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IL DECALOGO

I ragazzi non leggono più? Silvia Avallone spiega come farli innamorare dei libri

In un mondo che corre alla velocità di uno schermo, la famosa scrittrice propone sul «Corriere della Sera» un decalogo per avvicinare i più giovani ai libri. Non imposizioni né obblighi, ma esempi, condivisione e tempo. Perché leggere non è un compito da assolvere, ma un modo per diventare se stessi.

Come si convince un bambino ad aprire un libro quando intorno a lui tutto sembra progettato per catturare la sua attenzione altrove? È una delle domande più importanti per genitori, insegnanti e per una società che osserva con crescente preoccupazione il rapporto delle nuove generazioni con la lettura. Smartphone, video brevi, notifiche e social occupano una parte sempre più consistente delle giornate. E il libro, con i suoi tempi distesi e la sua apparente lentezza, rischia di sembrare un oggetto fuori dal tempo.

Eppure è proprio da questa apparente debolezza che può nascere la sua forza. A ricordarlo è Silvia Avallone, scrittrice tra le voci più apprezzate della narrativa italiana, che in un intervento pubblicato sul Corriere della Sera il 30 ottobre 2026 propone dieci strategie per far nascere nei bambini e negli adolescenti il desiderio di leggere. Un testo maturato attraverso la propria esperienza di lettrice e di madre, che non pretende di offrire ricette universali, ma suggerisce un percorso fatto di gesti quotidiani.

Il punto di partenza è una convinzione netta: i libri non sono semplicemente strumenti per imparare, né un passatempo da contrapporre alla tv o ai dispositivi digitali. Sono occasioni di scoperta, libertà e crescita interiore. Avallone osserva che la lettura mette in movimento l’immaginazione e offre ai ragazzi la possibilità di abitare esperienze diverse dalla propria, incontrare mondi sconosciuti e confrontarsi con idee lontane. In un tempo in cui si rischia di restare chiusi dentro bolle di contenuti e opinioni simili, il libro diventa una finestra sull’altro.

La lettura non si impone: si trasmette

La prima indicazione della scrittrice riguarda l’età: non bisogna aspettare che un bambino impari a leggere per avvicinarlo ai libri. Si può cominciare prestissimo, persino nei primi mesi di vita, attraverso la voce, le immagini e il contatto con le pagine. Il libro, prima ancora di diventare uno strumento di apprendimento, può trasformarsi in un’esperienza affettiva condivisa. Ma c’è un elemento che conta ancora di più: l’esempio degli adulti. Non si può chiedere ai figli di leggere se in casa non vedono mai un genitore farlo. La passione, suggerisce Avallone, si trasmette soprattutto attraverso l’osservazione. Un bambino che vede un adulto assorto in un romanzo può essere incuriosito da quella forma di piacere silenzioso. Molto più di quanto possa esserlo davanti all’ennesimo invito a spegnere il telefono e prendere un libro.

È una riflessione semplice, ma tutt’altro che scontata. La lettura non ha bisogno di essere trasformata in una punizione educativa o in un dovere scolastico. Ha bisogno di essere mostrata come qualcosa di desiderabile. Tra le proposte c’è anche quella di recuperare la lettura condivisa in famiglia: ritagliarsi un momento della giornata per stare insieme con un libro, leggere ad alta voce, confrontarsi sulle storie e sui personaggi. Non necessariamente un’attività organizzata o solenne. Può diventare un appuntamento informale, un’abitudine capace di creare complicità e di restituire alla casa uno spazio di attenzione reciproca. Avallone definisce la lettura serale un passaggio verso l’immaginazione e il sonno. La sua formula è particolarmente evocativa: «Leggere è l’anticamera di sognare». Non soltanto perché una storia accompagna il bambino verso la notte, ma perché alimenta la capacità di immaginare possibilità diverse, desiderare, progettare.

Biblioteche e librerie: luoghi da riscoprire

Un altro suggerimento riguarda gli spazi. Per innamorarsi dei libri bisogna anche frequentare i luoghi in cui vivono: librerie e biblioteche, da considerare non come ambienti polverosi e silenziosi per definizione, ma come occasioni di incontro, scoperta e socialità. Una visita in libreria può diventare un’esperienza familiare; una biblioteca può offrire ai ragazzi un luogo in cui scegliere liberamente, partecipare a iniziative, conoscere altre persone e scoprire interessi inattesi. Il libro, in questa prospettiva, smette di essere un oggetto isolato e diventa il centro di una comunità. C’è poi un principio che merita particolare attenzione: non esistono percorsi di lettura obbligati. Ogni ragazzo deve poter trovare la propria strada, senza sentirsi giudicato per le scelte che compie. Avallone richiama anche Daniel Pennac e la sua idea della lettura come gesto di libertà. Il messaggio è chiaro: un libro può essere abbandonato se non piace, un altro può essere scelto per il semplice piacere di lasciarsi coinvolgere. Anche un titolo considerato poco impegnativo può rappresentare la porta d’ingresso verso una passione più duratura.

