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Elena Pero, addio alla voce gentile del tennis: la competenza che non aveva bisogno di alzare il tono

Ci sono voci che diventano inseparabili dalle immagini che raccontano. Per generazioni di appassionati di tennis italiani quella di Elena Pero era una di queste. Pacata, precisa, preparatissima, capace di accompagnare una finale di Wimbledon senza mai trasformare la telecronaca in uno spettacolo personale. Elena Pero è morta a 60 anni, lasciando un vuoto profondo nel giornalismo sportivo italiano e soprattutto in quel mondo del tennis che aveva raccontato per oltre trentacinque anni.

Sky Sport, la sua casa professionale, l’ha salutata con un ricordo particolarmente intenso. Il direttore Federico Ferri l’ha definita una delle figure più importanti del giornalismo sportivo italiano, ricordandone non soltanto la voce ma il modo di intendere il mestiere: preparazione enciclopedica, rispetto per gli atleti, misura nelle parole e una naturale distanza dalla retorica. È forse proprio questo il tratto che meglio racconta Elena Pero. Sapeva moltissimo e non aveva bisogno di dimostrarlo continuamente.

Da Rino Tommasi alla cabina di Telepiù

La sua storia professionale nasce sotto un maestro che ha segnato il giornalismo tennistico italiano. Da ragazza Elena Pero aveva tra i propri riferimenti Rino Tommasi, oltre naturalmente ai grandi campioni che seguiva sui campi. Nel 1989 Tommasi pubblicò sulla rivista specializzata MatchBall un annuncio per cercare giovani collaboratori. Pero rispose e venne selezionata tra una trentina di candidati.

All’inizio il lavoro consisteva anche nell’aggiornare l’enorme archivio di risultati e statistiche di Tommasi. Era un giornalismo ancora lontanissimo dai database online e dai risultati disponibili in pochi secondi sul telefono: significava costruire conoscenza partita dopo partita, torneo dopo torneo, giocatore dopo giocatore. Dopo alcune esperienze televisive, nel 1991 entrò a Telepiù, la prima pay tv italiana, come giornalista praticante. Quando Telepiù sarebbe poi confluita nell’universo Sky, Pero sarebbe diventata progressivamente una delle sue voci più autorevoli.

Quell’origine aiuta anche a comprendere il suo stile. Apparteneva alla scuola nella quale la telecronaca nasceva dalla conoscenza, non dall’enfasi. La statistica serviva quando spiegava qualcosa; l’aggettivo quando era necessario; il silenzio quando il punto appena giocato diceva già tutto.

Con Paolo Bertolucci un doppio durato più di vent’anni

Per oltre vent’anni il suo compagno di cabina è stato Paolo Bertolucci. Insieme hanno costruito una coppia che gli appassionati riconoscevano dopo poche parole: lei conduceva il racconto, Bertolucci leggeva tecnicamente la partita, e tra i due si era sviluppata quella confidenza che soltanto migliaia di ore trascorse fianco a fianco possono produrre.

Bertolucci l’ha ricordata nelle ore successive alla notizia con parole profondamente commosse, dicendo quanto sia difficile accettare un addio così rapido. Il loro rapporto professionale era diventato nel tempo anche un rapporto umano e proprio Sky ha scelto il suo ricordo video come uno degli omaggi più significativi alla giornalista.

Era un equilibrio difficile da costruire. Elena Pero faceva domande senza fingere di non conoscere la risposta, lasciava spazio all’analisi tecnica e interveniva quando serviva riportare il racconto alla partita. Non cercava la battuta a ogni costo e non trasformava ogni punto in un momento storico. Proprio per questo, quando arrivava davvero il momento storico, la sua voce acquistava ancora più forza.

Ha raccontato l’epoca più bella del tennis italiano

La parte finale della sua carriera ha coinciso con un periodo che probabilmente nessun telecronista italiano avrebbe osato immaginare soltanto pochi anni prima. Elena Pero ha potuto raccontare l’esplosione del tennis italiano e soprattutto le imprese di Jannik Sinner, accompagnando attraverso il microfono alcuni dei momenti destinati a rimanere nella storia dello sport nazionale.

