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LA TRASFORMAZIONE DEL WEB

Aranzulla, il suo sito perde metà dei visitatori: «L’AI saccheggia i miei contenuti». Utili in calo del 72%

Il divulgatore informatico racconta al «Corriere della Sera» la trasformazione del web e l’impatto dei chatbot sul suo lavoro: i visitatori quotidiani del sito sono passati da un milione a 500 mila. E sulla vita privata spiega: «Preferiamo leggerle libri». Critiche anche al costo della vita a Milano: «Due pizze arrivano a 60 euro».

Per anni è stato uno dei volti più riconoscibili dell’informazione tecnologica italiana, il punto di riferimento per chi cercava online una soluzione a un problema con il computer, lo smartphone o la rete. Oggi Salvatore Aranzulla osserva un cambiamento che rischia di mettere in discussione proprio il modello sul quale ha costruito il suo successo: l’intelligenza artificiale risponde direttamente agli utenti, utilizzando anche informazioni prodotte da siti e professionisti, ma senza necessariamente accompagnare i lettori alle pagine originali. Il risultato, racconta in un’intervista al Corriere della Sera, è una contrazione significativa del traffico e soprattutto della redditività della sua attività. «Si lavora molto di più per ottenere molto meno», sintetizza il divulgatore, originario di Mirabella Imbaccari, in Sicilia, e da tempo residente a Milano.

I numeri spiegano la portata del cambiamento. Nel 2024 Aranzulla.it registrava circa un milione di visitatori al giorno. Oggi, secondo quanto riferisce lo stesso Aranzulla, la cifra si è dimezzata: 500 mila utenti quotidiani. Ma è il bilancio della società a mostrare quanto la trasformazione stia incidendo sui margini.

Gli utili in caduta del 72%: «I miei clic sono dimezzati»

Nel 2025 la società Aranzulla Srl ha registrato un fatturato di circa 8,39 milioni di euro, in crescita rispetto ai 7,9 milioni dell’anno precedente. L’utile netto, però, ha seguito una direzione opposta: dai 2,33 milioni del 2024 è sceso a 641.430 euro nel 2025. Una riduzione di circa il 72%. Il dato assume particolare significato se confrontato con il percorso compiuto negli anni precedenti.

Nel 2022, dopo aver dichiarato un reddito di 3,8 milioni di euro, Aranzulla aveva raccontato di poter contare su un volume di clic superiore persino a quello di Amazon. Una condizione che gli consentiva di immaginare anche la possibilità di smettere di lavorare. Oggi il quadro è diverso. Il fatturato continua a crescere, ma la redditività si è ridotta sensibilmente. Tra le ragioni indicate dall’imprenditore c’è anche la necessità di modificare le strategie per mantenere visibili i contenuti sui motori di ricerca, arrivando ad acquistare traffico e posizionamenti. È un costo aggiuntivo che si inserisce in un mercato diventato più competitivo e nel quale la distribuzione delle informazioni sta cambiando rapidamente.

«L’AI usa il lavoro degli esseri umani senza portare visite ai siti»

Il cuore della preoccupazione di Aranzulla riguarda il funzionamento dei chatbot. L’intelligenza artificiale, riconosce, è uno strumento straordinario anche per la sua stessa attività. La sua società, che non ha dipendenti diretti ma si avvale di circa quaranta collaboratori, utilizza queste tecnologie per velocizzare il lavoro e ridurre i tempi di produzione. Il problema, però, nasce quando i sistemi di intelligenza artificiale utilizzano contenuti realizzati da persone e organizzazioni editoriali per formulare risposte immediate, senza generare un numero significativo di visite alle fonti originali.

«Se i chatbot usano i contenuti prodotti dagli esseri umani per dare risposte senza portare visite ai siti per cui lavorano quegli umani», osserva nell’intervista, «il pericolo è che nessuno sostenga più i costi per produrre informazioni di qualità». Anche quando le fonti vengono indicate, spiega, soltanto una parte degli utenti decide effettivamente di aprire i collegamenti. Il lettore ottiene la risposta, mentre chi ha sostenuto i costi per realizzare il contenuto rischia di non ricavarne alcun ritorno economico.

