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Iran, Ahoo Daryaei si spogliò per sfidare il regime: dopo 18 giorni legata al letto le iniezioni contro la schizofrenia

Ahoo Daryaei Schizofrenia

Il 2 novembre 2024 una donna cammina in biancheria intima nel cortile dell’Università Azad di Teheran. Ha i capelli sciolti, le gambe nude. Intorno a lei gli altri sono vestiti. Qualcuno la guarda, qualcun altro la filma. Il video impiega poco a fare il giro del mondo. Quella ragazza si chiama Ahoo Daryaei. È una studentessa iraniana, ha poco più di trent’anni ed è madre di due figli. Poco prima avrebbe avuto un alterco con la sicurezza dell’università per il modo in cui indossava il velo. A un certo punto la scelta di togliersi i vestiti. È difficile trovare un’immagine più elementare e, proprio per questo, più politica.

La protesta dura poco. Ahoo Daryaei viene fermata e portata via. Comincia da quel momento un’altra storia, più silenziosa della prima. Quasi due anni dopo, quella vicenda riemerge. Secondo una testimonianza raccolta dal «Daily Mail» e ripresa in Italia dal «Corriere della Sera» e da altri siti come «TgCom24», Ahoo Daryaei avrebbe trascorso diciotto giorni legata a un letto in un ospedale psichiatrico. Per essere liberata, sarebbe stata costretta ad accettare una diagnosi di malattia mentale. Le autorità avrebbero esercitato pressioni anche sulla famiglia affinché confermasse quella versione.

Ahoo Daryaei 2

Ahoo Daryaei, dalla protesta all’ospedale psichiatrico

Oggi, secondo la stessa ricostruzione, la donna sarebbe sottoposta a sorveglianza e costretta a ricevere mensilmente iniezioni di flupentixolo, un farmaco antipsicotico utilizzato anche nel trattamento della schizofrenia. Il suo telefono sarebbe controllato. Sono informazioni che provengono da persone vicine alla donna. Tuttavia, c’è qualcosa che rende difficile liquidare la vicenda come una testimonianza isolata. La diagnosi psichiatrica non compare oggi, ma subito.

Nel novembre 2024, mentre le immagini di Daryaei fanno il giro del mondo, la versione delle autorità iraniane è già quella: la studentessa avrebbe problemi mentali. Il ministro iraniano della Scienza, Hossein Simai Saraf, parla pubblicamente delle sue condizioni psichiche e considera positiva la scelta di trasferirla in una struttura sanitaria anziché in un centro di detenzione. Poche settimane dopo viene annunciato che non sarà incriminata. È stata giudicata malata e riconsegnata alla famiglia.

Ahoo Daryaei Chi E Storia

La psichiatria come strumento di repressione

Nel frattempo il Parlamento europeo prende posizione. In una risoluzione sulla crescente repressione delle donne in Iran ricorda esplicitamente il caso di Ahoo Daryaei: la giovane, scrivono gli eurodeputati, è stata definita«mentalmente inadatta»e confinata in una struttura psichiatrica. Il Parlamento europeo arriva a considerare questa pratica una forma di tortura. Il punto è proprio questo: un carcere punisce una persona per ciò che ha fatto, mentre una diagnosi psichiatrica imposta può fare qualcosa di ancora più sottile, ossia negare che quella persona abbia scelto davvero di farlo.

In questo slittamento c’è una forma particolarmente insidiosa di repressione. Non basta togliere la libertà a chi dissente: gli si sottrae anche la possibilità di attribuire un significato al proprio gesto. Non è una tecnica inventata nell’Iran contemporaneo. Durante l’epoca sovietica l’uso politico della psichiatria divenne un sistema di repressione del dissenso ampiamente documentato. Oppositori e dissidenti venivano ricoverati in strutture psichiatriche, sottoposti a diagnosi costruite anche intorno al loro dissenso e a trattamenti coercitivi. Una delle più celebri fu quella di«schizofrenia lenta»,sufficientemente elastica da consentire di trasformare il non conformismo politico in patologia. La questione provocò uno scandalo internazionale e una frattura profonda nella comunità psichiatrica mondiale. Il meccanismo aveva una logica terribile nella sua semplicità: se il sistema è sano, chi vuole cambiarlo deve avere qualcosa che non va. I paragoni storici vanno sempre maneggiati con cautela, ma rimane una tentazione antica del potere: trasformare l’oppositore in un individuo incapace di intendere pienamente ciò che fa. Nel caso di Ahoo Daryaei c’è però qualcosa di ulteriore: il corpo.

Il dramma di Ahoo Daryaei: il corpo come territorio politico

Tutto comincia dal corpo di una donna. Un corpo che deve essere coperto secondo regole stabilite. Sul corpo di Ahoo Daryaei intervengono gli addetti alla sicurezza perché il velo non è indossato come dovrebbe. E quel corpo, a un certo punto, reagisce nella maniera più radicale possibile: si spoglia. Non occorre attribuire a quel gesto significati che Daryaei non gli abbia attribuito. Basta guardare ciò che accade. Il suo corpo diventa improvvisamente un territorio politico. Era accaduto due anni prima con Mahsa Jina Amini, deceduta nel settembre 2022 dopo essere stata fermata dalla polizia morale per la presunta violazione delle norme sull’hijab. Da quella morte era nato il movimento«Donna, Vita, Libertà».Ancora una volta una questione apparentemente circoscritta all’abbigliamento aveva mostrato ciò che conteneva davvero: il rapporto tra autorità e libertà, tra Stato e individuo, tra potere e corpo femminile.

Ahoo Daryaei

Cancellare la volontà prima ancora della protesta

C’è un dettaglio nella nuova testimonianza che sembra riportare tutto al punto di partenza. Secondo l’amica citata dal«Daily Mail», le autorità si sarebbero accorte che Daryaei non assumeva regolarmente i farmaci osservandola camminare«normalmente»: le medicine avrebbero dovuto renderla visibilmente stordita. Da qui, sempre secondo il racconto, la decisione di passare alle iniezioni. Nel novembre 2024 il mondo l’aveva vista camminare seminuda nel cortile di un’università. Quasi due anni dopo, sarebbe ancora il modo in cui cammina a tradire il tentativo di sottrarre il proprio corpo al controllo altrui. Forse la violenza più sofisticata non consiste nel dire a una donna: «Non puoi protestare», bensì «tu non hai protestato affatto».

È un modo per cancellare la volontà prima ancora della protesta stessa. Ahoo Daryaei aveva scelto il gesto più esposto che si possa immaginare: si era spogliata per rivendicare che quel corpo apparteneva a lei. Quasi due anni dopo, resta una domanda molto più difficile da sopportare: qualcuno glielo ha mai restituito?