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Paolo Giordano e l’intelligenza artificiale: «Ho staccato Internet per proteggere il mio romanzo»

Lo scrittore italiano racconta sul Corriere della Sera la sua scelta di lavorare offline: niente cloud, bozze salvate su chiavette USB e funzioni automatiche disattivate. All’origine della decisione, il caso del romanzo di Thélyson Orélien e i dubbi sulla privacy nell’era dell’AI.

La tecnologia promette di semplificare il lavoro, accelerare la scrittura e rendere ogni documento accessibile in qualsiasi momento. Ma che cosa succede quando gli strumenti pensati per aiutarci diventano anche una fonte di preoccupazione? E quando il timore di perdere il controllo dei propri dati arriva a condizionare persino il processo creativo?

È da queste domande che prende le mosse la riflessione di Paolo Giordano, scrittore e autore di successo, che ha raccontato sul Corriere della Sera una scelta destinata a far discutere: lavorare al proprio nuovo romanzo senza una connessione a Internet, tenendo le bozze lontane dal cloud e rinunciando a una parte delle comodità offerte dai servizi digitali. Non si tratta di una dichiarazione contro la tecnologia in quanto tale, né della proposta di tornare a un mondo senza computer. È piuttosto una forma di cautela radicale, maturata davanti a una questione che coinvolge ormai scrittori, giornalisti, editori e, più in generale, chiunque affidi alla rete una parte significativa della propria vita.

Per Giordano, infatti, il problema non riguarda soltanto la possibilità che l’intelligenza artificiale generi romanzi, racconti o articoli. Riguarda anche la disponibilità di enormi quantità di informazioni personali, conservate in archivi digitali che contengono conversazioni, fotografie, appunti, diari e versioni inedite di un’opera.

Il caso che ha cambiato la prospettiva dello scrittore

A spingere Giordano a interrogarsi sul futuro del proprio lavoro è stata anche la vicenda di Thélyson Orélien, autore haitiano-canadese finito al centro di una controversia letteraria in Francia. Il suo romanzo C’était ça ou mourir, accolto con attenzione dalla critica e inizialmente inserito nel percorso verso il premio Goncourt, è stato accusato di essere stato scritto con l’intelligenza artificiale generativa. La contestazione è emersa dopo l’analisi di alcuni passaggi attraverso Pangram, un software progettato per individuare testi che potrebbero essere stati prodotti da sistemi di AI.

La vicenda ha provocato un acceso dibattito sulla paternità delle opere letterarie, sui criteri con cui viene valutata l’autenticità di un testo e sull’affidabilità dei rilevatori automatici. L’editore Grasset ha difeso l’autore, mentre il caso ha alimentato interrogativi sui limiti di strumenti che, pur potendo offrire indicazioni, non sono infallibili. È importante distinguere un’accusa da un fatto definitivamente accertato: il risultato di un rilevatore non costituisce, da solo, una prova conclusiva dell’impiego dell’intelligenza artificiale. Ma il caso ha mostrato quanto rapidamente possa nascere un sospetto sulla paternità di un libro e quanto sia difficile, in un contesto simile, ricostruire il percorso che ha portato alla versione finale.

È proprio questo aspetto ad aver colpito Giordano. Se un romanzo può essere messo in discussione sulla base di un’analisi automatizzata, diventa importante conservare una documentazione chiara delle fasi della scrittura, delle revisioni e delle trasformazioni del testo.

Bozze numerate e computer senza Internet: il ritorno alla scrittura offline

La decisione di Giordano nasce anche da una preoccupazione concreta per il proprio metodo di lavoro. Lo scrittore ha spiegato di aver cominciato a salvare ogni giorno una nuova versione del manoscritto, invece di modificare per lunghi periodi lo stesso file. L’obiettivo è mantenere una traccia riconoscibile dell’evoluzione del romanzo, dalla prima stesura alle successive correzioni. Una sorta di archivio del processo creativo, che possa documentare il lavoro svolto e l’origine umana del testo.

La scelta più radicale riguarda però la connessione. Giordano ha raccontato di aver scollegato da Internet il computer destinato alla scrittura e di aver rinunciato al cloud per conservare le bozze. Il manoscritto non viene più affidato automaticamente ai servizi online né inviato per posta elettronica a ogni passaggio editoriale. Al loro posto tornano strumenti semplici e materiali: chiavette USB, copie locali e, quando sarà il momento di consegnare il libro, persino la possibilità di ricorrere a documenti stampati e alla consegna diretta. È un cambiamento che può sembrare anacronistico nell’epoca in cui si lavora da dispositivi diversi e si condividono file in pochi secondi. Ma proprio questa semplicità costituisce il senso della scelta: sottrarre almeno una parte del processo creativo alla connessione permanente.

Il romanzo diventa così uno spazio da proteggere, non soltanto sul piano artistico, ma anche su quello della riservatezza.

La paura che i dati personali diventino materia prima per l’AI

La riflessione di Giordano si allarga poi al rapporto tra piattaforme digitali e informazioni private. Il punto non è dimostrare che ogni documento conservato online venga necessariamente letto o acquisito da un sistema di intelligenza artificiale. Una simile affermazione richiederebbe prove specifiche e non può essere considerata vera in ogni circostanza. La questione è piuttosto la fiducia che gli utenti possono riporre nei servizi ai quali affidano una parte della propria vita.