Sky ricorda in particolare Wimbledon, il luogo che Pero considerava speciale. Proprio sul Centrale londinese aveva raccontato il primo trionfo di Sinner nel 2025 e lì è tornata per quella che sarebbe diventata la sua ultima telecronaca, ancora una volta accanto a Paolo Bertolucci, nel luglio 2026. La vittoria di Sinner è rimasta così legata anche alla sua ultima grande giornata professionale.

Il destino ha voluto che una giornalista cresciuta nel mito della grande scuola italiana del tennis potesse chiudere la propria carriera raccontando l’epoca più ricca di successi che il tennis italiano abbia mai vissuto. Sky ha scelto di ricordarla anche riproponendo alcune delle grandi partite da lei commentate: il modo forse più naturale per rendere omaggio a chi aveva fatto della voce il proprio mestiere.

Lavorò fino all’ultimo nonostante la malattia

Elena Pero era malata, ma continuò a lavorare praticamente fino alla fine. Federico Ferri ha ricordato che non saltò una telecronaca neppure durante la malattia. Un dettaglio che racconta la sua dedizione meglio di molte celebrazioni postume.

La malattia era conosciuta dalle persone che le erano vicine, ma non era diventata il centro della sua identità pubblica. Anche in questo c’era qualcosa di coerente con il suo modo di essere: il lavoro davanti, la persona dietro, nessuna necessità di trasformare se stessa nella storia.

Lascia il marito Sergio Velli, produttore di Sky Sport e per anni al suo fianco anche professionalmente, e la figlia Martina. A loro sono arrivati i messaggi di cordoglio del mondo del tennis e del giornalismo sportivo. Anche la Federazione Italiana Tennis e Padel ha ricordato una delle voci più riconoscibili dello sport italiano.

Una donna in un mondo che era soprattutto maschile

C’è un altro aspetto della carriera di Elena Pero che oggi può sembrare meno evidente di quanto fosse quando cominciò. Entrò nel giornalismo sportivo professionale all’inizio degli anni Novanta, quando le grandi telecronache erano ancora un territorio quasi esclusivamente maschile.

Non costruì però la propria autorevolezza attorno al fatto di essere una donna che raccontava lo sport. La costruì sulla competenza. Progressivamente divenne normale ascoltare la sua voce nelle partite più importanti, nei tornei del Grande Slam, nei Masters 1000, alle ATP Finals e nei grandi appuntamenti internazionali.

Ed è forse questo uno dei risultati professionali più importanti della sua carriera: arrivare al punto in cui nessuno si chiedeva più perché una donna fosse seduta nella cabina della partita più importante. Era lì semplicemente perché era una delle migliori.

La preparazione senza l’esibizione della preparazione

Federico Ferri ha utilizzato un’espressione particolarmente efficace nel ricordo pubblicato da Sky: Elena Pero aveva una preparazione enciclopedica, ma non ne abusava. È una distinzione che racconta un’intera idea di giornalismo.

Conoscere moltissimo non significa necessariamente dire tutto ciò che si conosce. Il bravo giornalista seleziona. Capisce quale informazione aiuta il pubblico e quale serve soltanto a mostrare quanto sia preparato chi parla.

Pero possedeva questa misura. Una statistica arrivava perché spiegava la partita, non perché era disponibile. Un precedente veniva ricordato quando aiutava a comprendere ciò che stava accadendo. Il tono saliva quando il momento lo meritava, non perché ogni scambio dovesse essere trasformato in un evento epocale.

In un’informazione sportiva sempre più costruita intorno all’enfasi, alla polarizzazione e alla necessità di produrre continuamente una frase da trasformare in clip sui social, quello stile appare oggi quasi controcorrente.

Raccontare senza mettersi davanti

Forse è questo ciò che resterà maggiormente di Elena Pero oltre alle singole telecronache. Aveva capito una cosa semplice che nel giornalismo contemporaneo rischia qualche volta di essere dimenticata: il giornalista non è necessariamente il protagonista della storia che racconta.

