Vent’anni dopo la sua morte, il personaggio lascia spazio alla persona. E forse è proprio nel ricordo di chi le è stato vicino che Oriana Fallaci può essere riletta lontano dalla figura ormai mitologica dell’inviata combattiva o della scrittrice audace che ha saputo trasformare la propria voce in uno degli strumenti più riconoscibili del giornalismo italiano.
A raccontare questo volto più privato è Edoardo Perazzi, nipote di Fallaci, intervistato da Antonio Passanese per «La Nazione» in occasione del ventennale della morte della giornalista. Un ritratto nel quale la donna pubblica lascia finalmente spazio alla zia con cui condividere una cena, una conversazione, un momento di vita quotidiana. «Era una persona molto seria, disciplinata, dura soprattutto con sé stessa, che metteva il lavoro al di sopra di tutto», racconta Perazzi. Ma sarebbe sbagliato fermarsi qui. Dietro la severità c’era una donna capace di essere «molto simpatica, generosa, spiritosa, romantica», che amava cucinare, dipingere e persino dedicarsi al punto croce.

È una Fallaci sorprendentemente domestica quella che emerge dalle sue parole. Una figura che il pubblico ha conosciuto soprattutto attraverso le guerre, le interviste ai potenti, i libri e le polemiche, ma che in famiglia poteva mostrare una dimensione completamente diversa. Anche stare con lei, ammette il nipote, non era sempre semplice. «Ricordo le sue sfuriate improvvise e formidabili», racconta. Potevano essere provocate dalla frustrazione o dal disappunto, ma non cancellavano l’affetto. Anzi, «aspettavamo sempre con gioia il suo arrivo». E con lei sopraggiungeva un mondo. Regali, racconti, amici straordinari. Astronauti, intellettuali, attori. Tra le persone che frequentavano la sua cerchia c’era anche Sophia Loren, che oltre a essere una delle grandi icone del cinema italiano era una delle sue migliori amiche.
È proprio questa convivenza di contrasti a rendere difficile racchiudere Oriana Fallaci in una definizione. La madre di Edoardo aveva trovato una frase destinata a restare: «È un libro aperto scritto in aramaico». Un’immagine perfetta per descrivere una donna che sembrava dire tutto di sé e che, nello stesso tempo, rimaneva difficile da decifrare. «Era imprevedibile ma sempre interessante», ricorda infatti il nipote.

Poi c’è il rapporto con il mestiere. Fallaci si definiva “scrittore” e non “scrittrice”. Una scelta sulla quale si è discusso molto, ma che secondo Edoardo Perazzi va letta nel contesto di un’epoca nella quale il giornalismo era ancora un ambiente fortemente maschile. Oriana Fallaci era entrata in redazione a 17 anni e aveva dovuto conquistarsi uno spazio che alle donne non veniva certo concesso automaticamente. «L’appellativo al maschile per lei rappresentava non un vezzo ma un affermare la propria professione», spiega il nipote. Non era dunque una questione grammaticale. Era una dichiarazione di identità professionale. Lei non voleva essere una giornalista “al femminile”, ma essere riconosciuta per il proprio lavoro, senza categorie che ne delimitassero il campo. Lo stesso spirito emerge nel rapporto con la sua città.
Firenze non è stata soltanto il luogo della sua nascita, ma una componente del suo carattere. Perazzi la descrive come una «bastian contraria», libera e testarda, con quella particolare combinazione di orgoglio e insofferenza che appartiene alla tradizione toscana. E qui tornano alla mente certe pagine di Curzio Malaparte, dove Firenze diventa molto più di un luogo: quasi una disposizione dell’anima. Il legame tra Oriana e Firenze è rimasto intatto fino alla fine. Fallaci scelse di tornare nella sua città per gli ultimi giorni della sua vita e decise di dedicare gli anni finali a un progetto intimo e ambizioso: raccontare la storia della propria famiglia, partendo proprio dalla Toscana e dalle proprie radici. È forse questo il dettaglio più significativo del ritratto restituito dal nipote. Dopo aver raccontato il mondo, i potenti, le guerre e le grandi fratture della storia contemporanea, Oriana aveva capito che era tempo di tornare all’origine. Alla famiglia. Alla città.

A vent’anni dalla sua morte, il ricordo di Edoardo Perazzi permette allora di guardare Oriana Fallaci senza il filtro del mito. Non soltanto la donna che sfidava i potenti, ma anche quella che cucinava, dipingeva, faceva il punto croce e accoglieva in casa personaggi straordinari. Non soltanto la voce ruvida e inconfondibile delle sue battaglie, ma una donna romantica, generosa, imprevedibile. Forse è proprio questa la Fallaci più difficile da raccontare: quella che, dietro la forza del personaggio pubblico, continuava a essere semplicemente Oriana. Con tutte le sue fragilità.