La frase che sintetizza questo approccio è esplicita: «Non esistono libri sbagliati». Naturalmente, la scelta deve tenere conto dell’età e della sensibilità dei più giovani, ma non dovrebbe trasformarsi in una selezione rigida imposta dagli adulti.

I libri aiutano a trovare le parole

Forse il passaggio più profondo del decalogo riguarda il rapporto tra lettura e interiorità. I ragazzi attraversano paure, fragilità, difficoltà e sentimenti che non sempre riescono a esprimere. A volte non sanno nemmeno come chiamarli. Le storie possono aiutarli proprio in questo: offrire parole per riconoscere ciò che accade dentro di loro. Un romanzo permette di avvicinarsi a esperienze dolorose senza esserne direttamente travolti. Attraverso un personaggio si può parlare di una ferita, di una paura o di una situazione difficile che nella vita quotidiana sarebbe complicato affrontare. La letteratura diventa così uno spazio protetto in cui riconoscersi e comprendere anche gli altri.

È un’idea particolarmente importante in un’epoca in cui l’immagine sembra spesso prevalere sul racconto di sé. Sui social si mostra ciò che si desidera far vedere; nei libri, invece, si entra nelle contraddizioni, nelle debolezze e nelle zone meno esibibili dell’esistenza. La lettura educa a guardare oltre la superficie e a riconoscere la complessità delle persone.

Avallone insiste anche sul valore della fragilità: nelle storie non sono necessariamente i più forti, ricchi o popolari a conquistare l’attenzione del lettore. Spesso il coinvolgimento nasce proprio dalla vicinanza a chi soffre, a chi sbaglia, a chi cerca faticosamente il proprio posto nel mondo. Un allenamento all’empatia che può avere conseguenze anche nella vita reale.

Meno schermi, più tempo per immaginare

L’ultimo punto del decalogo conduce inevitabilmente al tema del tempo. Leggere richiede uno spazio che non compare da solo nell’agenda quotidiana: bisogna ritagliarlo, proteggerlo, sottrarlo alle attività che assorbono le nostre giornate senza necessariamente arricchirle. In questo senso, lo smartphone rappresenta una delle principali questioni da affrontare. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di imparare a usarla senza esserne continuamente assorbiti. Per Avallone, la cultura e la lettura sono anche strumenti per acquisire quella consapevolezza che permette di governare i mezzi digitali, invece di subirli.

Il suo decalogo non propone dunque una guerra tra carta e tecnologia. Invita piuttosto a ristabilire un equilibrio, restituendo valore alla concentrazione, alla lentezza e alla possibilità di dedicarsi a un’attività senza essere interrotti continuamente.

La scrittrice riassume il senso della lettura con un’altra affermazione: «Leggere non è una gara. Non si perde. Si vince soltanto». Non ci sono classifiche, prestazioni da dimostrare o numeri da esibire. C’è il piacere di scoprire, di cambiare idea, di riconoscersi in una storia e magari di uscirne diversi. È forse questo il messaggio più importante del suo intervento. Non servono campagne moralistiche per convincere i ragazzi che leggere è importante, né sensi di colpa per ogni minuto trascorso davanti a uno schermo. Occorrono adulti capaci di dare l’esempio, famiglie disposte a condividere storie, scuole che sappiano accendere curiosità e luoghi accessibili in cui i libri possano essere incontrati liberamente.

Perché un bambino che scopre il piacere di leggere non guadagna soltanto un’abitudine. Guadagna un mondo interiore più ricco, un vocabolario per raccontarsi, una maggiore capacità di comprendere chi gli sta accanto. E soprattutto scopre che la propria vita non deve necessariamente coincidere con ciò che vede intorno a sé: può immaginarne altre, esplorarle, metterle in discussione.

In fondo, educare alla lettura significa anche questo: insegnare ai più giovani che non sono obbligati a vivere dentro una sola storia.