Il filosofo legge le proteste in Italia e in Europa come il segnale di una crisi profonda: «La democrazia non può arretrare per decenni su redditi e servizi». E avverte: «Il rischio è che vincano le destre, davanti alla pochezza dei democratici».
Le violenze nelle piazze non sono il punto da cui partire, ma il segnale più evidente di un disagio che si è accumulato nel tempo. È questa la lettura di Massimo Cacciari, secondo cui le proteste esplose in Italia e in altri Paesi europei raccontano una crisi che riguarda le fondamenta stesse della democrazia. Al centro ci sono soprattutto i giovani, che si sentono esclusi, privati di opportunità e senza prospettive per il futuro.
«Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze», afferma il filosofo in un’intervista concessa al quotidiano «La Stampa». Una frattura che, a suo giudizio, affonda le radici nelle scelte politiche compiute negli ultimi decenni e che ha alimentato «una frustrazione profonda» nei confronti delle generazioni precedenti. Cacciari parla senza mezzi termini delle «vergognose politiche dei padri», indicando nella distanza tra le aspettative dei ragazzi e le risposte delle istituzioni uno dei nodi principali della crisi.
«La democrazia non può basarsi soltanto sull’idea che siamo democratici»
Per Cacciari, le manifestazioni che attraversano l’Europa non sono episodi isolati né fenomeni da spiegare soltanto con l’emulazione tra Paesi. «Sono la stessa cosa. Si tratta di una situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile», osserva, rispondendo a chi gli chiede se le piazze italiane siano diverse da quelle francesi o spagnole. Il problema, spiega, è che le democrazie non riescono più a garantire a una parte crescente della popolazione quel miglioramento delle condizioni di vita che per decenni aveva contribuito a consolidarne il consenso. «Una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali», sottolinea. E aggiunge che non basta richiamarsi ai principi democratici se poi mancano politiche capaci di tradurli in risultati concreti.
«La democrazia non è un’idea astratta», insiste il filosofo. Per reggersi, deve sostenere «i più deboli, i redditi più bassi» e fondarsi su un sistema fiscale progressivo. È su questo terreno, secondo la sua analisi, che si misura la distanza tra le promesse della politica e la vita quotidiana dei cittadini. Le differenze tra i vari Paesi esistono, precisa Cacciari, e dipendono anche dalle condizioni locali. In Spagna, per esempio, le proteste possono essere maggiormente legate alla questione abitativa; in Italia, sostiene, il peso di questo problema sarebbe diverso per la diffusione della proprietà della casa e per la presenza di affitti popolari. Ma queste specificità non cancellano il quadro generale: «Ci troviamo di fronte a una crisi generale che sta diventando sempre più forte».
«Basta vivere a contatto con i giovani per capire la loro frustrazione»
Il malessere, per Cacciari, non è difficile da individuare per chi osserva la società al di fuori dei palazzi del potere. «Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente», afferma. E mette in guardia dal rischio che la politica si chiuda in una dimensione autoreferenziale, incapace di cogliere la portata della rabbia sociale. La crisi riguarda in particolare le nuove generazioni, ma non soltanto loro. La stagnazione dei redditi e dei servizi, sostiene il filosofo, ha eroso le basi del patto sociale che aveva accompagnato la crescita delle democrazie europee. «I governi europei si sono retti per decenni garantendo crescita di diritti, crescita dei servizi e anche crescita del benessere. Da trent’anni questa crescita è bloccata e in Italia più che altrove», ha evidenziato il filosofo.
Di fronte a questo scenario, si chiede Cacciari, perché sorprendersi se le persone scendono in piazza? La protesta, nella sua lettura, nasce da un’insoddisfazione radicale che non può essere liquidata limitandosi a descrivere gli episodi di violenza.
«Le violenze si condannano, ma non sono una novità»
Il filosofo non giustifica gli atti violenti che accompagnano alcune manifestazioni. «È ovvio che condanniamo le violenze», chiarisce, definendo certi comportamenti «idioti e assolutamente controproducenti per la causa che dichiarano di voler sostenere». La condanna, tuttavia, non dovrebbe diventare l’unica risposta delle istituzioni. Per Cacciari, concentrarsi esclusivamente sugli scontri significa fermarsi alla conseguenza più visibile, senza affrontare le condizioni che hanno contribuito a creare la tensione. Gli episodi violenti, osserva, «ci sono sempre stati» e non rappresentano una novità assoluta. La questione decisiva è capire perché il disagio abbia raggiunto un livello tanto elevato.
Da qui anche la critica alla risposta politica alle proteste. Commentando la richiesta di Giorgia Meloni alle opposizioni di condannare le violenze, Cacciari allarga il discorso alle responsabilità dell’intera classe dirigente: «Non è che la colpa sia solo sua», dice, indicando una responsabilità europea che, a suo giudizio, si trascina da circa trent’anni.
«Il rischio è che vincano le destre»
La crisi sociale può avere conseguenze anche sugli equilibri politici. Cacciari vede il pericolo che la protesta si traduca in un ulteriore rafforzamento delle destre, mentre le forze che si definiscono democratiche non riescono a presentare risposte convincenti. «Il grande rischio è che a questo punto vincano le destre di fronte alla pochezza totale dei cosiddetti democratici», avverte. Il problema, nella sua analisi, è che una parte della classe politica sembra intervenire soprattutto per denunciare le violenze, senza affrontare le cause economiche e sociali che alimentano la rabbia. In Italia, Cacciari giudica un’anomalia la durata del governo guidato da Giorgia Meloni, nonostante, a suo parere, le riforme annunciate in campagna elettorale non abbiano prodotto i risultati attesi. Ma la sua critica si estende anche alle opposizioni, accusate di concentrarsi sulle primarie anziché costruire un’alternativa politica riconoscibile.
«La classe dirigente crede di poter rispondere alle richieste con le armi?»
La questione, conclude il filosofo, è se la politica saprà finalmente riconoscere la profondità della crisi e intervenire con misure adeguate. Cacciari richiama gli studi di economisti come Joseph Stiglitz e Thomas Piketty, citati nel dibattito sulle disuguaglianze e sulle conseguenze delle politiche economiche, per sottolineare che i segnali d’allarme sono presenti da tempo. La speranza è che le proteste inducano i governi europei a cambiare direzione e a prendere sul serio le richieste dei cittadini, a partire da quelle delle generazioni più giovani e delle fasce economicamente più fragili.
«Speriamo che si sveglino», afferma Cacciari. Se la politica continuerà a limitarsi alla condanna degli scontri, senza comprendere che questi sono «l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica», sarà difficile superare la crisi. Se invece saprà riconoscerne le cause, sostiene, potrebbe aprirsi la strada a interventi concreti per sostenere «le sacrosante richieste delle nuove generazioni» e di tutti i cittadini meno abbienti.
