premier davanti ai giovani di Fratelli d’Italia: la diagnosi è, in larga parte, condivisibile. Servono retribuzioni più alte, opportunità migliori, più meritocrazia, servizi efficienti, investimenti, competitività e accesso alla casa.

È difficile trovare una descrizione più sintetica delle ragioni per cui tanti giovani qualificati guardano all’estero.

Ma proprio questa lucidità rende più evidente la domanda politica: se sappiamo quali sono le cause, perché dopo quasi quattro anni non esiste ancora una strategia all’altezza?

La stabilità del governo, che Meloni rivendica come uno dei propri successi, rende la questione ancora più difficile da eludere. Questo esecutivo non può invocare la brevità della propria esperienza, la fragilità parlamentare o l’assenza di tempo. Ha avuto una maggioranza stabile e un orizzonte politico molto più lungo di quello concesso a molti governi precedenti.

Il record che conta non è la durata del governo

Qualche settimana fa Meloni ha celebrato il primato di durata del proprio esecutivo. La stabilità è certamente un valore se permette di programmare riforme che richiedono anni.

Ma la durata non è un risultato in sé se non viene utilizzata per affrontare i problemi strutturali.

La fuga dei cervelli è uno di questi. Non produce necessariamente un’emergenza visibile nel giro di una settimana e non offre immagini spettacolari per un telegiornale. Il suo effetto si accumula lentamente: un ingegnere qui, un medico là, una ricercatrice, un informatico, un giovane imprenditore. Anno dopo anno.

Poi, improvvisamente, ci si accorge che mancano competenze proprio nei settori dai quali dovrebbe dipendere la crescita futura.

Ed è allora che recuperarle diventa molto più costoso che averle trattenute.

Il vero fallimento sarebbe continuare a parlarne

La fuga dei cervelli non è colpa di Giorgia Meloni. Ma dopo quattro anni di governo non può più essere raccontata soltanto come un problema ereditato.

La premier stessa ha ammesso che quanto fatto «non basta» e che resta «un lavoro enorme». È una valutazione che trova riscontro nei numeri.

La domanda, adesso, è cosa accadrà dopo quella ammissione.

Se arriverà una strategia strutturale, con risorse, obiettivi e tempi verificabili, il governo potrà sostenere di avere finalmente trasformato la diagnosi in politica. Se invece tra un anno saremo ancora a discutere delle stesse cause e degli stessi numeri, allora la contraddizione diventerà difficile da giustificare.

Perché un Paese che investe nella formazione dei propri giovani e poi non riesce a offrire loro condizioni sufficienti per restare non sta soltanto perdendo persone.

Sta finanziando la crescita degli altri.

Ed è precisamente questo che Meloni denunciava quando era all’opposizione.

Adesso che governa da quasi quattro anni, non può più limitarsi a denunciarlo.

Fonti

  • ISTAT – *Gli italiani residenti all’estero – Anni 2023 e 202