Ci sono amicizie che si ricordano attraverso le grandi occasioni e altre che sopravvivono nei dettagli. Un gesto, uno scherzo, una fotografia, perfino un’omelette mai arrivata in tavola. È attraverso questi frammenti che Daniel Pennac ha ricordato Stefano Benni, lo scrittore scomparso nel 2025, a un anno dalla sua morte.
Intervistato dall’ANSA alla vigilia dell’apertura del Festivaletteratura di Mantova, Pennac racconta un legame durato quarant’anni e nato soprattutto intorno alle parole. Un’amicizia che, più che nel ricordo di singoli episodi, sembra vivere ancora in uno stato d’animo. «Abbiamo vissuto una specie di infanzia insieme», dice l’autore della saga dei Malaussène. È una definizione che restituisce bene il rapporto tra due scrittori accomunati dalla capacità di giocare con il linguaggio e di non prendere troppo sul serio le regole del mondo.
Benni, ricorda Pennac, era conosciuto come il “Lupo”. Ma l’immagine che ne conserva è molto più complessa. Nella sua casa c’era un grande ritratto di un cervo del Nord del Canada, un animale che per Pennac aveva qualcosa di familiare. Le corna sembravano quasi una capigliatura folle e diventavano il simbolo di quella parte irrazionale e imprevedibile che appartiene a tutti. Il Lupo, dunque, poteva essere anche un cervo. E forse proprio in questa contraddizione c’era qualcosa di Benni: duro e ironico all’esterno, vulnerabile e giocoso nella dimensione più privata.
La sua idea di divertimento era decisamente personale. Una volta, racconta Pennac, Benni mise un ragno nel bagno aspettando che qualcuno lo trovasse e iniziasse a urlare. Un’altra volta, durante un soggiorno in montagna sulle Alpi, i due decisero di preparare un’omelette. Erano in quattro e servivano sei uova. A quel punto Benni cominciò a lanciarle all’amico. Una dopo l’altra, fino a trasformare la cucina in un disastro. Il dettaglio che rende il ricordo ancora più surreale è l’età dei protagonisti: «Questo avveniva a 65 anni, non a sei anni», sottolinea Pennac. Ed è proprio qui che torna la sua definizione dell’amicizia: non una semplice serie di ricordi, ma una «specie di infanzia» condivisa.
Anche il linguaggio aveva avuto un ruolo fondamentale. Pennac racconta che all’inizio del loro rapporto ciascuno parlava la propria lingua e insieme giocavano con le parole, trasformando le differenze linguistiche in uno spazio comune. Tra i ricordi più intensi ce n’è poi uno ambientato ancora in montagna. Benni, davanti all’immensità degli alberi e a un precipizio, appariva quasi intimidito dalla grandezza del paesaggio. Pennac conserva una fotografia di quel momento. E nella fotografia lo scrittore italiano fa un gesto dell’ombrello verso il precipizio. Un gesto ironico, quasi infantile, che diventa però anche una risposta al destino. Come se Benni, davanti all’immensità della natura e alla solitudine dell’uomo, avesse deciso semplicemente di mandare tutto al diavolo.

È lo stesso spirito che Pennac ritrova in Stranalandia, il libro di Benni da cui è tratto lo spettacolo “Un lupo in paradiso. Benvenuti a Stranalandia”, scelto per inaugurare il Festivaletteratura di Mantova. Sul palco ci saranno Gigio Alberti, Pako Ioffredo e Ingrid Sanson, mentre Pennac avrà il ruolo di narratore. «Stranalandia è davvero un testo caricaturale», spiega. Non un umorismo superficiale, ma qualcosa che guarda piuttosto alla tradizione di Rabelais, dove il grottesco, l’eccesso e il gioco diventano strumenti per raccontare la realtà.
E mentre torna a parlare dell’amico, Pennac guarda anche al proprio futuro editoriale. A novembre Feltrinelli pubblicherà “Mallet o il romanzo degli sguardi”, un libro dedicato al rapporto tra chi osserva un’opera d’arte e l’opera stessa. Un progetto nato dall’osservazione di migliaia di fotografie scattate nei musei e, per Pennac, legato anche alla sua esperienza di insegnante.
Ma è il ricordo di Benni a lasciare la traccia più forte. Non il monumento allo scrittore, non la celebrazione dell’autore di culto, ma l’immagine di un uomo capace di giocare ancora a 65 anni con sei uova, di nascondere un ragno in un bagno e di fare il gesto dell’ombrello davanti a un precipizio. Forse è proprio questo che significa, per Pennac, aver condiviso una vita con Stefano Benni: non avere mai smesso, insieme, di essere un po’ bambini.