Posta elettronica, archivi fotografici, documenti di lavoro e piattaforme cloud possono contenere informazioni estremamente sensibili. Le modalità di trattamento di questi dati dipendono dal servizio utilizzato, dalle impostazioni, dalle condizioni contrattuali e dalle politiche sulla privacy. Non tutti i servizi operano nello stesso modo, né l’utilizzo di funzioni di intelligenza artificiale implica automaticamente che ogni contenuto venga impiegato per addestrare modelli. Resta tuttavia una questione più ampia: quanto controllo conserviamo sulle informazioni che produciamo e archiviamo online? E quanto siamo consapevoli delle condizioni alle quali le affidiamo a operatori privati?

Nel caso di uno scrittore, il problema assume una dimensione particolare. Un archivio digitale può contenere non soltanto il libro finito, ma anche le pagine eliminate, le idee abbandonate, le osservazioni personali e le conversazioni che hanno accompagnato la sua elaborazione.

Sono materiali che appartengono al percorso creativo e che, almeno fino alla pubblicazione, possono avere un valore personale e professionale considerevole.

La scelta di Giordano mette dunque a fuoco una tensione tipica del nostro tempo: la stessa infrastruttura che rende il lavoro più rapido e accessibile può generare interrogativi sul controllo dei contenuti, sulla riservatezza e sulla durata della nostra autonomia digitale.

Disattivare l’intelligenza artificiale significa rinunciare a qualcosa

La disconnessione non è priva di conseguenze. Giordano ha raccontato di aver disattivato anche diverse funzioni di intelligenza artificiale associate alla posta elettronica, dai correttori automatici ai riassunti, fino ai sistemi di classificazione dei messaggi. Il risultato è stato immediato: senza i filtri che separavano automaticamente le comunicazioni personali dalle notifiche e dalla pubblicità, la casella di posta si è riempita di messaggi arretrati. Un sistema che prima consentiva di mantenere ordine e rapidità nella gestione quotidiana è diventato improvvisamente più difficile da governare.

È un dettaglio significativo, perché mostra il prezzo concreto di una scelta di autonomia. Rinunciare agli strumenti automatici non significa soltanto proteggere una parte del proprio lavoro: significa anche riprendere manualmente attività che la tecnologia aveva reso più semplici. Il caso pone quindi una domanda che va oltre la letteratura. Quanto siamo disposti a sacrificare in termini di comodità per conservare un maggiore controllo sui nostri dati? Non esiste una risposta identica per tutti. Per alcuni utenti le funzioni automatiche rappresentano un aiuto indispensabile; per altri, soprattutto quando sono in gioco materiali riservati, può essere ragionevole ridurne l’utilizzo e scegliere strumenti più controllabili.

L’intelligenza artificiale sostituirà gli scrittori?

La questione della paternità letteraria rimane centrale, ma non esaurisce il problema. L’intelligenza artificiale può generare testi, imitare registri stilistici, proporre revisioni e contribuire alla costruzione di contenuti complessi. La sua diffusione costringe il mondo editoriale a interrogarsi su che cosa significhi oggi scrivere un libro e su quali criteri debbano essere utilizzati per valutarne l’originalità.

Ma tra utilizzare uno strumento per correggere una frase, chiedere suggerimenti su una struttura narrativa e delegare a un sistema la stesura integrale di un romanzo esistono differenze sostanziali.

Anche gli strumenti che cercano di identificare la scrittura artificiale devono essere valutati con prudenza: possono contribuire a un’analisi, ma non dovrebbero trasformarsi automaticamente in giudici della paternità di un’opera. La letteratura, del resto, non è soltanto una sequenza di parole. È un processo che comprende ricerca, esperienza, memoria, riscrittura e scelte individuali. La tecnologia può intervenire in diverse fasi, ma il modo in cui viene utilizzata e il ruolo effettivo dell’autore restano elementi decisivi.

La vicenda di Giordano porta così il dibattito su un terreno più concreto. Non soltanto la domanda se una macchina possa scrivere un romanzo, ma anche quella se uno scrittore possa continuare a lavorare senza affidare ogni passaggio del proprio lavoro a un ecosistema digitale connesso.

Il diritto di tenere qualcosa lontano dalla rete

La scelta di lavorare offline non rappresenta necessariamente un rifiuto generale del progresso. Può essere letta, piuttosto, come il tentativo di delimitare uno spazio personale nel quale la tecnologia abbia un ruolo più circoscritto. Non è indispensabile rinunciare a Internet, alle applicazioni di messaggistica o ai servizi digitali per adottare alcune precauzioni. Si può scegliere di conservare in locale i documenti più sensibili, disattivare le funzioni automatiche non necessarie, verificare le impostazioni dei servizi utilizzati e mantenere copie di sicurezza indipendenti. Occorre però ricordare che anche una chiavetta USB può essere smarrita o danneggiata e che un computer scollegato dalla rete non è automaticamente al riparo da ogni rischio. La protezione dei dati richiede un equilibrio tra riservatezza, sicurezza e disponibilità delle copie.

Il valore simbolico della scelta di Giordano sta proprio qui: in un mondo che invita a connettere tutto, conservare deliberatamente una parte del proprio lavoro fuori dalla rete diventa un gesto di autonomia. La questione non riguarda soltanto chi scrive romanzi. Coinvolge chiunque custodisca online fotografie, lettere, progetti, ricordi e documenti che non desidera rendere accessibili oltre il necessario. Forse il punto non è tornare indietro, ma decidere con maggiore consapevolezza che cosa vogliamo affidare alle macchine e che cosa preferiamo conservare sotto il nostro controllo.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la libertà creativa potrebbe passare anche da una scelta apparentemente minima: spegnere la connessione, salvare una copia del proprio lavoro e ricordare che non tutto ciò che può essere digitalizzato deve necessariamente finire online.