Ogni sentenza viene pronunciata “in nome del popolo italiano”. È una formula solenne, forse la più importante dell’intero processo penale. Significa che il potere di giudicare appartiene allo Stato, ma trova la propria legittimazione nella fiducia dei cittadini.
Per questo le sentenze non possono essere considerate soltanto un esercizio tecnico del diritto. Devono essere giuridicamente corrette, naturalmente, ma anche capaci di trasmettere quel senso di equilibrio che rende credibile l’intero sistema giudiziario.
Le ultime decisioni arrivate dai tribunali rischiano invece di produrre l’effetto opposto.
Da una parte i 14 anni inflitti al gioielliere Mario Roggero, che reagì a una rapina sparando ai banditi in fuga. Dall’altra i 12 anni all’ex amministratore delegato di Autostrade Giovanni Castellucci nel processo sul crollo del Ponte Morandi, tragedia costata la vita a 43 persone.
Sono processi diversi. Reati diversi. Norme diverse. Ma gli italiani non ragionano per articoli del codice penale. Ragionano con il metro dell’equità. Ed è qui che nasce il problema.
La giustizia deve convincere, non soltanto decidere
Nessuno pretende che i magistrati inseguano il consenso popolare. Sarebbe la fine dello Stato di diritto.
Ma è altrettanto vero che una giustizia incapace di spiegarsi e di apparire proporzionata finisce inevitabilmente per allontanare i cittadini.
Il diritto vive di regole, ma la giustizia vive anche di autorevolezza. E l’autorevolezza non deriva soltanto dall’indipendenza della magistratura: deriva dalla capacità delle decisioni di essere comprese da chi, quelle sentenze, è chiamato a rispettarle.
Quando la distanza tra la valutazione giuridica e la percezione comune diventa troppo ampia, non si crea semplicemente una polemica politica. Si apre una crisi di fiducia.
Lo Stato non può permettersi questo cortocircuito
Il punto non è chiedere pene più severe o più leggere. Il punto è il messaggio che arriva fuori dalle aule dei tribunali.
Molti cittadini vedono un commerciante che, nel pieno di una rapina, reagisce in modo illegittimo ma in un contesto di estrema tensione emotiva, ricevere una pena superiore rispetto a un manager ritenuto responsabile di fatti collegati a una delle più gravi tragedie civili della storia recente italiana.
Questa percezione può non coincidere con la complessità giuridica dei due procedimenti. Ma esiste. Ed è impossibile far finta che non esista.
Ogni volta che lo Stato sembra severissimo con il cittadino comune e più indulgente con chi occupa posizioni di potere, si alimenta una convinzione devastante: che la giustizia non misuri tutti con lo stesso metro.
È probabilmente un giudizio ingeneroso verso la magistratura. Ma è un giudizio che cresce ogni volta che il principio di proporzionalità appare offuscato.
La fiducia è il vero capitale della magistratura
La magistratura non dispone di eserciti né di consenso elettorale. La sua forza è una sola: la credibilità.
Se quella credibilità si incrina, non basta ricordare che le sentenze si fondano sul codice penale. Perché uno Stato democratico vive anche della fiducia spontanea dei cittadini nelle sue istituzioni.
Ogni decisione che appare incomprensibile, ogni pena percepita come sproporzionata, ogni contrasto che colpisce il senso comune contribuisce a erodere lentamente quel patrimonio.
Ed è un danno enorme, perché una giustizia nella quale non si crede più diventa una giustizia che fatica anche a essere rispettata.
Il vero rischio è l’abitudine all’indignazione
Il pericolo più grande non è la protesta di oggi. È che domani nessuno si stupisca più.
Che diventi normale leggere sentenze che dividono il Paese. Che l’indignazione lasci spazio alla rassegnazione. Che i cittadini finiscano per convincersi che esistano due giustizie: una per chi porta il peso delle responsabilità quotidiane e una per chi occupa posizioni di vertice.
È un’idea che probabilmente non corrisponde alla realtà dei tribunali. Ma è un’idea che si sta facendo strada nell’opinione pubblica.
Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare tutti. Perché la giustizia non può vivere soltanto dentro i codici. Deve vivere anche nella fiducia di chi quei codici è chiamato a rispettarli. Quando quella fiducia vacilla, a perdere non è un governo, né un magistrato, né un imputato.
Perde lo Stato. E ricostruire quel rapporto è infinitamente più difficile che pronunciare una sentenza.

