Bastano pochi minuti. A volte tre, quattro, non molti di più. È uno dei paradossi dei grandi furti d’arte: opere custodite per secoli possono sparire in un tempo inferiore a quello necessario per percorrere le sale di un museo. A riportare il tema in primo piano è il furto del Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina dal Museo regionale di Messina. È accaduto la sera di Ferragosto, nonostante la presenza di telecamere, sistemi d’allarme e quattro custodi. A segnalare quanto stava accadendo, secondo quanto ricostruito da Focus, sarebbe stato un passante.
Il caso siciliano non è isolato. Pochi mesi prima erano serviti appena tre minuti per sottrarre alla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo, nel Parmense, opere di Renoir, Cézanne e Matisse. Nell’ottobre precedente, invece, quattro minuti erano bastati per portare via dal Louvre gioielli per un valore stimato attorno agli 88 milioni di euro. Dietro episodi che sembrano usciti da un film esiste però un mercato criminale enorme, nel quale il furto rappresenta soltanto il primo passaggio.
In Italia un furto ogni 36 ore
I numeri aiutano a capire le dimensioni del fenomeno. Nel 2024, ultimo anno per il quale sono disponibili dati complessivi, in Italia sono stati registrati 274 furti di beni culturali: in media uno ogni 36 ore. Nello stesso periodo risultano scomparsi oltre 12 mila tra reperti archeologici, manoscritti e altri oggetti. Il lavoro del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale ha consentito nello stesso anno di recuperare oltre 80 mila beni. Ma la banca dati delle opere ancora da ricercare contiene più di 1,3 milioni di file. E il problema è mondiale. Secondo le stime dell’Fbi citate da Focus, il traffico illecito di opere d’arte muoverebbe ogni anno tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari. Un giro d’affari che lo colloca tra i mercati criminali più redditizi. La domanda inevitabile è un’altra: chi compra un capolavoro che tutti conoscono e che nessuno può mostrare?
Il problema comincia dopo il furto
È qui che la realtà si allontana dalla rappresentazione cinematografica del ladro sofisticato che ruba un dipinto, trova un miliardario senza scrupoli e incassa una fortuna. Più un’opera è famosa, infatti, più diventa difficile venderla. Un Caravaggio, un Van Gogh o un Rembrandt rubati sono immediatamente riconoscibili. Non possono comparire legalmente a un’asta, essere prestati a un museo o essere rivenduti senza che venga ricostruita la loro provenienza. Emblematico è il caso della Saliera di Benvenuto Cellini, sottratta nel 2003 al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il ladro, Robert Mang, si ritrovò con un oggetto dal valore enorme ma quasi impossibile da piazzare: lo tenne nascosto per circa due anni e venne infine arrestato dopo aver tentato la strada del riscatto. Il valore di un’opera, una volta entrata nel mercato clandestino, può precipitare.
Gli economisti Frederick Chen e Rebecca Regan hanno stimato che possa ridursi fino a circa un decimo del valore legale, proprio perché vengono meno provenienza certificata e possibilità di commercializzazione alla luce del sole.
Quadri come moneta della criminalità
Un capolavoro rubato, tuttavia, può servire anche senza essere venduto. Le opere possono diventare garanzie per operazioni criminali, strumenti di scambio o vere e proprie monete parallele. È uno degli aspetti meno conosciuti del traffico d’arte e spiega perché criminalità organizzata e grandi traffici internazionali abbiano incrociato più volte questo mercato. Focus ricorda una frase attribuita a Matteo Messina Denaro in un pizzino: «Con il traffico di opere d’arte ci manteniamo la famiglia». Beniamino Zappia, indicato come referente di Cosa Nostra a New York, aveva accumulato centinaia di dipinti attribuiti ad artisti come Guttuso, De Chirico, Dalí, Sironi e Morandi.
Il detective britannico Dick Ellis ha raccontato anche il caso del criminale irlandese Martin Cahill, responsabile negli anni Ottanta del furto di 18 dipinti: almeno uno sarebbe stato utilizzato come pagamento nell’ambito di un traffico di eroina, mentre altri avrebbero fatto da garanzia per ottenere denaro. E poi ci sono opere che possono diventare una sorta di assicurazione per il futuro.
Un criminale arrestato può indicare dove si trova un capolavoro scomparso e utilizzare l’informazione nella propria collaborazione con la giustizia. Il narcotrafficante Raffaele Imperiale, per esempio, contribuì al ritrovamento di due Van Gogh rubati ad Amsterdam.
Il mistero della Natività di Caravaggio
In Italia nessun caso rappresenta questo intreccio meglio della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio, sottratta dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969. A più di mezzo secolo di distanza, il destino della tela resta avvolto nel mistero. Negli anni si sono accumulate versioni diverse: distrutta, abbandonata, danneggiata dagli animali oppure conservata dalla mafia come simbolo di prestigio e potere.
Nel 1998 Giovanni Brusca parlò anche della possibilità che la restituzione dell’opera fosse entrata nelle interlocuzioni tra Cosa Nostra e lo Stato nel periodo delle stragi. Nessuna delle piste emerse negli anni ha però permesso di riportare il Caravaggio a Palermo. E non è l’unico grande buco nero della storia dell’arte. Dal Gardner Museum di Boston, nel marzo 1990, furono sottratte tredici opere, tra cui lavori di Rembrandt, Vermeer e Manet. Non sono mai state recuperate.
Quando un capolavoro diventa troppo famoso per essere venduto
Oggi piazzare un’opera importante è inoltre più difficile rispetto al passato. Banche dati internazionali come l’Art Loss Register consentono a musei, collezionisti, case d’asta e mercanti di controllare la provenienza dei beni prima dell’acquisto. Ed emerge un curioso rovesciamento di prospettiva: rendere un’opera celebre può diventare anche una forma di protezione. Più un quadro è riconoscibile, più diventa complicato inserirlo nuovamente nel mercato.
Gli economisti Antonio Nicita e Matteo Rizzolli hanno evidenziato persino un paradosso dei sistemi antifurto: investimenti di sicurezza particolarmente visibili possono segnalare indirettamente ai criminali quali siano gli oggetti considerati più preziosi. Per questo, accanto ad allarmi e sorveglianza, la notorietà pubblica dell’opera può trasformarsi in un deterrente: rubarla è possibile, monetizzarla molto meno.
C’è infine un elemento che ridimensiona definitivamente l’immagine romantica del ladro acrobata che si cala dal tetto di notte. Secondo un dato dell’Fbi riportato da Focus, una quota molto elevata dei furti museali coinvolgerebbe in qualche modo persone che conoscono dall’interno strutture, procedure e sistemi di sorveglianza. È forse questa la parte meno cinematografica della storia. Dietro la sparizione di un capolavoro non c’è necessariamente un genio del crimine innamorato dell’arte. Più spesso c’è una filiera fatta di informazioni, ricettazione, intermediari, criminalità organizzata e denaro.
E il vero mistero comincia quando il quadro ha già lasciato il museo.

