Vai al contenuto

Conti pubblici, Giorgetti vede “nuvoloni” ma l’aula della Camera è deserta

Giancarlo Giorgetti è arrivato alla Camera per chiedere al Parlamento di autorizzare quasi 29 miliardi di maggiore deficit nel biennio 2027-2028. Davanti a lui, alle nove del mattino, c’erano pochi deputati. Il ministro dell’Economia ha parlato dei «nuvoloni all’orizzonte» e della necessità di mantenere la rotta sui conti pubblici. La maggioranza, almeno durante il suo intervento, era quasi tutta altrove.

I deputati sono poi arrivati e lo scostamento è stato approvato. Va detto, perché sarebbe scorretto raccontare un’Aula vuota come se il voto fosse mancato. Ma la presenza al momento di premere un pulsante non esaurisce il lavoro parlamentare. Giorgetti stava illustrando la cornice dell’ultima manovra della legislatura, quella che ogni partito della coalizione vorrebbe piegare alle proprie promesse prima delle elezioni. Ascoltarlo sarebbe stato il minimo.

Lo scostamento riguarda spese per energia e difesa: non è una disponibilità indistinta di 29 miliardi con cui finanziare qualsiasi misura elettorale. È proprio qui che comincia il problema politico. Mentre il ministro chiede prudenza e ricorda i vincoli del debito, i partiti chiedono interventi da rivendicare davanti ai propri elettori. Quelle richieste andranno tradotte in cifre, coperture e rinunce. I voti favorevoli allo scostamento non risolvono nessuna di queste scelte.

Per questo l’irritazione di Giorgetti conta più della sua battuta sui colleghi che non avrebbero voglia di lavorare. Un ministro può sopportare qualche banco vuoto. È più difficile governare una legge di Bilancio se chi deve sostenerla tratta il rigore come una responsabilità del Tesoro e la spesa come un diritto di ciascun partito. I «nuvoloni» evocati in Aula riguardano l’economia internazionale, l’energia e i margini concessi dall’Europa. Riguardano anche la capacità della maggioranza di decidere insieme che cosa viene prima.

La stessa giornata ha mostrato quanto questa capacità sia ancora da verificare. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles, mentre il disegno di legge della manovra resta da definire. Nel frattempo ha dato il via libera agli schemi delle intese sull’autonomia differenziata con Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto, una priorità che la Lega rivendica da anni. È una scelta politica legittima. Lo è altrettanto chiedere che, mentre si trasferiscono competenze e si preparano nuove spese, il governo chiarisca quali risorse avranno i servizi pubblici e quali garanzie resteranno per i cittadini delle altre regioni.

Sulla manovra, invece, Palazzo Chigi ha diffuso un ordine del giorno che comprendeva l’illustrazione delle linee del disegno di legge di Bilancio. Poco dopo quella voce è sparita. La spiegazione ufficiale è stata un «mero errore materiale»: era stato trasmesso un testo non aggiornato. Un errore può capitare e, da solo, non dimostra uno scontro tra la presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia. Ma in una fase in cui i contenuti della manovra sono ancora oggetto di trattativa, annunciare un passaggio e poi cancellarlo rende visibile l’incertezza sui tempi e sulle decisioni. Giorgetti aveva già detto che il testo sarebbe arrivato più avanti.

C’è poi una distinzione necessaria. La stretta sulla cittadinanza che la Lega presenta come norma «anti-maranza» è avanzata nelle stesse ore in Parlamento, non è stata approvata in quel Consiglio dei ministri. Anche questo episodio racconta la competizione politica dentro il centrodestra, ma non va confuso con le decisioni assunte a Palazzo Chigi.

Il punto, alla fine, non è stabilire se Giorgetti abbia ragione a sentirsi lasciato solo. Il punto è che il governo chiede agli italiani di prendere sul serio l’allarme sui conti mentre deve ancora mostrare come intenda conciliare quell’allarme con le richieste dei suoi alleati. La prudenza non può comparire soltanto nei discorsi del ministro, per poi scomparire quando comincia la distribuzione delle misure.

La manovra pre-elettorale sarà giudicata sui numeri: a chi andranno le risorse, quali promesse resteranno fuori e come saranno finanziate quelle che entreranno. I banchi vuoti di Montecitorio non hanno fermato lo scostamento. Hanno però offerto un’immagine precisa del rischio che Giorgetti ha davanti: essere ascoltato quando chiede un voto e molto meno quando chiede di fare i conti.

Fonti