È una questione che va oltre il caso personale di Aranzulla. Se il traffico diminuisce e gli introiti pubblicitari non bastano più a finanziare il lavoro, diventa più difficile mantenere redazioni, collaboratori e competenze specialistiche. «Finché il mio margine è positivo io stesso posso continuare a permettermi la squadra», afferma, ma avverte che, se la sostenibilità economica dovesse venire meno, l’intero sistema potrebbe incepparsi. La riduzione della qualità, aggiunge, non rappresenterebbe un rischio soltanto per chi produce contenuti, ma anche per le grandi aziende tecnologiche che utilizzano quelle informazioni.

Dalla celiachia alla carriera: il percorso del divulgatore

Nel corso dell’intervista al Corriere, Aranzulla ripercorre anche alcuni passaggi della propria vita. Racconta di avere attraversato un periodo segnato da problemi di salute, con dolori allo stomaco e una stanchezza persistente. Dopo gli accertamenti iniziati a giugno, gli è stata diagnosticata la celiachia. La modifica dell’alimentazione, spiega, ha fatto scomparire la spossatezza con cui conviveva da anni.

La sua storia professionale è iniziata molto prima dell’esplosione dell’intelligenza artificiale. Aveva dieci anni quando convinse i genitori a comprargli un computer, dopo essersi appassionato a quello di un cugino. Da autodidatta imparò a utilizzare la tecnologia e diventò presto il riferimento informatico del proprio paese. Il primo sito nacque, in fondo, da un’esigenza pratica: rispondere una sola volta alle domande che gli venivano rivolte continuamente. «Dicevo: “Trovi la risposta sul mio sito”», ricorda. Un’intuizione semplice, che si è trasformata in un’attività editoriale di dimensioni considerevoli.

Dalla Sicilia si è poi trasferito a Milano per studiare alla Bocconi. La città è rimasta il centro della sua vita e del suo lavoro, ma il giudizio sul costo della vita è diventato molto più severo.

Milano troppo cara: «Il prezzo della casa oggi sarebbe immorale»

Aranzulla vive a CityLife, in un appartamento organizzato per ospitare anche gli spazi di lavoro e la palestra. Ha acquistato la casa prima della pandemia, ma oggi non ripeterebbe quella scelta alle condizioni attuali. «Il prezzo sarebbe immorale», afferma, riferendosi al valore raggiunto dagli immobili nel quartiere milanese. La sua critica riguarda soprattutto le difficoltà incontrate da chi arriva in città per studiare o lavorare e deve sostenere spese sempre più elevate.

Quando si trasferì dalla Sicilia per frequentare la Bocconi, racconta, viveva in un monolocale in viale Montenero. Lavorare molto e impegnarsi nello studio permetteva di immaginare prospettive di crescita. Oggi, a suo giudizio, le opportunità sono meno accessibili e mantenersi a Milano è diventato più complicato.

A rendere concreta la percezione del caro vita sono gli esempi quotidiani: un gelato con la compagna e la figlia può costare 20 euro, mentre per due pizze si arriva a spenderne 60. «Come si fa?», si domanda.

«A mia figlia niente tablet, smartphone e televisione»

La parte forse più sorprendente dell’intervista riguarda il rapporto tra Aranzulla e la tecnologia nella vita familiare. Il divulgatore che ha costruito il proprio successo spiegando agli italiani come utilizzare gli strumenti digitali sceglie infatti di limitarne l’accesso alla figlia, nata nel 2023. «A mia figlia non facciamo guardare né tablet, né smartphone, né televisione», racconta al Corriere della Sera. Una scelta condivisa con la compagna, che comporta anche un maggiore impegno nell’intrattenimento quotidiano della bambina.

«Intrattenerla è più difficile, magari, ma preferiamo leggerle libri», spiega. La tecnologia, insomma, non viene demonizzata, ma considerata uno strumento da utilizzare con attenzione e senza trasformarlo in una presenza costante nella vita dei più piccoli. Aranzulla racconta anche che la figlia, quando non è all’asilo, capita spesso nel suo spazio di lavoro e fa capolino durante le riunioni. Ha persino un mouse identico a quello del padre, anche se scollegato dal computer.

È un’immagine che restituisce bene il contrasto al centro delle sue riflessioni: da una parte un professionista che ha fatto della tecnologia il proprio mestiere, dall’altra un genitore che preferisce proteggere la figlia da un’esposizione troppo precoce agli schermi. La sua conclusione è semplice: «La tecnologia fa bene, ma non sempre». Una frase che, accanto ai numeri sul calo del traffico e degli utili, riassume le due dimensioni dell’intervista: le opportunità offerte dall’innovazione e i problemi che emergono quando il suo sviluppo cambia gli equilibri economici, sociali e familiari.