Durante una finale il protagonista era il tennista. Durante uno scambio straordinario erano la palla, il gesto tecnico e la tensione del momento. La voce doveva accompagnarli, interpretarli, fornire al telespettatore ciò che non poteva vedere da solo, ma senza sovrapporsi continuamente all’evento.

È un mestiere più difficile di quanto sembri. Perché richiede la sicurezza di chi non ha bisogno di occupare ogni secondo disponibile per dimostrare di esserci.

Elena Pero quella sicurezza l’aveva.

L’eredità di Tommasi e Clerici senza imitarli

Raccogliere l’eredità di Rino Tommasi e Gianni Clerici era quasi impossibile. Avevano creato un linguaggio e un modo di raccontare il tennis talmente personali da rendere inutile qualsiasi tentativo di imitazione.

Pero fece probabilmente la scelta migliore: imparò da quella scuola senza provare a copiarla. Da Tommasi ereditò il culto della preparazione, il rispetto per i numeri quando servivano a leggere il gioco e la convinzione che il tennis meritasse di essere raccontato con precisione. Ma costruì un tono proprio, più misurato, meno teatrale e immediatamente riconoscibile.

Il direttore di Sky Sport l’ha collocata idealmente accanto ad alcune delle grandi voci della storia della televisione sportiva italiana, da Nicolò Carosio a Nando Martellini, Paolo Rosi, Alfredo Pigna e Adriano De Zan. È un paragone importante, ma soprattutto racconta quanto la sua voce fosse ormai diventata parte della memoria sportiva collettiva.

Quella voce rimarrà dentro le immagini

È questo il destino particolare dei grandi telecronisti. Le loro parole finiscono per attaccarsi alle immagini.

Tra vent’anni qualcuno rivedrà un punto di Federer, una finale memorabile o una delle vittorie di Sinner a Wimbledon e insieme alle immagini sentirà quella voce. A quel punto Elena Pero sarà ancora lì, anche per chi magari non saprà più esattamente chi fosse la persona seduta dietro il microfono.

È una forma particolare di memoria. Il giornalista scompare, ma il racconto resta incorporato nell’evento.

Per questo l’ultima telecronaca sul Centrale di Wimbledon assume oggi un significato che nessuno avrebbe potuto immaginare mentre andava in onda. Elena Pero era ancora al proprio posto, davanti a una partita di tennis, accanto alle persone con cui aveva condiviso una parte enorme della propria vita professionale.

Non avrebbe probabilmente voluto un finale costruito diversamente.

Addio a una professionista che non aveva bisogno di gridare

In queste ore il tennis italiano saluta una voce. Ma vale la pena ricordare anche ciò che quella voce rappresentava.

Preparazione, educazione, curiosità, misura. La capacità di essere autorevoli senza diventare solenni, appassionati senza trasformarsi in tifosi, competenti senza usare la competenza come forma di esibizione.

Elena Pero apparteneva a quel giornalismo nel quale la credibilità si costruisce lentamente, anno dopo anno, partita dopo partita. Senza bisogno di gridare, provocare o trasformare ogni opinione in uno scontro.

Forse è anche per questo che la sua morte ha prodotto una reazione così forte tra gli appassionati. Chi seguiva il tennis non aveva semplicemente ascoltato una telecronista. Aveva trascorso con quella voce pomeriggi, notti, finali, sconfitte e vittorie.

Sky l’ha salutata dicendo che la voce del tennis rimarrà per sempre.

Per una volta non sembra una frase di circostanza.

Perché una parte delle più belle immagini del tennis degli ultimi trent’anni, per il pubblico italiano, continuerà inevitabilmente ad avere la voce di Elena Pero.

Fonti

  • Sky Sport – Federico Ferri, Ciao Elena Pero, la voce del tennis, 24 settembre 2026; ricordo ufficiale, carriera e testimonianze dei colleghi.
  • Sky Sport – Ricordo video di Paolo Bertolucci e programmazione speciale dedicata alle telecronache di Elena Pero.
  • Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP) – Comunicato di cordoglio e ricostruzione della carriera professionale.
  • RaiNews – Ricostruzione della carriera e dell’ultima telecronaca a Wimbledon.
  • Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa – Ricordi e testimonianze sulla carriera e sulla figura professionale di Elena Pero.